Il bacio

(Monologo ispirato dal dipinto di Francesco Hayez)

Cosa spinge un uomo a lasciare la propria terra per difenderla?
Che cosa lo porta ad abbandonare la propria casa, il proprio paese?
Non ho nulla che mi tenga qui, che mi leghi a queste mura! Non hanno visto morire mio nonno, mio padre e non vedranno morire nemmeno me.
Mi è rimasto solo un colore.. Il verde; il colore dei suoi occhi, il colore della mia speranza. Mi sono rimaste le sue lentiggini sulla pelle chiara, i suoi capelli color del sole e le sue labbra pallide… Mi è rimasta lei.
Forse è questa l’ancora che permette di rimanere umano, di provare nostalgia anche quando il tuo unico destino è quello di uccidere anime peccatrici come la tua, capitate nel centro di una scacchiera, nelle sporche mani di ricchi giocatori perversi. Forse è quel blocco alla gola che ti distrae dai proiettili, quella piega del suo sorriso, che quasi fa passare inosservato il fiume di sangue.

Una ventata d’aria gelida mi arrossa le guance, distogliendomi dal vortice di pensieri che da giorni si accumulano nella mia povera testa. No, non posso partire senza averla rivista per un’ultima volta…
Mi incammino su per la strada che ho percorso per tutta una vita, tra rovi, fiori, sassi e piume. Lucrezia vive lì, nella casa color del glicine, a pochi passi dal precipizio, che prima veniva usato per sbarazzarsi dei corpi nemici.
Appena la vedrò le dichiarerò tutto il mio amore, le dimostrerò tutto quel che in questi anni ho tenuto dentro di me, come un fuoco che brucia all’interno! La prenderò tra le braccia e le prometterò di ritornare, di rimanere per sempre al suo fianco!

Arrivato al portone, do un colpo al battente. Mi preparo, sistemo il bavero e aspetto che l’uscio si apra. Passano i minuti e un inquietante silenzio avvolge me e la vecchia casa, preparandomi al peggio. Mi avvicino al pomello e lo giro, provocando un cigolio di cardini arrugginiti. Davanti a me si para un enorme salotto, decorato con ornamenti e insegne di merito, che infondono un eccessivo senso di inferiorità. Sono sicuro di non trovarla, così mi dirigo a passo svelto verso il retro, scendo le scale di marmo freddo e la vedo: fasciata in un corpetto blu che risalta la sua figura esile, i boccoli che come una cascata le scivolano sulla schiena e un’ombra, vicino a lei, che le cinge i fianchi e con brama le bacia le labbra.

Tutti i miei pensieri si arrestano, un brivido crudo e agghiacciante mi percorre la schiena, prendendo il possesso del mio corpo. Le mie mani cercano a vuoto un appiglio, ma si imbattono in un arnese di pietra e, senza preoccuparsi di riconoscerlo, riescono a scagliarlo verso l’uomo. Un urlo, poi più nulla. La ragazza è in lacrime, davanti al corpo inerte del suo amante. Mi osserva, il suo sguardo è un misto tra incredulità e orrore, ma ormai la mia coscienza è morta, insieme allo sconosciuto. Sto per colpire anche lei quando improvvisamente i sensi di colpa mi travolgono. Comincio a correre, forse diretto all’inferno, l’unico posto in cui mi merito di finire. Mi lascio prendere dalla foga della corsa, dalla mia voglia di lasciarmi dietro un peso portato da troppi anni. L’aria che mi circonda è fredda e le mie ossa si fanno piano piano sempre più leggere. Ho voglia di volare. Una parte di me sa bene quel che sto facendo, sta vedendo la mia pazzia, ma si rassegna a un’inevitabile fine. Alzo gli occhi e, dirigendomi verso il precipizio, attendo di raggiungere le stelle.

Alice ’96

Acqua

di monica mainikka

 

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Si sarebbe potuti finire in una risata
Io dapprima attonita
Ferita
Magari già quella difficile serata
Mentre severo l’occhio indagatore
Ci osservava.

Tu fiero della tua conquista ed orgoglioso
Spietata ma giusta punizione per lui.
E per me.
Allora anch’io forse
Avrei sorriso. Forse…

Ma tu
Aggredito un’altra volta
Umiliato ancora e ancora
E spaurito
Ma da chi per chi e perché?

Ma che ci importerà più di lei
Di lui di loro
Se non per una dolcezza antica
Regalata

Che forse resta
Quando tu ed io finalmente
Saremo noi?

Perché ancora rancore?
Perché ancora non amore?
Perché l’acqua
Da te desiderata non è
L’acqua del mio desiderare?

Può dunque l’acqua essere
Diversa da sé?
 No.
Siamo noi
Ancora troppo lontani da noi.

mainikka

Ma tutto si può sopportare…

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,

κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ πένητα _

Saffo, Ode II, Strofe saffica minore

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voce e video: monica mainikka


Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.

Com’io ti veggio, palpitar mi sento
Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.

Muta s’intrica la mia lingua: accensa
Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.

Sudor di gelo le mie guance inonda.
Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro.

Trad. di Ugo Foscolo (1790)

Scissus ego

dal musical Notre Dame de Paris:
Phoebus canta ‘Déchiré’

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Traduzione in latino di monica mainikka:

Scissus ego,
uir sum in me partitus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque amant me
Cor meum num in duo mi secandum est?

 Scissus ego,
uir sum in me diuisus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque adorant me
Mea num culpast si homo tam beatus sum?

 Altera ad diem, ad noctem altera
ad amorem illa, ad totam uitam haec
una in aeternum, in minus temporis illa

 Scissus ego,
uir in me laceratus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque cupiunt me
Non mi tamen plus quam eis doloris est

 Scissus ego,
uir sum in me disiunctus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque diligunt me
Mea num culpast si homo talis sortis sum?

 Altera ad caelos, ad inferos altera
ad mel ea, ad fel sic ista est
huic omnia uerba sacra concepi
cum illa omnia quae promissa a me uiolata sunt

Scissus ego…..

(mainikka latine uertit)

Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
….

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Tutta la dolcezza di Saffo..

…raccolta in questo canto moderno, un mix di frammenti della Poetessa, interpretato da Αλέκα Κανελλίδου:

Ατθίδα

Σαν άνεμος μου τίναξε ο έρωτας τη σκέψη
σαν άνεμος που σε βουνό βελανιδιές λυγάει.
Ήρθες, καλά που έκανες, που τόσο σε ζητούσα
δρόσισες την ψυχούλα μου, που έκαιγε ο πόθος.
Κι από το γάλα πιο λευκή
απ’ το νερό πιο δροσερή
κι από το πέπλο το λεπτό πιο απαλή.
Από το ρόδο πιο αγνή
απ’ το χρυσάφι πιο ακριβή
κι από τη λύρα πιο γλυκιά, πιο μουσική.
Πάει καιρός που κάποτε σ’ αγάπησα, Ατθίδα
μα τότε μου ‘μοιαζες μικρό κι αθώο κοριτσάκι.
Συ που μαγεύεις τους θνητούς, παιδί της Αφροδίτης
απ’ όλα το καλύτερο εσύ ’σαι το αστέρι.

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Ad Attide:

Eros ha sconvolto il mio cuore
come vento sui monti abbatte le querce
Sei giunta, bene, ti desideravo
hai ristorato la mia anima 
che ardeva di desiderio
Sei più bianca del latte
più fresca dell’acqua
più morbida di un peplo leggero
più pura di una rosa
più preziosa dell’oro
più dolce della lira
Un tempo ti amai Attide,
allora eri piccola ancora innocente
Tu che incanti i mortali
figlia di Afrodite
di tutte sei la stella più bella.

traduzione dal neogreco di monica mainikka