Indoeuropeo: isolato alla nascita per eurocentrismo?

Intervista a Giovanni Semerano
di Beppe Sebaste

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel “mito”, in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali.
In Semerano, come già per gli umanisti del ‘400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del “decostruzionismo” di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano. Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto “infinito”, e invece significa “polvere” (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – “l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” – in: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”. Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico “apar” e l’accadico “eperu” (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (“la tua discendenza sarà come ‘afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: “Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano”. Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.

L’Uomo (Ulisse)

di Lucilla Giagnoni

… Ulisse è l’uomo che suscita ammirazione perché vuole sempre andare avanti; la sua curiosità, la sete di conoscenza, è il solo valore che possa davvero nobilitare e distinguere dalle bestie e quella sete è il motore del progresso, un progresso che ci ha portati fino alla luna, agli antibiotici, all’atomica e alla mappa del dna.
Ulisse è l’uomo. E’ soldato, sentinella, pilota, arciere, narratore, oratore, costruttore di navi, navigatore.
Ulisse è colui che si camuffa: da pazzo, da mendicante, da animale.
Uno Nessuno e Centomila. Ulisse l’attore. L’ipocrita. Attore in greco si dice ὑποκριτής. Colui che sa ingannare.
Ulisse, l’eroe per eccellenza, è in fondo all’Inferno. E ci finisce per i suoi inganni, per le sue frodi. Ulisse penetra nella città assediata di Troia, lo racconta Omero nell’Odissea, dopo essersi fatto sfregiare la faccia a colpi di frustate pur di sembrare un transfuga. A dirla così mi viene in mente Hannibal the cannibal. Raggiunge Elena e la convince a tradire, ma sopraggiunge Ecuba la regina. Ulisse riesce rapidamente a cambiare faccia e a commuovere la regina madre, convincendola a lasciargli salva la vita e a farlo tornare incolume all’accampamento.

Con la spartizione delle schiave Ecuba finirà ad Ulisse. E questo invece lo racconta Euripide.
Il mito racconta che, condannata alla lapidazione per aver ucciso un greco che le aveva ucciso un figlio, il primo a scagliare una pietra contro di lei sarà Ulisse.
Ed è sempre Ulisse a lanciare Astianatte, il figlio di pochi mesi di Ettore, l’eroe dei Troiani, il figlio del nemico, giù dalle mura della città.
Odisseo viene da Odùssomai  e vuol dire sono odiato.
Lui sceglie di chiamarsi Oudéis-Nessuno. L'”odiato” è quello che penetra nel sistema per distruggerlo dal di dentro.
Quel Nessuno. Nascosto nel ventre del cavallo entra a Troia e la distrugge; nascosto dietro al nome di Nessuno penetra, non invitato, nella caverna immacolata del gigante Polifemo. Il gigante si rivela pericolosissimo e lui lo acceca. Odisseo è la figura archetipica su cui si fonda l’intera civiltà occidentale.
E’ una figura così forte che supera i confini della nostra civiltà: si dice che il Mullah Omar (lo scrive Salvatore Settis nel suo recente saggio Il futuro del classico) il capo dei talebani, quello che è sfuggito alla cattura degli americani in Afghanistan col motorino, quello cieco, il distruttore delle statue dei Budda, subito dopo le stragi dell’11 settembre abbia paragonato l’America a Polifemo, “un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare nome. Un gigante accecato da un Nessuno”. Nessuno sconquassa l’America.
Certo Ulisse è l’uomo che si deve difendere. Perché il mondo è più grande di lui. Si difende con tutte le sue forze ma gli piace anche. Si difende ma, quando lo fa, è l’apocalisse. Nulla è più come prima.
Apocalisse vuol dire cambiamento.
Ulisse cambia il mondo. Lo riordina a modo suo.
E spesso con la violenza e il terrore. Lo sovverte.
Non so se Nessuno in fondo potrebbe essere quello che chiamiamo un terrorista.
Ma un terrorista sicuramente è un nessuno.
Fa pensare che l’eroe, il mito su cui si fonda la nostra civiltà sia proprio Ulisse.

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: Vergine Madre’

Leonardo Roperti, Ulisse nella terra di nessuno
olio su tela cm 50 x 70 – 2003

 

Pioggia e la sposa

Beppe Fenoglio (1922-1963)

Un ragazzino costretto a camminare per ore sotto i fulmini e la pioggia scrosciante, in mezzo ai boschi delle Langhe piemontesi, in compagnia della zia, ostinata e determinata, e dell’insicuro cugino prete, goffo e spaurito, per raggiungere una festa di nozze al cui pranzo la zia non vuole assolutamente rinunciare.

voce e video: monica mainikka

 

Favola di Santa Lucia

di Giannino Guareschi

 

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno.
Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.
La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.
Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.

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Il ritorno di Ulisse 13-17

“Svegliati, soldato! È ora di tornare a casa!”
Finalmente. È da due interminabili settimane che aspetto queste parole!
È stata la guerra più lunga che io abbia mai combattuto, questa.
Son soldato da quando avevo sette anni, il mio codice è “Ulisse 13-17” e il mio compito è quello di bloccare le reti nemiche per permettere ai soldati incaricati di rubare le trasmissioni televisive dalle case.
Poveretti gli abitanti. La televisione è di vitale importanza: accesa notte e giorno, permette loro di vivere. Tolta la tv, i malcapitati impazziscono. È naturale, provato scientificamente! Non fai altro che guardare la televisione da quando nasci, impari a parlare, a relazionarti, perfino a mangiare e a fare tutte quelle altre azioni abituali che noi del Governo impariamo naturalmente. Il nostro capo non permette di accenderla ai suoi funzionari, solo alla gente comune. È un modo semplice ed efficace per tenerli a bada, per controllarli e, quando serve, per sbarazzarsi di loro.
La guerra che abbiamo combattuto in queste settimane è stata la guerra di Troia, che si trova più o meno oltre il parco Verdi, attraversando il canale e poi a sinistra. È un paesino tanto piccolo quanto pericoloso. Ancora non ho capito bene le cause che hanno scatenato il conflitto, ma credo che si sia trattato di una mela. L’hanno chiamata “mela della discordia”, visto che è da millenni che va di moda cominciare le guerre e le dispute a causa di questo frutto. Prima c’è stata una certa Eva, poi Elena e via tutte le altre!
Ma finalmente è finita: tredicimila persone in cura nel nuovo psicospedale e ben settemila morte cerebralmente. Ben fatto!
È ora di tornare a casa. Mi alzo dalla scrivania, stacco il computer e mi preparo a muovere le gambe, ferme immobili per due lunghe settimane. Sono davvero stanchissimo! In compenso le braccia si sono tenute in forma, ho i calli alle dita e la colonna vertebrale ha preso la forma della poltrona. È stata davvero una guerra pesante e faticosa! Apro la porta e mi incammino a passo pesante verso l’ascensore. Non ho intenzione di fare quattro piani a piedi! Ovviamente la fortuna non è dalla mia parte e come sempre cerca di mettermi i bastoni tra le ruote o, in questo caso, ha pensato bene di incollare all’ascensore un tablet con una bella scritta arricciata che mi informa gentilmente che ‘l’ascensore è fuori uso’. In poche parole mi invita a farmela a piedi. Sbuffando scendo il primo scalino, il secondo, poi il terzo e, naturalmente, inciampo. Alla fine della rampa mi ritrovo faccia a faccia con un paio di calzini di nylon passati da giorni, calzati ai piedi della signora Circia, una vecchia strega prova vivente dell’esistenza dei libri. Ci mancava solo questa! Con la sua faccia rinsecchita, rovinata dalla chirurgia plastica che ai suoi tempi andava di moda, mi fa un sorrisetto complice e io capisco che non posso far altro che accettare una tazza di tè. Entro a malincuore in quel buco e subito il ronzio della televisione cattura la mia attenzione. Ci sediamo, mi offre una tazza di tè ancora fumante e piano piano le mie preoccupazioni vanno placandosi, i miei pensieri sono soffocati dalla miriade di parole sputate dallo schermo. Passano le ore, la mia schiena si sta conformando con il divano, la mia testa ha perso il controllo dei pensieri e la mia tazza sempre piena mi esorta a restare. All’improvviso un telefono squilla dall’altra parte della stanza e mi permette di tornare in me. Con eleganza e gentilezza saluto la strega ed esco, distogliendo l’attenzione dai programmi di prestigio perennemente ronzanti sullo schermo.
Devo farcela, dico tra me e me, mancano solo tre piani. Mi reggo saldamente al corrimano, inutilizzato da anni, pronto per muovere un passo sulla scala. Un piede, poi l’altro, non è così difficile! Ho sopportato la guerra, queste scale non mi fanno poi così paura! Ma all’improvviso intravedo qualcosa, qualcosa di veloce che mi sta arrivando diritto sulla caviglia. È un modellino antico di Ferrari telecomandato, modernizzato con schermo e decoder incorporato. So benissimo di chi può essere! Di Sceila e Cariddie, le due fastidiose gemelle del secondo piano. Se hai poco più di vent’anni, lavori per lo stato, ti chiami Ulisse e magari abiti anche sotto di loro, sei indubbiamente sulla loro lista nera. Faccio l’indifferente e le aggiro, senza guardarle negli occhi, così me la cavo, ritrovandomi solo con qualche freccetta nei capelli e un paio di gomme da masticare appiccicate artisticamente sulla giacca. Mancano solo due rampe, la prima la passo senza problemi, mi ci sto quasi abituando! Al primo piano c’è un bar, famoso per l’ospitalità e la cortesia. Una musica delicata e coinvolgente mi attira a sé, facendomi ritrovare all’interno del “bar dei Feaci”, dove stanno trasmettendo l’ultima puntata di: “T’incanto e ti porto via”.
Il mio bisogno di parlare con qualcuno dopo giorni di solitudine prende il sopravvento e, con molto piacere, il proprietario del bar mi asseconda, discutendo del più e del meno.

Leonardo Roperti

Ma passa altro tempo e io sarei già dovuto essere tornato dalla mia compagna Penelope e da Tem, il mio piccoletto. Saluto in tutta fretta e mi precipito, per quanto sia possibile, verso il piano terra, dove c’è il mio piccolo appartamento. Finalmente a casa! Ansimando passo la tessera sul riconoscitore automatico e la porta si apre. Il viso di mia moglie seduta sul divano subito mi rassicura, calmandomi e facendomi dimenticare la dura esperienza appena finita. Già, è proprio tutto finito. Mi rannicchio vicino a lei e in quel momento Tem viene a salutarmi saltellando, felice che io stia bene. Nei suoi occhi posso leggere l’entusiasmo e la voglia di sapere tutti i dettagli della guerra, l’esito e i particolari. Lo prendo in braccio, e comincio a raccontare..

Alice ’96

Le dottrine pitagoriche

A Crotone, in Calabria, l’esule Pitagora originario di Samo insegnava ai suoi discepoli che il principio costitutivo di tutto consisteva nei numeri e che tutta la natura e i suoi fenomeni (periodicità stagionali, cicli temporali, cicli biologici…) erano regolati da precise leggi numeriche: la natura veniva per la prima volta indagata secondo un criterio quantitativo e matematico, e il mondo greco compiva così un grosso passo in avanti nell’impostazione del metodo scientifico.
Sembra che Pitagora avesse costituito la sua scuola secondo i criteri di un ordine religioso: le sue dottrine dovevano probabilmente costituire per i discepoli un mezzo per realizzare il modus vivendi imposto alla comunità. Gli adepti sottostavano a precise regole di vita e l’insegnamento, con tutta probabilità esclusivamente orale, era strettamente segreto e riservato agli iniziati.
Al maestro fondatore della scuola fu attribuita presto un’autorità quasi divina ed acquisì ancora in vita un’aurea di sovrumanità, diventando oggetto di venerazione da parte di discepoli e seguaci. Cosicché sulla sua vita e sul suo effettivo ed originario insegnamento non possediamo quasi nulla di attendibile. Gli unici scritti che riguardano la scuola pitagorica e il suo fondatore derivano da testimonianze molto posteriori e non ci consentono di distinguere tra le dottrine originarie e i contributi successivi: per analizzare quindi il pensiero a lui tradizionalmente attribuito, conviene evitare pertanto di riferirsi a Pitagora; meglio trattare invece delle “dottrine dei Pitagorici’”.

mainikka

 

 

 

Le teorie scientifiche dei greci d’occidente

Eredi e continuatori degli studi filosofici e scientifici iniziati dai filosofi ionici furono altri greci, anch’essi geograficamente ormai lontani dalla terra che aveva dato i natali ai loro antenati: i Greci delle colonie d’occidente.

Essi svilupparono e ampliarono in modo formidabile gli studi e le scoperte, interessandosi ai diversi campi del sapere, da quello letterario a quello scientifico, incentivati anche dall’intenso fiorire delle attività commerciali e di quelle tecnico-artigianali. Grazie alla loro intraprendenza e alla loro abilità raggiunsero esiti di ricerca tali, in ambito sia tecnico che intellettuale, che costruirono le basi su cui ancora oggi si fonda la nostra cultura.
Essi, come già era avvenuto per i Greci d’Asia, “crearono una sorta di multiforme habitat politico-culturale: l’impronta di straordinaria originalità che lo caratterizzò fu determinata dall’incontro della civiltà greca con le culture locali, nonché dalla necessità di far fronte a condizioni ambientali sotto ogni aspetto molto diverse da quelle originarie. La disponibilità di terreni vasti e fertili, la presenza di vie commerciali (per terra e per mare) che collegavano aree dove si producevano beni di grande valore, i contatti con culture eterogenee e stimolanti, e infine l’orgoglio del povero che, costretto a emigrare, vuole dimostrare le sue capacità e affermarsi sino a superare in prosperità gli ex concittadini rimasti in patria: tutto ciò e altro ancora contribuì a realizzare il miracolo dei Greci d’Occidente.” (V. M. Manfredi).

 mainikka

 

 

I primi peripli e portolani

Gli antichi pionieri del Mediterraneo che tentavano nuove rotte si affidavano innanzitutto alla propria perizia, frutto di anni di navigazione, ma anche ad informazioni indirette, a congetture basate sulla presunta analogia morfologica e climatica delle coste ed infine… alla buona sorte!
Una volta sperimentato un itinerario, la conoscenza e la prevedibilità delle condizioni climatiche ed ambientali che avrebbero caratterizzato il percorso sarebbero potute servire ad altri che intendessero ripercorrere la stessa rotta od ampliarla od utilizzarla solo in parte. Cominciarono così a diffondersi, presumibilmente fin dall’VIII secolo a.C. (è questa l’epoca dell’inizio del grande processo di colonizzazione che spinse i Greci a cercare nuove sedi), scritti in prosa o in versi che raccoglievano informazioni utili per i naviganti. Si trattava per lo più di portolani, cioè di manuali composti per l’utilizzo pratico, al fine di ragguagliare i naviganti circa l’esatta conformazione delle coste, la localizzazione di insenature, isole, golfi, porti naturali… La descrizione era, secondo i casi, più o meno particolareggiata; l’attenzione era principalmente posta sui punti favorevoli all’approdo e sulla presenza di fiumi che consentissero l’approvvigionamento di acqua dolce.
Le informazioni potevano comprendere, inoltre, le condizioni tecniche degli approdi, e quasi sempre descrivevano i luoghi anche sotto il profilo etnografico, soffermandosi sulle usanze delle popolazioni locali, sulle risorse del territorio da loro occupato e sulle possibilità di commerciare con esse.
In ambiente greco questi scritti erano intitolati genericamente Periplo (circumnavigazione) o Periegesi (descrizione).
I luoghi, gli aspetti caratteristici e in generale tutti i fatti ritenuti utili erano descritti nell’ordine in cui essi si presentavano nel corso della navigazione, seguivano cioè un criterio unidimensionale. Le distanze fra i vari approdi erano calcolate in giornate di navigazione e risultavano pertanto abbastanza relative.
Lo scopo esclusivamente pratico di tali scritti e il loro carattere empirico e totalmente lontano da intenti scientifici possono giustificare il fatto che, spesso, vi si trovassero anche elementi fantasiosi, credenze bizzarre, racconti e descrizioni di fatti ed esseri straordinari, prodigi meravigliosi, magari relativi a fenomeni naturali inconsueti: nel portolano, a tutto ciò si prestava, a seconda dei casi, maggiore o minore fede, ma è evidentemente che tali digressioni, facendo breccia sulla curiosità dei più, ne favorivano la rapida diffusione.

Il periplo più antico di cui ci sia giunta notizia è quello di Scilace (meglio identificato come Periplo dello Pseudo Scilace, un periplo del Mediterraneo databile al IV sec. a.C.. Si tratta di un codice unico e lacunoso, il Parisinus 443 suppl. del VI secolo a.C., che noi possediamo solo in una rielaborazione più tarda, del IV sec. a.C.): in esso si possono osservare tracce di elementi risalenti all’epoca arcaica.

Il periplo più ampio è quello di Artemidoro di Efeso (100 a.C.): la sua opera in XI libri, Geographoùmena, è andata perduta, ma se ne sono conservati estratti in Strabone, Plinio, Diodoro Siculo, Ateneo di Naucrati, Porfirio, Marciano di Eraclea, Stefano di Bisanzio, Costantino VII Porfirogenito, nonché negli scolii ad Apollonio Rodio.

Possiamo individuare riferimenti a portolani antichi anche nei poemi omerici:
troviamo, ad esempio, tracce di un antico portolano in un passo tratto dall’Iliade (XIV, 225ss), che descrive il viaggio di Era compiuto in volo dall’Olimpo alla Troade:
Era, temendo che Zeus dall’Ida, su cui si trova, possa intervenire a favore dei Troiani mentre Poseidone si sta prodigando ad aiutare i Greci, decide di raggiungere e sedurre il consorte, in ducendolo all’amore e al torpore con l’aiuto delle arti divine rispettivamente di Afrodite e del Sonno:

Lei andava, Afrodite, la figlia di Zeus in casa: Era invece in un volo lasciò la vetta dell’Olimpo, e trascorrendo sulla Pieria e l’amena Ematia si lanciò verso i monti ne vosi dei Traci allevatori di cavalli, con le loro altissime cime, senza toccare terra coi piedi.
Poi dall’Atos si diresse sopra il mare on doso e giungeva a Lemno, la città del divino Toante.
Qui incontrò il Sonno, fratello della Morte. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva …

Era convince il Sonno ad addormentare Zeus dopo l’amplesso con lei, promettendogli in moglie una delle Grazie, come segno di ricono scenza. Il Sonno acconsente.

Quando (Era) ebbe pronunciato il giura mento si mossero tutti e due lasciando la città di Lemno e poi di Imbro. Erano vestiti di nebbia, facevano il viaggio di volo.
Giunsero così all’Ida ricca di sorgenti, ma dre di fiere, e precisamente a Letto, dove subito lasciarono il mare.
Poi si avviavano per terra, le cime dei boschi si agitavano sotto i loro piedi. Allora il Sonno si fermò prima di incontrare gli occhi di Zeus.…
Era intanto raggiungeva in fretta il Gargaro, una cima dell’alta Ida: e subito la scorse Zeus adunatore dei nembi.
(Il. XIV, 225ss, trad. di Giuseppe Tonna)

Questo itinerario ricalca chiaramente una rotta frequentemente praticata dai naviganti del periodo arcaico: partendo dal monte Olimpo attraversa a nord la regione della Pieria ed Ematia, in Macedonia, percorre quindi il mare dei Traci fino a scorgere il monte Atos, che si trova nella penisola calcidica, nel mar Egeo settentrionale; continua ancora sul mare fino all’isola di Lemno e cita la città di Imbro; si conclude infine nella Troade, a Capo Letto, che costituisce l’estrema propaggine della catena dell’Ida, sulla cima Gargaro.
mainikka