Il padre dell’osservazione storico-geografica diretta: Ecateo di Mileto

Il merito di aver per la prima volta applicato un metodo critico consapevole e programmatico alla propria ricerca sembra spettare ad Ecateo di Mileto, le cui opere purtroppo ci sono giunte in forma assai frammentaria.
Ecateo, vissuto tra il VI e il V secolo a. C., fu testimone attivo degli avvenimenti storici del suo tempo: assistette a malincuore alla ribellione ionica contro l’ingerenza persiana del 499 a.C., e si prodigò con scarso successo a placare gli animi sediziosi dei suoi concittadini, prospettandone i rischi e i pericoli.
Dopo il fallimento della rivolta fece parte dell’ambasceria incaricata a negoziare la pace con i Persiani. Allievo di Talete, come il maestro viaggiò molto e acquisì, tramite le sue peregrinazioni in Egitto (dove visitò il tempio di Ammone) ed in Asia Minore, conoscenze dirette di luoghi, fatti, popoli, culti e credenze. E’ considerato l’iniziatore dell’osservazione storico-geografica diretta, anche se probabilmente ampliò le conoscenze acquisite personalmente con le narrazioni di altri viaggiatori: come ad esempio il resoconto di Scilace di Carianda, l’ammiraglio del re persiano Dario, che esplorò l’Oceano Indico; e forse anche l’esperienza di Eutimene di Marsiglia, che costeggiò l’Africa lungo l’Oceano Atlantico fino al Senegal.
Con l’aiuto di tutto questo materiale, Ecateo perfezionò la carta di Anassimandro (entrambe ovviamente sono andate perdute), corredandola di un commento intitolato Periégesi.

 L’opera pare fosse suddivisa in due libri, uno dedicato all’Europa e l’altro all’Asia, all’Egitto e alla Libia, considerati in un unico insieme. Dai frammenti traspare l’accorta osservazione della flora, della fauna e dei climi; affascinano le digressioni etnografiche, incuriosisce l’attenzione per l’eziologia (la ricerca delle origini) dei nomi dei popoli e dei luoghi, stupiscono i tentativi di razionalizzare i miti locali, pur comparendo talvolta elementi favolosi e fantastici. Nelle descrizioni, prevalentemente costiere, è facile ravvisare espressioni che rimandano all’uso di portolani: nel primo libro il continente europeo era descritto a partire dalle Colonne d’Ercole (dall’Iberia, esclusa la parte atlantica) fino alla Scizia e al Caucaso; ampia era anche la trattazione dell’Italia e dei popoli che la abitavano: Liguri, Veneti, Tirreni, Ausonii, Enotri, Iapigi, Siculi. L’estremo nord era delimitato dai mitici monti Riphaei; nel secondo libro l’Asia era compresa tra il litorale dell’Asia Minore e della Siria fino all’India; la penisola arabica era unita alla regione nordafricana e la Libia, la cui estremità meridionale appariva peninsulare, risultava molto ridotta e arrotondata. La divisione dei continenti, tradizionalmente caratterizzata dai confini imposti dai mari (Mediterraneo, Egeo, Bosforo, Ponto Eusino), era determinata anche dal corso dei fiumi: ad esempio, l’Asia era divisa dall’Europa mediante il Tanai (il Don), il Nilo separava la Libia dall’Asia, l’estremo oriente era delimitato dal fiume Indo. I confini estremi erano determinati da popoli: ad est i Celti, a nord i mitici Iperborei, ad ovest gli Sciti e gli Indi, a sud gli Etiopi; tutt’attorno, come nell’ecumene di Anassimandro, si stendeva l’Oceano circolare.

di monica mainikka