I primordi della geografia

 Possiamo supporre che fin dai tempi più antichi l’uomo abbia sentito l’esigenza di comprendere in una visione unitaria territori e ambienti, e quindi di rappresentarli, sia pure in forme rudimentali. La rappresentazione descrittiva e figurativa della Terra, che l’umanità nel corso dei secoli ha esplorato, conosciuto e abitato, costituisce la disciplina che prende il nome di geografia.
L’orizzonte geografico concepito dagli uomini, così come la concezione stessa della forma terrestre, varia in rapporto alle epoche e alle civiltà; ma è evidente che ogni popolo, fin dal suo costituirsi nel divenire storico, ha via via raggiunto una conoscenza sempre più ampia delle regioni in cui viveva, dei territori ad esse circostanti e anche di altri più lontani, di cui apprendeva l’esistenza per frequentazione diretta o per informazioni derivategli da popoli e da individui con cui intesseva relazioni. Ogni civiltà, fin dalle ere più antiche, ha sperimentato la necessità di ampliare progressivamente il suo orizzonte geografico, spinta fondamentalmente da tre motivi:

  • al fine di intessere rapporti commerciali con altri popoli
  • per esigenze di strategia militare
  • per la ricerca di nuovi territori da colonizzare e da cui ricavare nuove risorse.
Questi tre fattori hanno spinto uomini di ogni cultura e di ogni tempo ad intraprendere viaggi, esplorazioni e spedizioni verso l’ignoto. I mezzi di cui disponevano erano spesso precari, le loro tecniche povere e non sempre adeguate all’impresa, ma grazie a grande determinazione e a spirito di avventura, il più delle volte uniti ad una buona dose di fortuna, molti conseguirono i loro scopi, contribuendo così all’allargamento dei confini conoscitivi.
Il termine geografia ci rimanda direttamente al mondo greco, dalla cui lingua esso deriva (ghê significa Terra e grafeîn significa descrivere, tracciare; quindi geografia significa letteralmente “descrizione della terra”). E infatti, i primi tentativi di sintesi descrittiva e figurativa dell’intero mondo conosciuto, o ipotizzato, e le prime teorie relative alla forma e alle dimensioni della Terra videro la luce proprio presso i Greci. Tuttavia essi non furono certo i primi ad intraprendere viaggi e spedizioni alla volta di luoghi lontani e sconosciuti, e neppure furono i primi a redigere mappe territoriali: l’uso di rappresentazioni grafiche di regioni ed ambienti (anche celesti) risale ad epoche e a civiltà più antiche (gli Egiziani, ad esempio, che le utilizzavano per le attività esattoriali), i cui scopi erano pratici o religioso-astrologici: si trattava di descrizioni e di rappresentazioni di località e regioni di estensione più o meno vasta, ma sempre limitata, che non comprendevano mai visioni od ipotesi di sintesi particolarmente ampie o complete. Resta pertanto certo che la cartografia, intesa come scienza, nacque e si sviluppò unicamente in ambiente greco, come vedremo più in dettaglio.
Tra le prime civiltà che estesero ampiamente il loro raggio di relazioni e comunicazioni sia verso oriente che verso occidente, allargando notevolmente in questo modo il loro orizzonte geografico, vi furono i Cretesi, i Fenici e i Micenei.

Le teorie geometriche ed astronomiche di Eratostene

Su Eratostene possediamo molte informazioni, e benché le sue opere siano purtroppo andate perdute, le notizie e le citazioni riportate da altri autori ci consentono di ricostruirne quasi completamente il contenuto. Ricordiamo innanzitutto che la sua Geografia è in assoluto il primo testo pervenutoci con questo titolo. Nel trattato, l’erudito di Cirene enunciava per la prima volta il concetto preciso della disciplina e ne delimitava attentamente l’oggetto e gli scopi. Ma il fulcro del suo interesse era delineato nell’opera La misurazione della Terra, in cui lo scienziato esponeva appunto il procedimento e i risultati della sua determinazione delle dimensioni del globo terrestre: sfruttando naturalmente l’ipotesi geocentrica e la geometria della sfera, Eratostene giunse a calcolare la circonferenza della Terra con stupefacente approssimazione.

 

Eratostene a Syene (oggi Assuan, sul Nilo) aveva avuto modo di constatare che a mezzogiorno del solstizio d’estate il sole raggiunge lo zenit: sembra che lo studioso fosse giunto a tale deduzione osservando con curiosità il fatto che a mezzogiorno del 21 giugno in questa città un pozzo cilindrico risultava completamente rischiarato e gli steli degli gnomoni non facevano ombra.
Partendo dal presupposto (quasi esatto) che la città di Alessandria si trovasse sulla stessa linea di meridiano di Syene, Eratostene misurò con uno gnomone l’ampiezza dell’angolo proiettato dai raggi ad Alessandria alle medesime condizioni. L’angolo risultò corrispondere a circa 1/50 di angolo giro (7°15’ contro gli esatti 7°12’). La distanza che separa Syene da Alessandria era ben conosciuta da Eratostene (circa 5.000 stadi) e, poiché essa corrispondeva ad 1/50 della circonferenza complessiva del globo, lo scienziato arrivò a determinare quest’ultima nella misura di 250.000 stadi. In seguito all’arrotondamento di questa cifra a 252.000 per ottenere un numero divisibile per 60 o 360, l’esito finale risultò pari ai quasi 40.000 Km (1 stadio equivale a circa 158 m) calcolati dai nostri moderni strumenti!

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Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
….

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Cronache dal passato: Pompei, 24 agosto 79 d.C.

Signore e Signori buongiorno,

per la rubrica ‘LUOGHI DELL’IMPERO’ vi proponiamo oggi un servizio in diretta da Pompei. La linea al nostro inviato:

“L’alba è spuntata su un giorno che si annuncia eguale agli altri. Caldo come ieri e caldo come sarà probabilmente domani. Nei giorni precedenti si sono sentiti dei brontolii dalla parte del Vesuvio e si sono notate delle crepe sui muri. I più paurosi si sono subito messi a parlare di terremoto. Si è risposto con alzate di spalle; infatti, dopo il terremoto che diciassette anni fa ha distrutto la città, si vive nella convinzione di essere riusciti a placare l’ira degli dei con un incremento della devozione. Alle porte della città c’è la solita ressa di mulattieri e di carrettieri; tutti hanno fretta di ripartire con i loro carichi, ciascuno verso una sua destinazione remota, chi andando a nord e chi a sud. Ora che hanno messo il basto al mulo e attaccati i buoi, li si può sentire imprecare per la fila che devono fare e che, come sempre, si forma all’ingresso della città! Soprattutto quelli che per un contrattempo sono stati costretti a fermarsi in una delle officine di riparazione che sono sorte nelle vicinanze.
Non sono i soli, tuttavia, in quest’ora mattutina, a creare movimento. Sono già arrivati anche tutti i piccoli orticoltori dei sobborghi che vengono in città, spingendo con alte grida le carrette, per vendervi i prodotti del loro orto o del loro frutteto: cavoli, cipolle, bietole, fave, prugne, uva, pere,… Pompei è celebre per i fichi e i cavoli, e anche per le fave e le cipolle, con cui si ottiene un condimento squisito. Ci sono anche i braccianti agricoli, accampati alle porte, in attesa che un villicus a corto di schiavi li assuma per i lavori necessari nella sua villa suburbana.
E c’è anche, presso Porta Ercolano, un mucchio di gente che si dà da fare attorno a grandi tini. Dai tini proviene un divino aroma, anche se alquanto acre. È l’odore del garum, di cui quei tini sono pieni. Il garum è la famosa salsa di pesce con cui nel mondo romano si condiscono tutti i cibi: le verdure, la carne e persino la frutta. Pompei l’esporta in gran quantità entro fiasche impagliate, specie il gari flos, quel fiore del garum fatto con interiora e pezzetti di tonno, sgombri o murene, che si mettono a bagno in una salamoia piuttosto concentrata.

Ora il traffico si è esteso alle vie principali: via Stabia, via di Nola, via dell’Abbondanza. Stretti gli uni agli altri, mulo dietro mulo, bue dietro ruota, i carri sfilano in continuità. È sempre così all’alba.
Ma dopo questo primo momento di calca, il traffico non tarderà a farsi più scorrevole”. (René Guerdan, Pompei, Mondadori, 1975)

Grazie, passiamo ora al servizio successivo che…..

‘Studio, studio, vi richiedo la linea, per favore…

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L’incontro con la strega

Il racconto, estratto dalla fiaba di Hansel e Gretel, è incentrato sulla parte più forte e drammatica della vicenda: l’incontro di Hansel e Gretel con la strega, l’affronto del pericolo e il suo superamento.
L’incontro con la strega è un momento catartico (conoscitivo e liberatorio) per il bambino: essa simboleggia l’ostacolo sfidante ed iniziatico da affrontare e da vincere. In questo modo la strega, come ogni cattivo delle fiabe, lupo, orco o drago che sia, spinge l’eroe o l’eroina (con cui il bambino si identifica) all’azione creativa e quindi alla sua evoluzione.

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voce e video: monica mainikka

Il viaggio come strumento ed occasione di ricerca (ἱστορία) e di conoscenza

(Pubblico questo articolo come esempio di svolgimento di un saggio breve)

Argomento: Movimento e fermento sulle coste del Mediterraneo nei secoli VI e V a.C.
Ambito: Geostorico
Documenti: Passi tratti da manuali e saggi di storia antica, storia della geografia e storia della filosofia.
Lunghezza: Non superare le tre colonne di foglio protocollo.

Scaletta di percorso:

Introduzione: Il rinnovamento sociale nel mondo ellenico dei secoli VI e V a.C. e l’avvio della ricerca ‘scientifica’.
Sviluppo: Il viaggio è strumento di indagine (historìa) e conoscenza > Viaggi e scritti dei logografi, diffusione degli studi e teorie di filosofi milesi e Pitagorici > Rinnovata concezione della Terra; Influssi ideologici nella contrapposizione tra Oriente persiano e Occidente greco.
Conclusione: Riflessione sul contrasto tra la cultura occidentale e quella orientale, che ha caratterizzato la storia dalla guerra di Troia fino ai nostri giorni.

 

Titolo: Il viaggio come strumento e occasione di ricerca e di conoscenza

Svolgimento: 
Il mondo ellenico nel corso dei secoli VI e V a.C. assistette ad un grande rinnovamento sociale, in concomitanza con rilevanti conquiste politiche e progressi economici: la nuova ottica di apertura verso la realtà circostante diede l’avvio ai primi segnali di ricerca ‘scientifica’ in ambiente greco.
Mai prima d’allora l’uomo si era sentito così consapevole della possibilità umana di spaziare, sia in ambito intellettuale che geografico: l’affermarsi del criterio di indagine e di osservazione messo a fuoco dai fisici milesii, i filosofi della φύσις, lo sviluppo dei commerci, il crearsi progressivo di una sempre più fitta rete di traffici, la vasta diffusione di colonie fino ai punti più remoti del Mediterraneo sia orientale che occidentale, infusero nell’uomo greco l’impressione che il mondo non fosse poi tanto smisurato ed inconoscibile, ma fosse in attesa che qualcuno osasse percorrerlo in lungo e in largo, pronto ad offrire, a chi avesse il giusto spirito e fosse disposto ad affrontarne i rischi, i tesori della scoperta e della conoscenza.

Non ci stupisce quindi che, tra coloro che spesero parte della loro vita a viaggiare, non solo per necessità pratiche, ma spronati dal desiderio di sperimentare nuove cose e di apprendere diversi saperi, la tradizione riporti i nomi di personaggi a noi già noti, come gli stessi filosofi di Mileto (Talete si sarebbe spinto fino all’Egitto, dove avrebbe appreso i fondamentali princìpi geometrici; Anassimandro si sarebbe recato più volte a Sparta e avrebbe preso parte alla fondazione di Apollonia sul Ponto Eusino, cioè il Mar Nero) e Pitagora, che si racconta abbia visitato i più importanti centri religiosi della Grecia, dell’Egitto e del Medio-Oriente, al fine di ricevere le iniziazioni ai diversi culti e apprenderne i misteri, oltre che il sapere matematico.
Del resto è risaputo che il viaggio è strumento di conoscenza fondamentale e naturale per il filosofo, oltre che metafora costante del suo ideale di vita.
Il termine greco esprimente l’indagine è ἱστορία (= historìa); già nel corso del VI secolo con questo termine si indicava un’attività di ricerca condotta personalmente da chi, spinto dall’interesse per le origini di miti e credenze, curioso indagatore ed interprete più o meno razionale di vicende relative a genti e terre straniere, intraprendeva viaggi, intervistava persone, traduceva racconti, raccoglieva un vasto ed interessante materiale riguardante migrazioni, fondazioni, genealogie, e metteva tutto per iscritto:

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La scienza geografica in ambiente greco

Ben si sa dell’origine greca della parola geografia: effettivamente, benché almeno fino al IV secolo a.C. tale termine non si trovi attestato, tuttavia il complesso di fenomeni da cui si sarebbe sviluppata tale disciplina attirava già da tempo la curiosità del popolo greco, atto per natura alla ricerca e allo studio.
Tale interesse non si limitava a conoscenze generalizzate, ma si soffermava spesso a considerare criticamente e, oserei dire, con spirito scientifico, le informazioni raccolte. E quando il tentativo di rielaborare le suddette informazioni si tradusse nell’organizzazione di tutte queste conoscenze in una sintesi organica, intenzionalmente lontana dalle descrizioni empiriche dei portolani e dei resoconti ad essi affini, la geografia divenne scienza e s’inquadrò in un sistema speculativo, confluendo nel filone della filosofia naturalistica.
Lo spirito di avventura tipico degli antichi Greci e la curiosità peculiare alla loro indole spinsero presto alcuni esponenti di questo popolo a dar libero sfogo ai viaggi, alle esplorazioni, alla ricerca e all’osservazione nei vari campi del sapere, comprese l’indagine geografica e quella relativa ai fenomeni geofisici ed astronomici.
Gettiamo lo sguardo sugli abitanti delle città greche che sorgevano sul litorale ionico dell’Asia Minore, e anche ai coloni che si stanziarono ad occidente, sulle coste della Magna Grecia (e cioè della Sicilia e dell’Italia Meridionale): per le loro particolari condizioni, di Greci geograficamente lontani dalla madrepatria, quotidianamente alle prese con la vicinanza e l’ingerenza di popoli barbari pronti ad assoggettarli politicamente e culturalmente, erano purtuttavia partecipi di uno spirito più libero, più individualistico e non condizionato dai vincoli delle tradizioni patrie, sebbene si mantenessero pienamente coscienti della propria identità nazionale e della propria civiltà. La loro intraprendenza e la loro creatività, favorite dalla posizione geografica, consentì un più rapido sviluppo economico, condusse alla realizzazione di libere istituzioni sul piano politico e alla nascita di nuove manifestazioni culturali, quali la poesia lirica, la storiografia e la filosofia.
Proprio sulle coste asiatiche della Ionia, a diretto contatto con i popoli e le culture dell’oriente, due città greche in particolare, Mileto e Focea, furono tra le protagoniste dell’espansione ellenica nel Mediterraneo, soprattutto verso occidente (ricordiamo che Focea fu la metropoli, cioè la città-madre, di Marsiglia). Esse rappresentavano importantissimi punti di scalo per il commercio con l’Oriente.
Mileto divenne presto il maggior porto di confluenza, nonché punto di raccordo, dei traffici tra Oriente e Occidente; ebbe così l’occasione di diventare un importante centro di smistamento, non solo di merci ma anche di informazioni e di conoscenze, di notizie di ogni genere provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo e anche da terre e regioni più lontane e sconosciute.
Immaginiamo quanti racconti curiosi e pittoreschi dovessero circolare fra le banchine, le botteghe e le vie di Mileto, e quali contenuti ed argomenti costituissero i discorsi di marinai, commercianti, sacerdoti e uomini di studio, o di quanti altri, appartenenti alle più disparate razze e culture, facessero scalo in questo porto, incontrandosi ed intrecciando i loro interessi e i loro affari, creando un caleidoscopio variopinto di idiomi, di costumi e di esperienze.
A Mileto, dunque, le condizioni furono ottimali per la nascita, negli anni a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., della filosofia della φύσις (physis = natura), altrimenti definita fisica o naturalista.

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Etimologia dello Straniero

Alcune considerazioni etimologiche a ruota libera:

STRANO – ESTRANEO – STRANIERO: sono tre termini che derivano dalle preposizioni latine ex e extra, che implicano il concetto di fuori, all’esterno.
Credo che anche XENOS derivi da ἐξ, la preposizione greca corrispondente alla latina ex: quindi xénos indicherebbe un riferimento alla non appartenenza alla comunità, come già evidenziato nei post precedenti.

Omero adopera il termine xénos con il significato di “ospite, legato con altri per vincoli di reciproca solidarietà, sotto la protezione di Zeus Xenios“, condizione che poteva riguardare anche un Greco, oppure di “straniero accolto in ospitalità“, ma già per Esiodo significava prevalentemente “straniero” nel senso di “estraneo, forestiero” (Rocci).
Da qui, il percorso semantico della parola procede fino a giungere al significato estremo di mercenario e, oggi, all’accezione di estraneo, diverso e intruso… (Difficile non pensare, analogamente, al rapporto etimologico che intercorre tra i termini latini hospes, che indica indifferentemente l’ospitato e l’ospitante, e hostis, il nemico ‘esterno’).

Ma visto che l’origine del termine proviene dall’area mediterranea, estendo l’osservazione: … e scopro con grande interesse che il concetto legato alla parola araba che indica lo straniero (al ajnabi/ al aja’nib) fa intendere l’ospite come “quello di fianco” anziché “quello dal di fuori” delle derivazioni linguistiche indoeuropee…

Il momento di mettere in discussione la propria mentalità in rapporto all”altro’ dovrebbe essere giunto da tempo, ormai: siamo in forte ritardo rispetto alle imperanti esigenze dettate dalle nostre società inevitabilmente multiculturali…

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Interpretazione molto suggestiva, che accosta l’immigrazione magrebina a quella italiana: Radiodervish, Amara terra – regia di Franco Battiato.