Drago e femminilità

Il nostro atteggiamento nei confronti dell’immagine del drago è ambiguo: essa incute contemporaneamente attrazione e disagio, fascino e paura. Ho chiesto ad alcuni amici di esprimere pensieri liberi su questa “creatura”: è stato interessante osservare come le donne propendano istintivamente più per l’attrazione, mentre gli uomini più per la diffidenza e la paura. Perché? Per gli antichi il drago e il serpente erano la stessa creatura: in greco δράκων [dràkon] significa serpente, deriva dalla stessa radice del verbo δέρκομαι [dérkomai] ‘guardare’, per via dello sguardo fisso e ritenuto paralizzante. E l’immagine del serpente, si sa, contiene l’archetipo della Magna Mater, è il suo animale totemico, presso le culture mediterranee e non solo. Pertanto, il serpente è simbolo della femminilità, della sessualità e del potere generativo, connesso ai misteri della vita e della morte, un archetipo fortemente affascinante e al contempo pericoloso.

E’ un simbolo antico, ancestrale, sacro e altamente positivo, benché da “accostare” con rispetto e cautela. E’ il custode del potere della Terra, nell’Eden biblico protegge l’Albero della Vita ed esige rispetto. C’è chi ritiene che l’immagine del dràkon con zampette, artigli, ali e muso allungato sia dovuta a ritrovamenti casuali, già nell’antichità, di fossili di dinosauro, che “testimoniavano” l’esistenza dei draghi. ll drago, da sempre pericoloso, soprattutto nel medioevo diventa simbolo negativo e ‘cattivo’ (questo aggettivo etimologicamente significa ‘posseduto, prigioniero del demonio’), simbolo del male da sconfiggere (si pensi alla missione di s. Giorgio): è per eccellenza l’essere malvagio e diabolico che cattura e tiene prigioniere le fanciulle; pur in questa nuova ‘veste’, il dràkon continua ad essere il serpente ammaliatore con tutte le sue ‘tentazioni’: la sessualità consapevole, lo spirito critico, il cosiddetto ‘sesto senso’, insomma, tutta quella parte ‘scomoda’ della femminilità, di fronte a cui l’uomo ha sempre provato sgomento, sacro terrore, e che il medioevo associa al diavolo, eliminandone definitivamente ogni positività e rispetto. Ne consegue che le giovani in boccio (le ‘vergini’, dal latino virgo, che Isidoro di Siviglia associava a virga, virgulto) devono essere ‘salvate’ dal drago prima di e per diventare buone spose.
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Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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Il primo Adam è la creazione archetipica dell’Uomo, contenente in sé il principio femminile e il principio maschile

καὶ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν ἄνθρωπον
κατ’ εἰκόνα θεοῦ ἐποίησεν αὐτόν
ἄρσεν καὶ θῆλυ ἐποίησεν αὐτούς
(Gen. I, 27)

Animus e Anima, per dirla secondo Jung, cioè il principio maschile e il principio femminile, coesistono nell’Archetipo umano appena creato: l’Adam (questo termine ebraico è un sostantivo collettivo, mai usato al plurale nel testo biblico).
Solo successivamente Dio distingue questo ἄνθρωπος in due specie, l’uomo e la donna: in effetti la creazione dell’uomo si trova sia nel primo che nel secondo capitolo della Genesi; in genere per gli studiosi si tratta di disorganicità, come se il testo provenisse da fonti diverse male assemblate, ma questa apparente mancanza di unità potrebbe dimostrare una molteplicità logica di atti creativi: prima la creazione dell’Uomo, l’Archetipo, il genere Uomo fatto ad immagine di Dio (nel Logos, nell’intelletto) e poi, nel secondo capitolo, la creazione dei due esseri individuali, che partecipano dell’Archetipo e contengono quindi in sé entrambi principi, l’Animus e l’Anima.

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Favola di Santa Lucia

di Giannino Guareschi

 

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno.
Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.
La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.
Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.

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Elogio dei confini

La società futura è destinata ad essere multietnica, rifiutare od ostacolare tale destino serve solo ad aumentare le difficoltà già inevitabilmente insite nel fenomeno. Perché che tale condizione sia difficoltosa e dolorosa è la realtà dimostrata dalla storia di sempre e di ogni luogo: una convivenza serena e pacifica tra identità diverse per lingua, religione e cultura, diciamocelo, è un’utopia.
E con le utopie, si sa, non si costruisce niente.
Ma a che prezzo, allora, stiamo procedendo imperterriti verso tale condizione?
Ho trovato in un articolo di Francesco Lamendola una posizione molto dura in proposito, anzi decisamente rigida, determinata, che non vuol sentir ragione di possibile integrazione di popoli e culture. E’ una posizione un po’ lontana dalla mia visione ma, devo ammetterlo, è molto ben argomentata:

Pianificare la società multietnica significa pianificare la catastrofe

Però convivenza non significa necessariamente mescolanza coatta. Così come diversità non significa per forza estraneità, salvaguardia dell’identità non significa autoghettizzazione, ricerca e mantenimento della condizione liminale non deve scadere necessariamente in condizione liminoide….
Mi permetto di rimandare anche ad un altro articolo, in cui la posizione dell’autore, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, mi trova più in sintonia:

Elogio dei confini

La frontiera è la separazione necessaria per il mantenimento dell’identità. Insomma, non esisto se non mi riconosco diverso.” (Elena Consigliere)

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