La chiave delle parole: guida e strumenti per la riflessione etimologica

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“La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati”
V. M. Illič-Svitič

 

 

Titolo: La chiave delle parole: guida e strumenti per la riflessione etimologica
Autore: Monica Mainikka Mainardi
Prezzo di copertina: € 17,50
Editore: youcanprint  (collana Saggistica)
Codice isbn: 978-88-675-937-8

 

Presentazione del prof. Giuseppe Frappa:

Di questi tempi non capita spesso, all’apparire di un nuovo libro, di chiedersi come mai nessuno finora avesse pensato di scrivere qualcosa del genere. Certo non mancano nelle librerie e nelle biblioteche trattati di storia della lingua e dizionari etimologici. Ma si tratta di opere specialistiche, destinate e riservate ad un pubblico specifico che, grazie al supporto di questi testi voluminosi, intende approfondire le proprie conoscenze già notevoli nel settore. Oppure si tratta di libri da assumere in piccole dosi, da consultare nel momento in cui capita di voler risolvere un dubbio estemporaneo riguardante l’origine di una parola o la corretta pronuncia di un accento.
La chiave delle parole è un agile manualetto, ideato per supportare lezioni di formazione e approfondimento linguistico e animato pertanto da tutt’altro spirito. Fin dalle prime righe appare chiaro che il lettore a cui si rivolge non è tanto lo specialista che cerca informazioni da utilizzare nella propria attività professionale, quanto piuttosto la persona che intende accostarsi con curiosità ad una disciplina, da sempre guardata con interesse ma mai affrontata direttamente, proprio perché considerata retaggio di pochi eletti, provvisti di una preparazione specifica.

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Drago e femminilità

Il nostro atteggiamento nei confronti dell’immagine del drago è ambiguo: essa incute contemporaneamente attrazione e disagio, fascino e paura. Ho chiesto ad alcuni amici di esprimere pensieri liberi su questa “creatura”: è stato interessante osservare come le donne propendano istintivamente più per l’attrazione, mentre gli uomini più per la diffidenza e la paura. Perché? Per gli antichi il drago e il serpente erano la stessa creatura: in greco δράκων [dràkon] significa serpente, deriva dalla stessa radice del verbo δέρκομαι [dérkomai] ‘guardare’, per via dello sguardo fisso e ritenuto paralizzante. E l’immagine del serpente, si sa, contiene l’archetipo della Magna Mater, è il suo animale totemico, presso le culture mediterranee e non solo. Pertanto, il serpente è simbolo della femminilità, della sessualità e del potere generativo, connesso ai misteri della vita e della morte, un archetipo fortemente affascinante e al contempo pericoloso.

E’ un simbolo antico, ancestrale, sacro e altamente positivo, benché da “accostare” con rispetto e cautela. E’ il custode del potere della Terra, nell’Eden biblico protegge l’Albero della Vita ed esige rispetto. C’è chi ritiene che l’immagine del dràkon con zampette, artigli, ali e muso allungato sia dovuta a ritrovamenti casuali, già nell’antichità, di fossili di dinosauro, che “testimoniavano” l’esistenza dei draghi. ll drago, da sempre pericoloso, soprattutto nel medioevo diventa simbolo negativo e ‘cattivo’ (questo aggettivo etimologicamente significa ‘posseduto, prigioniero del demonio’), simbolo del male da sconfiggere (si pensi alla missione di s. Giorgio): è per eccellenza l’essere malvagio e diabolico che cattura e tiene prigioniere le fanciulle; pur in questa nuova ‘veste’, il dràkon continua ad essere il serpente ammaliatore con tutte le sue ‘tentazioni’: la sessualità consapevole, lo spirito critico, il cosiddetto ‘sesto senso’, insomma, tutta quella parte ‘scomoda’ della femminilità, di fronte a cui l’uomo ha sempre provato sgomento, sacro terrore, e che il medioevo associa al diavolo, eliminandone definitivamente ogni positività e rispetto. Ne consegue che le giovani in boccio (le ‘vergini’, dal latino virgo, che Isidoro di Siviglia associava a virga, virgulto) devono essere ‘salvate’ dal drago prima di e per diventare buone spose.
mainikka 

Indoeuropeo: isolato alla nascita per eurocentrismo?

Intervista a Giovanni Semerano
di Beppe Sebaste

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel “mito”, in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali.
In Semerano, come già per gli umanisti del ‘400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del “decostruzionismo” di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano. Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto “infinito”, e invece significa “polvere” (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – “l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” – in: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”. Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico “apar” e l’accadico “eperu” (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (“la tua discendenza sarà come ‘afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: “Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano”. Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.

L’intuizione dell’ipotesi indoeuropea

Era il 1786 quando Sir Jones annunciava al mondo:

« La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è una lingua di struttura meravigliosa; più perfetta della lingua greca, più ricca della latina, di una cultura più raffinata sia dell’una che dell’altra, ha, nondimeno, con entrambe, una parentela così stretta, tanto per le radici verbali quanto per le forme grammaticali, che questa affinità non potrebbe essere attribuita al caso. Dopo aver esaminato questi tre idiomi, nessun filologo potrà non riconoscere che essi sono derivati da qualche fonte comune, che, forse, non esiste più. C’è una ragione dello stesso genere, sebbene forse meno evidente, per supporre che il celtico e il gotico, sebbene mescolati con un idioma molto differente, abbiano avuto la stessa origine del sanscrito; e l’antico persiano potrebbe essere aggiunto alla medesima famiglia…. »

William Jones, Discorso presidenziale alla Royal Asiatic Society of Bengala, 2 febbraio 1786

ἐνθουσιασμός

ἐνθουσιασμός (enthousiasmós) deriva dal verbo ἐνϑουσιάζω = essere ispirato, contenente il lemma ἐνθους = ἔν-ϑεός, composto di ἐν, in, e ϑεός, dio; significa perciò: il dio dentro.

L’entusiasmo di Jackson Pollock e di Aldo Palazzeschi

Questo video (le immagini e l’audio, assolutamente non disgiunti le une dall’altro) è la prova di quanto Platone fa asserire a Socrate nel Fedro, cioè del fatto che l’artista agisce in stato di ἐνθουσιασμός: insomma, o hai il dio dentro di te (o tu sei dentro il dio) oppure… puoi darti all’ippica!
😉

 

Etimologia dello Straniero

Alcune considerazioni etimologiche a ruota libera:

STRANO – ESTRANEO – STRANIERO: sono tre termini che derivano dalle preposizioni latine ex e extra, che implicano il concetto di fuori, all’esterno.
Credo che anche XENOS derivi da ἐξ, la preposizione greca corrispondente alla latina ex: quindi xénos indicherebbe un riferimento alla non appartenenza alla comunità, come già evidenziato nei post precedenti.

Omero adopera il termine xénos con il significato di “ospite, legato con altri per vincoli di reciproca solidarietà, sotto la protezione di Zeus Xenios“, condizione che poteva riguardare anche un Greco, oppure di “straniero accolto in ospitalità“, ma già per Esiodo significava prevalentemente “straniero” nel senso di “estraneo, forestiero” (Rocci).
Da qui, il percorso semantico della parola procede fino a giungere al significato estremo di mercenario e, oggi, all’accezione di estraneo, diverso e intruso… (Difficile non pensare, analogamente, al rapporto etimologico che intercorre tra i termini latini hospes, che indica indifferentemente l’ospitato e l’ospitante, e hostis, il nemico ‘esterno’).

Ma visto che l’origine del termine proviene dall’area mediterranea, estendo l’osservazione: … e scopro con grande interesse che il concetto legato alla parola araba che indica lo straniero (al ajnabi/ al aja’nib) fa intendere l’ospite come “quello di fianco” anziché “quello dal di fuori” delle derivazioni linguistiche indoeuropee…

Il momento di mettere in discussione la propria mentalità in rapporto all”altro’ dovrebbe essere giunto da tempo, ormai: siamo in forte ritardo rispetto alle imperanti esigenze dettate dalle nostre società inevitabilmente multiculturali…

Interpretazione molto suggestiva, che accosta l’immigrazione magrebina a quella italiana: Radiodervish, Amara terra – regia di Franco Battiato.