Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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Il primo Adam è la creazione archetipica dell’Uomo, contenente in sé il principio femminile e il principio maschile

καὶ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν ἄνθρωπον
κατ’ εἰκόνα θεοῦ ἐποίησεν αὐτόν
ἄρσεν καὶ θῆλυ ἐποίησεν αὐτούς
(Gen. I, 27)

Animus e Anima, per dirla secondo Jung, cioè il principio maschile e il principio femminile, coesistono nell’Archetipo umano appena creato: l’Adam (questo termine ebraico è un sostantivo collettivo, mai usato al plurale nel testo biblico).
Solo successivamente Dio distingue questo ἄνθρωπος in due specie, l’uomo e la donna: in effetti la creazione dell’uomo si trova sia nel primo che nel secondo capitolo della Genesi; in genere per gli studiosi si tratta di disorganicità, come se il testo provenisse da fonti diverse male assemblate, ma questa apparente mancanza di unità potrebbe dimostrare una molteplicità logica di atti creativi: prima la creazione dell’Uomo, l’Archetipo, il genere Uomo fatto ad immagine di Dio (nel Logos, nell’intelletto) e poi, nel secondo capitolo, la creazione dei due esseri individuali, che partecipano dell’Archetipo e contengono quindi in sé entrambi principi, l’Animus e l’Anima.

mainikka

Il bacio

(Monologo ispirato dal dipinto di Francesco Hayez)

Cosa spinge un uomo a lasciare la propria terra per difenderla?
Che cosa lo porta ad abbandonare la propria casa, il proprio paese?
Non ho nulla che mi tenga qui, che mi leghi a queste mura! Non hanno visto morire mio nonno, mio padre e non vedranno morire nemmeno me.
Mi è rimasto solo un colore.. Il verde; il colore dei suoi occhi, il colore della mia speranza. Mi sono rimaste le sue lentiggini sulla pelle chiara, i suoi capelli color del sole e le sue labbra pallide… Mi è rimasta lei.
Forse è questa l’ancora che permette di rimanere umano, di provare nostalgia anche quando il tuo unico destino è quello di uccidere anime peccatrici come la tua, capitate nel centro di una scacchiera, nelle sporche mani di ricchi giocatori perversi. Forse è quel blocco alla gola che ti distrae dai proiettili, quella piega del suo sorriso, che quasi fa passare inosservato il fiume di sangue.

Una ventata d’aria gelida mi arrossa le guance, distogliendomi dal vortice di pensieri che da giorni si accumulano nella mia povera testa. No, non posso partire senza averla rivista per un’ultima volta…
Mi incammino su per la strada che ho percorso per tutta una vita, tra rovi, fiori, sassi e piume. Lucrezia vive lì, nella casa color del glicine, a pochi passi dal precipizio, che prima veniva usato per sbarazzarsi dei corpi nemici.
Appena la vedrò le dichiarerò tutto il mio amore, le dimostrerò tutto quel che in questi anni ho tenuto dentro di me, come un fuoco che brucia all’interno! La prenderò tra le braccia e le prometterò di ritornare, di rimanere per sempre al suo fianco!

Arrivato al portone, do un colpo al battente. Mi preparo, sistemo il bavero e aspetto che l’uscio si apra. Passano i minuti e un inquietante silenzio avvolge me e la vecchia casa, preparandomi al peggio. Mi avvicino al pomello e lo giro, provocando un cigolio di cardini arrugginiti. Davanti a me si para un enorme salotto, decorato con ornamenti e insegne di merito, che infondono un eccessivo senso di inferiorità. Sono sicuro di non trovarla, così mi dirigo a passo svelto verso il retro, scendo le scale di marmo freddo e la vedo: fasciata in un corpetto blu che risalta la sua figura esile, i boccoli che come una cascata le scivolano sulla schiena e un’ombra, vicino a lei, che le cinge i fianchi e con brama le bacia le labbra.

Tutti i miei pensieri si arrestano, un brivido crudo e agghiacciante mi percorre la schiena, prendendo il possesso del mio corpo. Le mie mani cercano a vuoto un appiglio, ma si imbattono in un arnese di pietra e, senza preoccuparsi di riconoscerlo, riescono a scagliarlo verso l’uomo. Un urlo, poi più nulla. La ragazza è in lacrime, davanti al corpo inerte del suo amante. Mi osserva, il suo sguardo è un misto tra incredulità e orrore, ma ormai la mia coscienza è morta, insieme allo sconosciuto. Sto per colpire anche lei quando improvvisamente i sensi di colpa mi travolgono. Comincio a correre, forse diretto all’inferno, l’unico posto in cui mi merito di finire. Mi lascio prendere dalla foga della corsa, dalla mia voglia di lasciarmi dietro un peso portato da troppi anni. L’aria che mi circonda è fredda e le mie ossa si fanno piano piano sempre più leggere. Ho voglia di volare. Una parte di me sa bene quel che sto facendo, sta vedendo la mia pazzia, ma si rassegna a un’inevitabile fine. Alzo gli occhi e, dirigendomi verso il precipizio, attendo di raggiungere le stelle.

Alice ’96

Il ritorno di Ulisse 13-17

“Svegliati, soldato! È ora di tornare a casa!”
Finalmente. È da due interminabili settimane che aspetto queste parole!
È stata la guerra più lunga che io abbia mai combattuto, questa.
Son soldato da quando avevo sette anni, il mio codice è “Ulisse 13-17” e il mio compito è quello di bloccare le reti nemiche per permettere ai soldati incaricati di rubare le trasmissioni televisive dalle case.
Poveretti gli abitanti. La televisione è di vitale importanza: accesa notte e giorno, permette loro di vivere. Tolta la tv, i malcapitati impazziscono. È naturale, provato scientificamente! Non fai altro che guardare la televisione da quando nasci, impari a parlare, a relazionarti, perfino a mangiare e a fare tutte quelle altre azioni abituali che noi del Governo impariamo naturalmente. Il nostro capo non permette di accenderla ai suoi funzionari, solo alla gente comune. È un modo semplice ed efficace per tenerli a bada, per controllarli e, quando serve, per sbarazzarsi di loro.
La guerra che abbiamo combattuto in queste settimane è stata la guerra di Troia, che si trova più o meno oltre il parco Verdi, attraversando il canale e poi a sinistra. È un paesino tanto piccolo quanto pericoloso. Ancora non ho capito bene le cause che hanno scatenato il conflitto, ma credo che si sia trattato di una mela. L’hanno chiamata “mela della discordia”, visto che è da millenni che va di moda cominciare le guerre e le dispute a causa di questo frutto. Prima c’è stata una certa Eva, poi Elena e via tutte le altre!
Ma finalmente è finita: tredicimila persone in cura nel nuovo psicospedale e ben settemila morte cerebralmente. Ben fatto!
È ora di tornare a casa. Mi alzo dalla scrivania, stacco il computer e mi preparo a muovere le gambe, ferme immobili per due lunghe settimane. Sono davvero stanchissimo! In compenso le braccia si sono tenute in forma, ho i calli alle dita e la colonna vertebrale ha preso la forma della poltrona. È stata davvero una guerra pesante e faticosa! Apro la porta e mi incammino a passo pesante verso l’ascensore. Non ho intenzione di fare quattro piani a piedi! Ovviamente la fortuna non è dalla mia parte e come sempre cerca di mettermi i bastoni tra le ruote o, in questo caso, ha pensato bene di incollare all’ascensore un tablet con una bella scritta arricciata che mi informa gentilmente che ‘l’ascensore è fuori uso’. In poche parole mi invita a farmela a piedi. Sbuffando scendo il primo scalino, il secondo, poi il terzo e, naturalmente, inciampo. Alla fine della rampa mi ritrovo faccia a faccia con un paio di calzini di nylon passati da giorni, calzati ai piedi della signora Circia, una vecchia strega prova vivente dell’esistenza dei libri. Ci mancava solo questa! Con la sua faccia rinsecchita, rovinata dalla chirurgia plastica che ai suoi tempi andava di moda, mi fa un sorrisetto complice e io capisco che non posso far altro che accettare una tazza di tè. Entro a malincuore in quel buco e subito il ronzio della televisione cattura la mia attenzione. Ci sediamo, mi offre una tazza di tè ancora fumante e piano piano le mie preoccupazioni vanno placandosi, i miei pensieri sono soffocati dalla miriade di parole sputate dallo schermo. Passano le ore, la mia schiena si sta conformando con il divano, la mia testa ha perso il controllo dei pensieri e la mia tazza sempre piena mi esorta a restare. All’improvviso un telefono squilla dall’altra parte della stanza e mi permette di tornare in me. Con eleganza e gentilezza saluto la strega ed esco, distogliendo l’attenzione dai programmi di prestigio perennemente ronzanti sullo schermo.
Devo farcela, dico tra me e me, mancano solo tre piani. Mi reggo saldamente al corrimano, inutilizzato da anni, pronto per muovere un passo sulla scala. Un piede, poi l’altro, non è così difficile! Ho sopportato la guerra, queste scale non mi fanno poi così paura! Ma all’improvviso intravedo qualcosa, qualcosa di veloce che mi sta arrivando diritto sulla caviglia. È un modellino antico di Ferrari telecomandato, modernizzato con schermo e decoder incorporato. So benissimo di chi può essere! Di Sceila e Cariddie, le due fastidiose gemelle del secondo piano. Se hai poco più di vent’anni, lavori per lo stato, ti chiami Ulisse e magari abiti anche sotto di loro, sei indubbiamente sulla loro lista nera. Faccio l’indifferente e le aggiro, senza guardarle negli occhi, così me la cavo, ritrovandomi solo con qualche freccetta nei capelli e un paio di gomme da masticare appiccicate artisticamente sulla giacca. Mancano solo due rampe, la prima la passo senza problemi, mi ci sto quasi abituando! Al primo piano c’è un bar, famoso per l’ospitalità e la cortesia. Una musica delicata e coinvolgente mi attira a sé, facendomi ritrovare all’interno del “bar dei Feaci”, dove stanno trasmettendo l’ultima puntata di: “T’incanto e ti porto via”.
Il mio bisogno di parlare con qualcuno dopo giorni di solitudine prende il sopravvento e, con molto piacere, il proprietario del bar mi asseconda, discutendo del più e del meno.

Leonardo Roperti

Ma passa altro tempo e io sarei già dovuto essere tornato dalla mia compagna Penelope e da Tem, il mio piccoletto. Saluto in tutta fretta e mi precipito, per quanto sia possibile, verso il piano terra, dove c’è il mio piccolo appartamento. Finalmente a casa! Ansimando passo la tessera sul riconoscitore automatico e la porta si apre. Il viso di mia moglie seduta sul divano subito mi rassicura, calmandomi e facendomi dimenticare la dura esperienza appena finita. Già, è proprio tutto finito. Mi rannicchio vicino a lei e in quel momento Tem viene a salutarmi saltellando, felice che io stia bene. Nei suoi occhi posso leggere l’entusiasmo e la voglia di sapere tutti i dettagli della guerra, l’esito e i particolari. Lo prendo in braccio, e comincio a raccontare..

Alice ’96

Acqua

di monica mainikka

 

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Si sarebbe potuti finire in una risata
Io dapprima attonita
Ferita
Magari già quella difficile serata
Mentre severo l’occhio indagatore
Ci osservava.

Tu fiero della tua conquista ed orgoglioso
Spietata ma giusta punizione per lui.
E per me.
Allora anch’io forse
Avrei sorriso. Forse…

Ma tu
Aggredito un’altra volta
Umiliato ancora e ancora
E spaurito
Ma da chi per chi e perché?

Ma che ci importerà più di lei
Di lui di loro
Se non per una dolcezza antica
Regalata

Che forse resta
Quando tu ed io finalmente
Saremo noi?

Perché ancora rancore?
Perché ancora non amore?
Perché l’acqua
Da te desiderata non è
L’acqua del mio desiderare?

Può dunque l’acqua essere
Diversa da sé?
 No.
Siamo noi
Ancora troppo lontani da noi.

mainikka

Un potere delegato

Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi.
(Genesi 2:20-21)

Tempo fa Dio concesse alla creatura umana di dominare sul creato; secondo il pensiero antico il nome è un attributo mistico e potente: l’assegnazione del nome su un essere vivente esprime la facoltà di dominarlo, di gestirlo; Dio quindi, a cui spetterebbe tale responsabilità in quanto superiore, nel comando di “dare un nome”, assegnò alla creatura umana una responsabilità DELEGATA: sbaglio o l’umanità se ne è bellamente dimenticata??

 

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cesare Pavese, Lavorare stanca