la parte scissa di noi

“Tutte le persone incontrate nella vita che hanno un potere di fascinazione su di noi sono in realtà parti scisse di noi stessi che abbiamo rimosso e che ci sono riportate indietro.”
C.G.Jung

“L’incredibile, in quanto non adeguatamente diffuso, è dato sia dalla formulazione dell’idea complessa di sincronicità di Jung, sia dalla dimostrazione scientifica che parte dal premio Nobel per la Fisica W. Pauli e che si amplia grazie anche agli studi di altri scienziati quantistici. In estrema sintesi: due particelle quantistiche venute in contatto anche per pochissimo tempo “si riconoscono” (quasi si attraggono o si evocano) pure a distanze siderali. Non marginale è il gioco delle polarità, anzi! Ecco suffragata anche l’intuizione mitica dei Greci allorquando in origine rappresentarono Eros, non tanto come divinità del bunga bunga, ma divinità cosmogonica che infuse energia creativo/generativa a tutto ciò di animato, o apparentemente inanimato, che connetteva Gaia (Terra), Urano (firmamento) e Ponto (mare). A latere vi è anche l’altra intuizione mitica quella relativa al rapporto profondo tra Hermes, archetipo della mobilità, ed Hestia immobile custode del Centro/Focolare (co-incidentia oppositorum). L’affermazione di Jung, inoltre evoca opportunamente il mito platonico (Simposio) di quell’entità unitaria, monadica, di tipo antropico scissa da Zeus in due parti (nascita delle polarità) che, da allora, si attraggono fortemente tendendo alla ricomposizione unitaria. Infine, a riguardo, mi inchino sempre anche all’idea di Anima Mundi come la intesero i nostri Padri del pensiero neoplatonico alchemico ed ermetico del Rinascimento, quale connessione del Tutto con Tutto.”

Vincenzo Guzzo

Nomina consequentia rerum

“(Nel Cratilo) si dice che i nomi ovvero le parole originarie sono imitazione (mimesis) della cosa, e anzi più propriamente  e più concretamente sonoimitazioni delle azioni che concernono le cose. Quindi le parole originarie sono letteralmente “immagini di senso”: esse imitano e raffigurano nella voce, tramite suoni adatti (mimetici), l’azione che designano. E se è vero che questa naturalità originaria del linguaggio (i cui segni fonicamente iconici non sono dunque affatto convenzionali o abitrari) si è poi perduta e dispersa nella molteplicità apparentemente convenzionale delle lingue, però il legame originario tra suono e immagine non viene del tutto meno. È vero che se in greco dico reo, in italiano dico invece fluisco e fluire; ma l’indifferenza convenzionale tra i suoni della “r” e del complesso “fl” riposa in ultimo sul fatto che queste lettere raffigurano, in modo differente e tuttavia analogo, cioè non convenzionale ma naturale, l’azione che designano. Così fluire è un’immagine vicaria di reo, una sua alternativa congenere e somigliante, solo in apparenza convenzionale. Mai potrebbe capitare che il suono fl venga sostituito dal suono pt (segno evidente di intoppo, arresto, stop e sbarramento) e che alla lingua capiti di dire che l’acqua ptuisce.
[…]
La definizione, dice il Cratilo, non imita sensualmente (artisticamente, esteticamente), ma stabilisce un rapporto vero (logico, scientifico) tra parola e cosa; essa mostra l’essere attraverso il dire dialettico (il dialeghesthai), cioè attraverso il logos tes ousias che è il logos stesso della verità. ”

 Carlo Sini, Etica della scrittura, Il Saggiatore, 1992, pp. 16-17

I “maniaci” – introduzione allo spettacolo ODI ET AMO

di Mainikka

Platone nel Fedro fa dire a Socrate che esistono quattro tipi di follia…. Sapete come si dice follia, pazzia, in greco? Si dice: μανία (manìa).
In latino è il furor, il delirium; manìa, furor, delirium: che parole interessanti…
de- lirare, ad esempio, significa “uscir fuori dalla lira”, che era il solco della semina: chi delira, cioè, è uscito dal seminato!

Comunque, per tornare a Platone, esistono quattro tipi di pazzia, di μανία, dicevamo:
1. la mania profetica, infusa da Apollo. È quella propria dei vati, dei veggenti, degli indovini;
2. la mania mistica (o telestica), causata da Dioniso. È posseduta attraverso i riti iniziatici, pensiamo alle Baccanti;
3. la mania poetica, ispirata dalle Muse. È l’ispirazione artistica, ottenuta tramite invasamento divino;
4. la mania erotica, o amorosa, che rende folli gli innamorati, infusa naturalmente da Afrodite ed Eros.

Esistono perciò secondo Platone quattro tipi di ‘maniaci’, se così li possiamo chiamare: i veggenti; gli adèpti ad una religione; i poeti e gli artisti, e gli innamorati.
Quale fedele, quale fanatico (letteralmente il fanatico è il frequentatore del fanum, il frequentatore del tempio), quale appassionato, quale amante non ha mai usato il lessico della follia ad indicare l’oggetto del suo amore?
Vado in estasi (ex-stasis, significa stare fuori, essere fuori di sé o da sé)… Sono in preda al delirioMi fa perdere la ragione… Mi fa impazzire… (letteralmente impazzire è essere preso dal pathos, cioè da smisurata passione), sono pazza di lui, pazzo di lei…. Sei patetico!!

Eh be’, ha ragione Platone!
A me piace giocare con le parole – s’è capito, vero? – mi diverte trovare i significati più reconditi, ma anche più veri, attraverso la ricerca etimologica: e così ho scoperto come identificare i veri “maniaci” (nel senso platonico del termine) e distinguerli dai falsi, dagli ipocriti: attenti, sempre Platone dice che chi è posseduto dalla μανία, la manìa profetica o quella mistica o quella poetica o quella erotica, agisce in stato di ἐνθουσιασμός… entusiasmo: questa parola è bellissima, è interessantissima, è formata dalla preposizione ἐν, “in”, “dentro”, e dalla radice di θεός, “dio”… cioè, significa che quando hai l’entusiasmo hai il dio dentro di te.  O tu sei dentro al dio, che poi è la stessa cosa.
E’ una condizione che si sposa perfettamente con l’estasi: esci da te stesso per ritrovarti dentro il dio..
E allora, se sei un profeta, un leader carismatico o un prete o un artista (un pittore, un musicista, un poeta, un creativo insomma… anche un professore perché no?!) o se sei semplicemente un innamorato… ecco, o hai l’entusiasmo…. oppure puoi darti all’ippica!
I migliori, chissà perché nascono soprattutto in tempi di crisi. Quindi oggi dovrebbe essercene piena l’aria, di maniaci! Ma intendo quelli veri, quelli posseduti dall’entusiasmo! Non li si scorge nella massa questi, ma ci sono, basta cercarli e saperli riconoscere.

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ἐνθουσιασμός

ἐνθουσιασμός (enthousiasmós) deriva dal verbo ἐνϑουσιάζω = essere ispirato, contenente il lemma ἐνθους = ἔν-ϑεός, composto di ἐν, in, e ϑεός, dio; significa perciò: il dio dentro.

L’entusiasmo di Jackson Pollock e di Aldo Palazzeschi

Questo video (le immagini e l’audio, assolutamente non disgiunti le une dall’altro) è la prova di quanto Platone fa asserire a Socrate nel Fedro, cioè del fatto che l’artista agisce in stato di ἐνθουσιασμός: insomma, o hai il dio dentro di te (o tu sei dentro il dio) oppure… puoi darti all’ippica!
😉

 

Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)