Lucrezio: poeta del piacere, poeta del tormento

Mainikka introduce recita traduce e commenta i vv. 1199-1218 del VI libro del De rerum natura:

Quorum siquis, ut est, vitarat funera leti,
ulceribus taetris et nigra proluvie alvi
posterius tamen hunc tabes letumque manebat,
aut etiam multus capitis cum saepe dolore
corruptus sanguis expletis naribus ibat.
huc hominis totae vires corpusque fluebat.
profluvium porro qui taetri sanguinis acre
exierat, tamen in nervos huic morbus et artus
ibat et in partis genitalis corporis ipsas.
et graviter partim metuentes limina leti
vivebant ferro privati parte virili,
et manibus sine non nulli pedibusque manebant
in vita tamen et perdebant lumina partim.
usque adeo mortis metus iis incesserat acer.
atque etiam quosdam cepere oblivia rerum
cunctarum, neque se possent cognoscere ut ipsi.
multaque humi cum inhumata iacerent corpora supra
corporibus, tamen alituum genus atque ferarum
aut procul absiliebat, ut acrem exiret odorem,
aut, ubi gustarat, languebat morte propinqua.

Lucrezio, Inno a Venere

dal De Rerum Natura – esametri dattilici
Madre dei discendenti di Enea, gioia degli uomini e degli dei, Venere dispensatrice di vita, che sotto le costellazioni erranti del cielo vivifichi il mare ricco di navi e le terre ubertose, poiché per opera tua ogni creatura viene concepita e vede la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti e le nubi del cielo; al tuo arrivo, attraverso di te la terra fa sbocciare fiori fragranti, a te sorride la distesa del mare e, rasserenato, il cielo brilla di luce diffusa. Non appena si illumina la bellezza del giorno primaverile e dischiuso si diffonde il soffio fecondatore del Favonio, prima gli uccelli annunciano te e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua potenza. Quindi gli animali selvatici saltano per i lieti pascoli e attraversano a nuoto i fiumi vorticosi: così, catturata dal desiderio, ogni creatura ti segue bramosamente dovunque tu voglia condurla. Infine, per i mari e per i monti, per i fiumi rapinosi, tra le dimore frondose degli uccelli e i campi verdeggianti, ispirando nel petto dolce amore, fai in modo che tutti cupidamente si moltiplichino, di generazione in generazione. E poiché tu guidi da sola la natura e senza di te nulla nasce nelle divine plaghe della luce e nulla esiste di gioioso e di amabile, te desidero come compagna mentre scrivo questi versi sulla natura, che mi accingo a comporre per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto eccellesse in ogni occasione, adorno di ogni qualità. Tanto più dunque concedi, o dea, fascino alle mie parole; fa’ sì che, per i mari e le terre, placate, le feroci opere della guerra abbiano tregua. Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla, poiché Marte, signore delle armi, muove le crudeli opere della guerra; lui che spesso si abbandona nel tuo grembo, vinto dall’eterna ferita di amore e così, levando gli occhi con il tornito collo rivolto verso di te, pasce d’amore gli avidi sguardi, a te anelando, o dea, e pende il respiro di lui, supino, dalla tua bocca. E tu o dea, abbracciandolo con il tuo corpo divino, mentre è sdraiato, effondi dalla tua bocca dolci parole, chiedendo, o inclita, pace tranquilla per i Romani. Difatti né noi possiamo comporre con animo sereno quest’opera, essendo le circostanze avverse per la patria, né l’illustre discendente di Memmio può, in tali condizioni, venir meno alla salvezza collettiva.

traduzione, voce e video: monica mainikka
fotografie: www.skattomatto.it
musica: Roberto Cacciapaglia