De verbis deponentibus et semideponentibus

– Magistra
– Discipuli: Antonius; Marcus; Carolus.

Mag.- Breviter hodie repetamus, discipuli mei, quae de verbis deponentibus et semideponentibus praeteritis diebus ipse vobis explicavi.
Tu, Antoni, quam brevissime planissimeque dic quae verba deponentia dicantur.

Ant.- Ea quae passive flectuntur, sed sensum habent activum.

Mag.- Optime! Rem exemplo confirma!

Ant.- “Facta Romanorum imitamur”

Mag.- Laudo; at si dicam: “I soldati furono esortati dal comandante”, quomodo vertas?

Ant. – Quoniam haec propositio passive proponitur, eam verto active; nam, ut iam dixi, verba deponentia passive flectuntur, sed sensum habent activum; dicam igitur “Milites dux hortatus est”.

Mag. – Recte respondisti: locum tuum repete!
Nunc accedat ad cathedram Marcus. Suntne horum verborum nonnullae voces, quae active flectuntur?

Mar.– Sunt, magistra: participium praesens, participium futurum, supinum atque gerundium; adiciam autem gerundivum habere sensum passivum; exempli causa: “patria militibus tuenda est”.

Mag.- Satis est! Nunc aliud periculum tibi proponam: dic quae verba semideponentia vocentur.

Mar– Ea sunt verba activa, quae tamen perfectum indicativum passive flectunt, atque ea tempora quae ex illo gignuntur.

Mag.– Carole, profer exemplum.

Car.– “Soleo dicere verum”“Solitus sum dicere verum”

Mag.- Quot sunt verba semideponentia?

Car.- Quattuor:
soleo, -es, solitus sum, -ere
gaudeo, -es, gavisus sum, -ere
audeo, -es, ausus sum, -ere
fido, -is, fisus sum, -ere
praeterea sunt verba ex fido structa: confido; diffido.

Mag. Recte respondistis! Octo puncta omnes meruistis!

Profezia o lungimiranza?

Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perchè gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. 
Cosa impossibile col latino.

Giovannino Guareschi, “Chi sogna nuovi gerani? – Autobiografia – “.

Lucrezio, Inno a Venere

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dal De Rerum Natura – esametri dattilici
Madre dei discendenti di Enea, gioia degli uomini e degli dei, Venere dispensatrice di vita, che sotto le costellazioni erranti del cielo vivifichi il mare ricco di navi e le terre ubertose, poiché per opera tua ogni creatura viene concepita e vede la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti e le nubi del cielo; al tuo arrivo, attraverso di te la terra fa sbocciare fiori fragranti, a te sorride la distesa del mare e, rasserenato, il cielo brilla di luce diffusa. Non appena si illumina la bellezza del giorno primaverile e dischiuso si diffonde il soffio fecondatore del Favonio, prima gli uccelli annunciano te e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua potenza. Quindi gli animali selvatici saltano per i lieti pascoli e attraversano a nuoto i fiumi vorticosi: così, catturata dal desiderio, ogni creatura ti segue bramosamente dovunque tu voglia condurla. Infine, per i mari e per i monti, per i fiumi rapinosi, tra le dimore frondose degli uccelli e i campi verdeggianti, ispirando nel petto dolce amore, fai in modo che tutti cupidamente si moltiplichino, di generazione in generazione. E poiché tu guidi da sola la natura e senza di te nulla nasce nelle divine plaghe della luce e nulla esiste di gioioso e di amabile, te desidero come compagna mentre scrivo questi versi sulla natura, che mi accingo a comporre per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto eccellesse in ogni occasione, adorno di ogni qualità. Tanto più dunque concedi, o dea, fascino alle mie parole; fa’ sì che, per i mari e le terre, placate, le feroci opere della guerra abbiano tregua. Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla, poiché Marte, signore delle armi, muove le crudeli opere della guerra; lui che spesso si abbandona nel tuo grembo, vinto dall’eterna ferita di amore e così, levando gli occhi con il tornito collo rivolto verso di te, pasce d’amore gli avidi sguardi, a te anelando, o dea, e pende il respiro di lui, supino, dalla tua bocca. E tu o dea, abbracciandolo con il tuo corpo divino, mentre è sdraiato, effondi dalla tua bocca dolci parole, chiedendo, o inclita, pace tranquilla per i Romani. Difatti né noi possiamo comporre con animo sereno quest’opera, essendo le circostanze avverse per la patria, né l’illustre discendente di Memmio può, in tali condizioni, venir meno alla salvezza collettiva.

traduzione, voce e video: monica mainikka
fotografie: www.skattomatto.it
musica: Roberto Cacciapaglia