Non è un Paese per giovani – Riflessioni e proposte per la politica italiana

 E’ uscita la seconda pubblicazione di Roberto Locatelli, già autore de

Il sangue degli innocenti – I genocidi del Novecento

«Imbonitori e sciamani della politica, che nella politica sguazzano come pesci d’acqua torbida, circondati da un nugolo di servi senza faccia pronti ad azzuffarsi per garantirsi gli avanzi del padrone, in una incessante corsa al carrierismo che li possa portare ad essere i servi più prossimi del leader.»

Titolo: Non è un Paese per giovani-Riflessioni e proposte per la politica italiana
Autore: Roberto Locatelli
Anno: 2013
Collana: Collana “Koiné” – I libri di Religione, Filosofia, Sociologia, Psicologia, Esoterismo
Dimensioni: 14×20,5
Pagine: 58
Prezzo: Euro 8,00
ISBN: 9788865873199

Indoeuropeo: isolato alla nascita per eurocentrismo?

Intervista a Giovanni Semerano
di Beppe Sebaste

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel “mito”, in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali.
In Semerano, come già per gli umanisti del ‘400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del “decostruzionismo” di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano. Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto “infinito”, e invece significa “polvere” (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – “l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” – in: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”. Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico “apar” e l’accadico “eperu” (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (“la tua discendenza sarà come ‘afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: “Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano”. Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.

Carmen Silviae dicatum (A Silvia, Leopardi)

versione latina di Valeria Casadio
Silvia, meministine
tempus mortalis illud vitae tuae
cum in oculis tuis species lucebat,
ubi risus pudorque saepe erant,
cum cogitans et laeta
ad iuventutis limina ascendebas?

Quieta conclavia et viae,
quae circa sunt, sonabant
adsiduo tuo cantu
cum muliebribus rebus tu dicata
valde sedebas laeta
futura tibi fingens
beata ac vaga.

Ego studia mihi grata
aliquando relinquens et volumina,
ubi melior mei pars atque iuventus
magno labore iam consumebantur,
ex palatii fenestis patris mei
cantum tuum attendebam
et manum laboriose consuentem.
Caelum purum mirabar
auratas vias, hortos
et hic mare longinquum, illic montem:
exprimi verbis nequit
motus animi mei.

Suaves cogitationes
magnae spes moti animi
erant nobis, mea Silvia,
pulchra tunc videbantur
humana vita et fatum!
Cum talis tanta spes in mentem venit
quodam angore gravor
acerbe ac misere,
magis magisque doleo malis meis.
Eheu natura, natura
cur mortalibus aegris numquam reddis
quod antea promisisti?
Cur liberos decipere adeo vis?

Antequam herbae hieme siccarentur
secreto morbo infecta atque victa,
tenuis puella, peristi
nec florere valuisti,
numquam cor mulsit dulcis
laus vel nigrae tuae comae
vel luminum quae modo
modeste modo amanter aspiciebant,
nec festis diebus cum amicis tuis
de amoris rebus loqui potuisti.

Spes mea dulcis quoque mox perivit:
mihi quoque fors frui iuventute vetuit.
Eheu, eheu transisti, grata sodalis
adulescentiae meae,
spes mea lacrimis manans!
Num haec terra est illa,
haec amor, voluptates, opera, facta
de quibus saepe nos locuti sumus?
Hoc generis humani fatum est?
Tu, cum verum apparuit,
spes misera, cecidisti
et manu tua horridam mortem
tumulumque nudum
procul ostendis.

La Vita sulla Terra sarà men dura, quando l’Uom de la Donna non avrà più paura


Il linguaggio di una società ne esprime l’identità: quando il titolo di maestra equivarrà a quello di Maestro, o quello di segretaria al suo corrispondente maschile, quando i termini architetta, avvocata, medica non faranno più ridere né rabbrividire, significherà che la nostra civiltà avrà fatto un passo avanti.

La Vita sulla Terra sarà men dura, quando l’Uom
de la Donna non avrà più paura! ” (mainikka)

L’Uomo (Ulisse)

di Lucilla Giagnoni

… Ulisse è l’uomo che suscita ammirazione perché vuole sempre andare avanti; la sua curiosità, la sete di conoscenza, è il solo valore che possa davvero nobilitare e distinguere dalle bestie e quella sete è il motore del progresso, un progresso che ci ha portati fino alla luna, agli antibiotici, all’atomica e alla mappa del dna.
Ulisse è l’uomo. E’ soldato, sentinella, pilota, arciere, narratore, oratore, costruttore di navi, navigatore.
Ulisse è colui che si camuffa: da pazzo, da mendicante, da animale.
Uno Nessuno e Centomila. Ulisse l’attore. L’ipocrita. Attore in greco si dice ὑποκριτής. Colui che sa ingannare.
Ulisse, l’eroe per eccellenza, è in fondo all’Inferno. E ci finisce per i suoi inganni, per le sue frodi. Ulisse penetra nella città assediata di Troia, lo racconta Omero nell’Odissea, dopo essersi fatto sfregiare la faccia a colpi di frustate pur di sembrare un transfuga. A dirla così mi viene in mente Hannibal the cannibal. Raggiunge Elena e la convince a tradire, ma sopraggiunge Ecuba la regina. Ulisse riesce rapidamente a cambiare faccia e a commuovere la regina madre, convincendola a lasciargli salva la vita e a farlo tornare incolume all’accampamento.

Con la spartizione delle schiave Ecuba finirà ad Ulisse. E questo invece lo racconta Euripide.
Il mito racconta che, condannata alla lapidazione per aver ucciso un greco che le aveva ucciso un figlio, il primo a scagliare una pietra contro di lei sarà Ulisse.
Ed è sempre Ulisse a lanciare Astianatte, il figlio di pochi mesi di Ettore, l’eroe dei Troiani, il figlio del nemico, giù dalle mura della città.
Odisseo viene da Odùssomai  e vuol dire sono odiato.
Lui sceglie di chiamarsi Oudéis-Nessuno. L'”odiato” è quello che penetra nel sistema per distruggerlo dal di dentro.
Quel Nessuno. Nascosto nel ventre del cavallo entra a Troia e la distrugge; nascosto dietro al nome di Nessuno penetra, non invitato, nella caverna immacolata del gigante Polifemo. Il gigante si rivela pericolosissimo e lui lo acceca. Odisseo è la figura archetipica su cui si fonda l’intera civiltà occidentale.
E’ una figura così forte che supera i confini della nostra civiltà: si dice che il Mullah Omar (lo scrive Salvatore Settis nel suo recente saggio Il futuro del classico) il capo dei talebani, quello che è sfuggito alla cattura degli americani in Afghanistan col motorino, quello cieco, il distruttore delle statue dei Budda, subito dopo le stragi dell’11 settembre abbia paragonato l’America a Polifemo, “un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare nome. Un gigante accecato da un Nessuno”. Nessuno sconquassa l’America.
Certo Ulisse è l’uomo che si deve difendere. Perché il mondo è più grande di lui. Si difende con tutte le sue forze ma gli piace anche. Si difende ma, quando lo fa, è l’apocalisse. Nulla è più come prima.
Apocalisse vuol dire cambiamento.
Ulisse cambia il mondo. Lo riordina a modo suo.
E spesso con la violenza e il terrore. Lo sovverte.
Non so se Nessuno in fondo potrebbe essere quello che chiamiamo un terrorista.
Ma un terrorista sicuramente è un nessuno.
Fa pensare che l’eroe, il mito su cui si fonda la nostra civiltà sia proprio Ulisse.

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: Vergine Madre’

Leonardo Roperti, Ulisse nella terra di nessuno
olio su tela cm 50 x 70 – 2003

 

Shukran شكرا

di Nizzar Qabbani

شكرا

شكرا لحبك..
فهو معجزتي الأخيره..
بعدما ولى زمان المعجزات.
شكرا لحبك..
فهو علمني القراءة، والكتابه،
وهو زودني بأروع مفرداتي..
وهو الذي شطب النساء جميعهن .. بلحظه
واغتال أجمل ذكرياتي..
شكرا من الأعماق..
يا من جئت من كتب العبادة والصلاه
شكرا لخصرك، كيف جاء بحجم أحلامي، وحجم تصوراتي
ولوجهك المندس كالعصفور،
بين دفاتري ومذكراتي..
شكرا لأنك تسكنين قصائدي..
شكرا…
لأنك تجلسين على جميع أصابعي
شكرا لأنك في حياتي..
شكرا لحبك..
فهو أعطاني البشارة قبل كل المؤمنين
واختارني ملكا..
وتوجني..
وعمدني بماء الياسمين..
شكرا لحبك..
فهو أكرمني، وأدبني ، وعلمني علوم الأولىن
واختصني، بسعادة الفردوس ، دون العالمين شكرا..
لأيام التسكع تحت أقواس الغمام، وماء تشرين الحزين
ولكل ساعات الضلال، وكل ساعات اليقين
شكرا لعينيك المسافرتين وحدهما..
إلى جزر البنفسج ، والحنين..
شكرا..
على كل السنين الذاهبات..
فإنها أحلى السنين..
شكرا لحبك..
فهو من أغلى وأوفى الأصدقاء
وهو الذي يبكي على صدري..
إذا بكت السماء
شكرا لحبك فهو مروحه..
وطاووس .. ونعناع .. وماء
وغمامة وردية مرت مصادفة بخط الاستواء…
وهو المفاجأة التي قد حار فيها الأنبياء..
شكرا لشعرك .. شاغل الدنيا ..
وسارق كل غابات النخيل
شكرا لكل دقيقه..
سمحت بها عيناك في العمر البخيل
شكرا لساعات التهور، والتحدي،
واقتطاف المستحيل..
شكرا على سنوات حبك كلها..
بخريفها، وشتائها
وبغيمها، وبصحوها،
وتناقضات سمائها..
شكرا على زمن البكاء ، ومواسم السهر الطويل
شكرا على الحزن الجميل ..
شكرا على الحزن الجميل

Grazie del tuo amore
è il mio ultimo miracolo
passato il tempo dei prodigi.
Grazie del tuo amore…
mi ha insegnato a leggere, a scrivere
mi ha regalato meravigliose parole
è quel che ha annullato le altre donne…in un momento
catturando i miei più bei ricordi.
Grazie dal profondo
a te che sei apparsa dai libri del culto e della preghiera.
Grazie del tuo abbraccio che ha esteso per me sogni e immagini
e del tuo viso che si è insinuato come un uccellino
tra i miei quaderni e appunti.
Grazie perché vivi nelle mie poesie,
Grazie…
perché regni tra le mie dita
Grazie perché sei nella mia vita.
Grazie del tuo amore
mi ha dato la buona novella prima di tutti i credenti
e mi ha fatto re…
mi ha incoronato
mi ha battezzato con l’acqua del gelsomino
Grazie del tuo amore,
mi ha onorato, educato ed insegnato la scienza degli avi
mi ha concesso la felicità del Paradiso dinnanzi agli uomini.
Grazie…
dei giorni incerti sotto le volte delle nubi e l’acqua triste d’Ottobre,
degli attimi di smarrimento e di certezza.
Grazie dei tuoi occhi che viaggiano soli
verso le isole delle violette e della nostalgia.
Grazie…
di tutti gli anni trascorsi
perché sono gli anni più dolci.
Grazie del tuo amore
è il più caro e leale degli amici
è quello che piange sul mio petto
quando piange il cielo.
Grazie del tuo amore, è un’elica,
un pavone…menta…acqua,
una nuvola rosa che è passata per caso all’equatore,
è la sorpresa che disorienta i profeti.
Grazie dei tuoi capelli…distrazione del mondo,
ladri di ogni foresta di palme.
Grazie per ogni minuto…
i tuoi occhi ne sono stati generosi in un’epoca avara.
Grazie delle ore di imprudenza e di sfida
e della ricerca dell’impossibile…
Grazie di tutti gli anni del tuo amore
del loro autunno e del loro inverno,
delle nuvole e del sereno,
del reciproco contrasto del loro cielo.
Grazie per il tempo del pianto e le stagioni della lunga insonnia
Grazie per questa dolce tristezza…
Grazie per questa dolce tristezza…

Il razzismo visto da Alice

Esistono infiniti spunti per argomentare questo tema, infinite domande e infiniti dubbi a riguardo, ma anche se si trovassero le risposte, non si risolverebbe il ‘problema’.
Il razzismo, semplicemente, è la paura del diverso, paura di qualcosa di sconosciuto e, secondo me, mancanza di coraggio verso qualcosa di nuovo.
Senza andare troppo lontano e senza ricollegarmi a casi estremi, può essere chiamato razzismo anche il fenomeno per il quale le persone del mio paese sono migliori di quelle di altri, e a loro volta quelle del mio paese che non abitano nel mio condominio sono ancora inferiori; e ovviamente, per chi non vive sotto il mio tetto non posso avere una considerazione così priva di pregiudizi.
Anche nel nostro piccolo il razzismo è presente. E ogni giorno è alimentato e accresciuto dai milioni di messaggi che continuiamo a farci inculcare dai media, che nonostante la consapevolezza, ci facciamo inviare e trasmettere grazie a pubblicità, social network e programmi volti all’annullamento di qualsiasi tipo di ragionamento. Siamo abituati ad avere pensieri già elaborati, problemi già risolti e, quindi, persone già giudicate.
Esistono diversi tipi di razzismo, il più diffuso è quello verso gli extracomunitari che però, stranamente, non comprende gli americani, gli australiani o i giapponesi. Forse perché il concetto di ‘extracomunitario’ ha cambiato significato e io magari non me ne sono resa conto.
La buona frase: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ vale solo se ‘il prossimo tuo’ ha la pelle chiara, ha un lavoro, non ha troppi figli da mantenere, viene da un paese decente (secondo strani schemi che prima o poi mi farò spiegare da un razzista convinto) e soprattutto non chiede aiuto in mezzo alla strada e se ne sta nel suo. In poche parole, io lo amo se lui non mi chiede nulla e non invade la mia privacy.
La cosa più triste è vedere associazioni che fanno tanto di pubblicità con immagini di bambini poveri sorridenti, chiedendo il tuo contributo, per poi arrivare a capire che buona parte del tuo contributo finirà nella pubblicità successiva per la loro campagna ‘solidale’.
Il razzismo è una cosa ridicola. Quasi vigliacca, oserei dire. Ma a quanto pare è una sorta di protezione naturale che un uomo si crea con il passare degli anni. È una corazza che permette di sembrare forte e che dentro ti lascia vuoto. È l’autodistruzione di una società mondiale. E il bello è che abbiamo fatto tutto da soli!

Alice ’96