Un potere delegato

Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi.
(Genesi 2:20-21)

Tempo fa Dio concesse alla creatura umana di dominare sul creato; secondo il pensiero antico il nome è un attributo mistico e potente: l’assegnazione del nome su un essere vivente esprime la facoltà di dominarlo, di gestirlo; Dio quindi, a cui spetterebbe tale responsabilità in quanto superiore, nel comando di “dare un nome”, assegnò alla creatura umana una responsabilità DELEGATA: sbaglio o l’umanità se ne è bellamente dimenticata??

 

I primordi della geografia

 Possiamo supporre che fin dai tempi più antichi l’uomo abbia sentito l’esigenza di comprendere in una visione unitaria territori e ambienti, e quindi di rappresentarli, sia pure in forme rudimentali. La rappresentazione descrittiva e figurativa della Terra, che l’umanità nel corso dei secoli ha esplorato, conosciuto e abitato, costituisce la disciplina che prende il nome di geografia.
L’orizzonte geografico concepito dagli uomini, così come la concezione stessa della forma terrestre, varia in rapporto alle epoche e alle civiltà; ma è evidente che ogni popolo, fin dal suo costituirsi nel divenire storico, ha via via raggiunto una conoscenza sempre più ampia delle regioni in cui viveva, dei territori ad esse circostanti e anche di altri più lontani, di cui apprendeva l’esistenza per frequentazione diretta o per informazioni derivategli da popoli e da individui con cui intesseva relazioni. Ogni civiltà, fin dalle ere più antiche, ha sperimentato la necessità di ampliare progressivamente il suo orizzonte geografico, spinta fondamentalmente da tre motivi:

  • al fine di intessere rapporti commerciali con altri popoli
  • per esigenze di strategia militare
  • per la ricerca di nuovi territori da colonizzare e da cui ricavare nuove risorse.
Questi tre fattori hanno spinto uomini di ogni cultura e di ogni tempo ad intraprendere viaggi, esplorazioni e spedizioni verso l’ignoto. I mezzi di cui disponevano erano spesso precari, le loro tecniche povere e non sempre adeguate all’impresa, ma grazie a grande determinazione e a spirito di avventura, il più delle volte uniti ad una buona dose di fortuna, molti conseguirono i loro scopi, contribuendo così all’allargamento dei confini conoscitivi.
Il termine geografia ci rimanda direttamente al mondo greco, dalla cui lingua esso deriva (ghê significa Terra e grafeîn significa descrivere, tracciare; quindi geografia significa letteralmente “descrizione della terra”). E infatti, i primi tentativi di sintesi descrittiva e figurativa dell’intero mondo conosciuto, o ipotizzato, e le prime teorie relative alla forma e alle dimensioni della Terra videro la luce proprio presso i Greci. Tuttavia essi non furono certo i primi ad intraprendere viaggi e spedizioni alla volta di luoghi lontani e sconosciuti, e neppure furono i primi a redigere mappe territoriali: l’uso di rappresentazioni grafiche di regioni ed ambienti (anche celesti) risale ad epoche e a civiltà più antiche (gli Egiziani, ad esempio, che le utilizzavano per le attività esattoriali), i cui scopi erano pratici o religioso-astrologici: si trattava di descrizioni e di rappresentazioni di località e regioni di estensione più o meno vasta, ma sempre limitata, che non comprendevano mai visioni od ipotesi di sintesi particolarmente ampie o complete. Resta pertanto certo che la cartografia, intesa come scienza, nacque e si sviluppò unicamente in ambiente greco, come vedremo più in dettaglio.
Tra le prime civiltà che estesero ampiamente il loro raggio di relazioni e comunicazioni sia verso oriente che verso occidente, allargando notevolmente in questo modo il loro orizzonte geografico, vi furono i Cretesi, i Fenici e i Micenei.

Il viaggio come strumento ed occasione di ricerca (ἱστορία) e di conoscenza

(Pubblico questo articolo come esempio di svolgimento di un saggio breve)

Argomento: Movimento e fermento sulle coste del Mediterraneo nei secoli VI e V a.C.
Ambito: Geostorico
Documenti: Passi tratti da manuali e saggi di storia antica, storia della geografia e storia della filosofia.
Lunghezza: Non superare le tre colonne di foglio protocollo.

Scaletta di percorso:

Introduzione: Il rinnovamento sociale nel mondo ellenico dei secoli VI e V a.C. e l’avvio della ricerca ‘scientifica’.
Sviluppo: Il viaggio è strumento di indagine (historìa) e conoscenza > Viaggi e scritti dei logografi, diffusione degli studi e teorie di filosofi milesi e Pitagorici > Rinnovata concezione della Terra; Influssi ideologici nella contrapposizione tra Oriente persiano e Occidente greco.
Conclusione: Riflessione sul contrasto tra la cultura occidentale e quella orientale, che ha caratterizzato la storia dalla guerra di Troia fino ai nostri giorni.

 

Titolo: Il viaggio come strumento e occasione di ricerca e di conoscenza

Svolgimento: 
Il mondo ellenico nel corso dei secoli VI e V a.C. assistette ad un grande rinnovamento sociale, in concomitanza con rilevanti conquiste politiche e progressi economici: la nuova ottica di apertura verso la realtà circostante diede l’avvio ai primi segnali di ricerca ‘scientifica’ in ambiente greco.
Mai prima d’allora l’uomo si era sentito così consapevole della possibilità umana di spaziare, sia in ambito intellettuale che geografico: l’affermarsi del criterio di indagine e di osservazione messo a fuoco dai fisici milesii, i filosofi della φύσις, lo sviluppo dei commerci, il crearsi progressivo di una sempre più fitta rete di traffici, la vasta diffusione di colonie fino ai punti più remoti del Mediterraneo sia orientale che occidentale, infusero nell’uomo greco l’impressione che il mondo non fosse poi tanto smisurato ed inconoscibile, ma fosse in attesa che qualcuno osasse percorrerlo in lungo e in largo, pronto ad offrire, a chi avesse il giusto spirito e fosse disposto ad affrontarne i rischi, i tesori della scoperta e della conoscenza.

Non ci stupisce quindi che, tra coloro che spesero parte della loro vita a viaggiare, non solo per necessità pratiche, ma spronati dal desiderio di sperimentare nuove cose e di apprendere diversi saperi, la tradizione riporti i nomi di personaggi a noi già noti, come gli stessi filosofi di Mileto (Talete si sarebbe spinto fino all’Egitto, dove avrebbe appreso i fondamentali princìpi geometrici; Anassimandro si sarebbe recato più volte a Sparta e avrebbe preso parte alla fondazione di Apollonia sul Ponto Eusino, cioè il Mar Nero) e Pitagora, che si racconta abbia visitato i più importanti centri religiosi della Grecia, dell’Egitto e del Medio-Oriente, al fine di ricevere le iniziazioni ai diversi culti e apprenderne i misteri, oltre che il sapere matematico.
Del resto è risaputo che il viaggio è strumento di conoscenza fondamentale e naturale per il filosofo, oltre che metafora costante del suo ideale di vita.
Il termine greco esprimente l’indagine è ἱστορία (= historìa); già nel corso del VI secolo con questo termine si indicava un’attività di ricerca condotta personalmente da chi, spinto dall’interesse per le origini di miti e credenze, curioso indagatore ed interprete più o meno razionale di vicende relative a genti e terre straniere, intraprendeva viaggi, intervistava persone, traduceva racconti, raccoglieva un vasto ed interessante materiale riguardante migrazioni, fondazioni, genealogie, e metteva tutto per iscritto:

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Terra: l’antica Gea Madre

Quale immagine avevano gli antichi circa la conformazione e la struttura del nostro pianeta? Ma, soprattutto, che cos’era per loro la Terra?
Per indagare sulle idee cosmologiche dei tempi più antichi dobbiamo rifarci al racconto favolistico nelle sue prime testimonianze scritte, cioè a tutta quella serie di racconti e leggende che va sotto il nome di mitologia.

Nei miti confluiscono le idee, la cultura e le immagini fisiche, metafisiche, cosmologiche e naturalistiche che i popoli antichi concepivano e che i poeti raccoglievano dietro ispirazione divina. Essi si sentivano investiti della missione sacra di versificare, cantare e diffondere tale materiale, così da soccorrere all’esigenza e al desiderio, tipici dell’uomo di ogni tempo, di far luce sulle origini del cosmo, degli dei e dell’umanità, su tutto quanto cioè risultasse ignoto, inconoscibile e razionalmente inspiegabile.
L’origine del mito è essenzialmente sacrale: il mito si identifica spesso con la religione stessa, in quanto tutto ciò che da esso è rappresentato e narrato si inserisce nel contesto religioso.
In tutte le culture antiche la tradizione poggia le sue basi sullo stretto e solidale rapporto tra l’uomo e il divino, rapporto che si manifesta e si esplica nella Natura: la Natura, e quindi più concretamente la Terra, è universalmente concepita in una visione divina al femminile, nel modello simbolico primordiale della maternità. La Terra è la Grande Madre, generalmente sposa del dio Cielo: salvo alcune, rare, eccezioni (nel pantheon egiziano la Terra è rappresentata dal dio maschile Geb e il cielo ha le sembianze femminili di Nut), osserviamo il riproporsi dello schema suddetto in tutte le culture, e non solo presso le più antiche: esempi di culti in cui predominano divinità femminili ctonie (cioè inerenti alla Terra) si riscontrano anche in epoche recenti presso tribù dell’Africa (Gabon, Nigeria…), dell’Amerindia (presso i Navaho, i Sioux), in Oceania…
La stessa cosmogonia greca, che sta alla base della cultura occidentale, prevede all’origine la dea Gea, dapprima madre e poi sposa di Urano, il cielo, dall’unione dei quali trassero vita tutti gli esseri, sia animati che inanimati.

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Lucrezio, Inno a Venere

dal De Rerum Natura – esametri dattilici
Madre dei discendenti di Enea, gioia degli uomini e degli dei, Venere dispensatrice di vita, che sotto le costellazioni erranti del cielo vivifichi il mare ricco di navi e le terre ubertose, poiché per opera tua ogni creatura viene concepita e vede la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti e le nubi del cielo; al tuo arrivo, attraverso di te la terra fa sbocciare fiori fragranti, a te sorride la distesa del mare e, rasserenato, il cielo brilla di luce diffusa. Non appena si illumina la bellezza del giorno primaverile e dischiuso si diffonde il soffio fecondatore del Favonio, prima gli uccelli annunciano te e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua potenza. Quindi gli animali selvatici saltano per i lieti pascoli e attraversano a nuoto i fiumi vorticosi: così, catturata dal desiderio, ogni creatura ti segue bramosamente dovunque tu voglia condurla. Infine, per i mari e per i monti, per i fiumi rapinosi, tra le dimore frondose degli uccelli e i campi verdeggianti, ispirando nel petto dolce amore, fai in modo che tutti cupidamente si moltiplichino, di generazione in generazione. E poiché tu guidi da sola la natura e senza di te nulla nasce nelle divine plaghe della luce e nulla esiste di gioioso e di amabile, te desidero come compagna mentre scrivo questi versi sulla natura, che mi accingo a comporre per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto eccellesse in ogni occasione, adorno di ogni qualità. Tanto più dunque concedi, o dea, fascino alle mie parole; fa’ sì che, per i mari e le terre, placate, le feroci opere della guerra abbiano tregua. Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla, poiché Marte, signore delle armi, muove le crudeli opere della guerra; lui che spesso si abbandona nel tuo grembo, vinto dall’eterna ferita di amore e così, levando gli occhi con il tornito collo rivolto verso di te, pasce d’amore gli avidi sguardi, a te anelando, o dea, e pende il respiro di lui, supino, dalla tua bocca. E tu o dea, abbracciandolo con il tuo corpo divino, mentre è sdraiato, effondi dalla tua bocca dolci parole, chiedendo, o inclita, pace tranquilla per i Romani. Difatti né noi possiamo comporre con animo sereno quest’opera, essendo le circostanze avverse per la patria, né l’illustre discendente di Memmio può, in tali condizioni, venir meno alla salvezza collettiva.

traduzione, voce e video: monica mainikka
fotografie: www.skattomatto.it
musica: Roberto Cacciapaglia