Indoeuropeo: isolato alla nascita per eurocentrismo?

Intervista a Giovanni Semerano
di Beppe Sebaste

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel “mito”, in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali.
In Semerano, come già per gli umanisti del ‘400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del “decostruzionismo” di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano. Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto “infinito”, e invece significa “polvere” (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – “l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” – in: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”. Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico “apar” e l’accadico “eperu” (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (“la tua discendenza sarà come ‘afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: “Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano”. Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.

L’intuizione dell’ipotesi indoeuropea

Era il 1786 quando Sir Jones annunciava al mondo:

« La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è una lingua di struttura meravigliosa; più perfetta della lingua greca, più ricca della latina, di una cultura più raffinata sia dell’una che dell’altra, ha, nondimeno, con entrambe, una parentela così stretta, tanto per le radici verbali quanto per le forme grammaticali, che questa affinità non potrebbe essere attribuita al caso. Dopo aver esaminato questi tre idiomi, nessun filologo potrà non riconoscere che essi sono derivati da qualche fonte comune, che, forse, non esiste più. C’è una ragione dello stesso genere, sebbene forse meno evidente, per supporre che il celtico e il gotico, sebbene mescolati con un idioma molto differente, abbiano avuto la stessa origine del sanscrito; e l’antico persiano potrebbe essere aggiunto alla medesima famiglia…. »

William Jones, Discorso presidenziale alla Royal Asiatic Society of Bengala, 2 febbraio 1786