Terra: l’antica Gea Madre

Quale immagine avevano gli antichi circa la conformazione e la struttura del nostro pianeta? Ma, soprattutto, che cos’era per loro la Terra?
Per indagare sulle idee cosmologiche dei tempi più antichi dobbiamo rifarci al racconto favolistico nelle sue prime testimonianze scritte, cioè a tutta quella serie di racconti e leggende che va sotto il nome di mitologia.

Nei miti confluiscono le idee, la cultura e le immagini fisiche, metafisiche, cosmologiche e naturalistiche che i popoli antichi concepivano e che i poeti raccoglievano dietro ispirazione divina. Essi si sentivano investiti della missione sacra di versificare, cantare e diffondere tale materiale, così da soccorrere all’esigenza e al desiderio, tipici dell’uomo di ogni tempo, di far luce sulle origini del cosmo, degli dei e dell’umanità, su tutto quanto cioè risultasse ignoto, inconoscibile e razionalmente inspiegabile.
L’origine del mito è essenzialmente sacrale: il mito si identifica spesso con la religione stessa, in quanto tutto ciò che da esso è rappresentato e narrato si inserisce nel contesto religioso.
In tutte le culture antiche la tradizione poggia le sue basi sullo stretto e solidale rapporto tra l’uomo e il divino, rapporto che si manifesta e si esplica nella Natura: la Natura, e quindi più concretamente la Terra, è universalmente concepita in una visione divina al femminile, nel modello simbolico primordiale della maternità. La Terra è la Grande Madre, generalmente sposa del dio Cielo: salvo alcune, rare, eccezioni (nel pantheon egiziano la Terra è rappresentata dal dio maschile Geb e il cielo ha le sembianze femminili di Nut), osserviamo il riproporsi dello schema suddetto in tutte le culture, e non solo presso le più antiche: esempi di culti in cui predominano divinità femminili ctonie (cioè inerenti alla Terra) si riscontrano anche in epoche recenti presso tribù dell’Africa (Gabon, Nigeria…), dell’Amerindia (presso i Navaho, i Sioux), in Oceania…
La stessa cosmogonia greca, che sta alla base della cultura occidentale, prevede all’origine la dea Gea, dapprima madre e poi sposa di Urano, il cielo, dall’unione dei quali trassero vita tutti gli esseri, sia animati che inanimati.

E per quanto concerne la forma? Quale Grande Madre, la Terra non poteva che essere concepita a struttura circolare, un immenso utero-contenitore che genera e avvolge ogni essere e cosa. E’ l’immagine che ritroviamo nei poemi omerici, che insieme alle opere di Esiodo rappresentano in terra greca la raccolta più antica di materiale mitologico di cui ci sia rimasta testimonianza scritta.
Nella mitologia omerica la Terra sembra concepita come un piatto circolare, che contiene in prevalenza elemento liquido (l’Oceano) e da cui emergono i due blocchi continentali dell’Europa e dell’Asia. La volta celeste la sovrasta come una sorta di coperchio.

 Il “piatto terrestre” appare come una massa compatta su cui scorre il firmamento. Sotto il “piatto”, il Tartaro sembra costituire una volta antitetica al cielo: l’immagine globale che deriva da tale descrizione sembra anticipare in un certo senso la concezione sferica del cosmo. E attorno alla Terra che cosa c’è? Omero non ne parla. Però leggiamo che i Cimmeri (Od., XI) abitano i territori ignoti dell’estremo occidente, al di là dei limiti conosciuti e praticabili, avvolti da una completa oscurità che incute terrore: la loro terribile condizione attira la pietà e la commiserazione nel poeta. Potremmo dedurne che, oltre lo spazio compreso dal globo costituito da Cielo, Terre emerse e Tartaro, gli antichi immaginassero solo oscurità, nient’altro! Ma quali erano le regioni ultime, quelle poste ai confini delle Terre emerse? La tradizione greca poneva i limiti occidentali del mondo conosciuto nelle Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra, che separa la penisola iberica dalle coste nord-occidentali dell’Africa), quelli orientali nel Ponto Eusino (il mar Caspio, che si credeva “aperto”, cioè comunicante con l’Oceano che avvolgeva le terre emerse) e nel mare Eritreo (l’oceano Indiano, inteso come il tratto sud-orientale dello stesso fiume Oceano circolare). Ma ecco Odisseo, che si spinge ambizioso e superbo fino ai luoghi più estremi, oltrepassando le Colonne d’Ercole noncurante dei limiti imposti alle possibilità umane.. Consideriamo, inoltre, la supposta esistenza di una popolazione al di là di esse; e la stessa concezione fisica del Tartaro e dell’Eliso, luoghi immaginati al di là del tempo e dello spazio umanamente conoscibili ed esperibili: tutto ciò non sembra forse testimoniare l’intuizione (o anche solo il desiderio) del popolo greco, del fatto che oltre i confini dei due continenti tradizionalmente conosciuti esistessero altre terre ed altri popoli?

di mainikka