Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cesare Pavese, Lavorare stanca

Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò.
“Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di Valerio Massimo Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi: 
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci 
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est. 

(mainikka libere poeticeque uertit)

Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

E restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò. “Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di V. M. Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka:

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi:
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est.