Non è un Paese per giovani – Riflessioni e proposte per la politica italiana

 E’ uscita la seconda pubblicazione di Roberto Locatelli, già autore de

Il sangue degli innocenti – I genocidi del Novecento

«Imbonitori e sciamani della politica, che nella politica sguazzano come pesci d’acqua torbida, circondati da un nugolo di servi senza faccia pronti ad azzuffarsi per garantirsi gli avanzi del padrone, in una incessante corsa al carrierismo che li possa portare ad essere i servi più prossimi del leader.»

Titolo: Non è un Paese per giovani-Riflessioni e proposte per la politica italiana
Autore: Roberto Locatelli
Anno: 2013
Collana: Collana “Koiné” – I libri di Religione, Filosofia, Sociologia, Psicologia, Esoterismo
Dimensioni: 14×20,5
Pagine: 58
Prezzo: Euro 8,00
ISBN: 9788865873199

L’Uomo (Ulisse)

di Lucilla Giagnoni

… Ulisse è l’uomo che suscita ammirazione perché vuole sempre andare avanti; la sua curiosità, la sete di conoscenza, è il solo valore che possa davvero nobilitare e distinguere dalle bestie e quella sete è il motore del progresso, un progresso che ci ha portati fino alla luna, agli antibiotici, all’atomica e alla mappa del dna.
Ulisse è l’uomo. E’ soldato, sentinella, pilota, arciere, narratore, oratore, costruttore di navi, navigatore.
Ulisse è colui che si camuffa: da pazzo, da mendicante, da animale.
Uno Nessuno e Centomila. Ulisse l’attore. L’ipocrita. Attore in greco si dice ὑποκριτής. Colui che sa ingannare.
Ulisse, l’eroe per eccellenza, è in fondo all’Inferno. E ci finisce per i suoi inganni, per le sue frodi. Ulisse penetra nella città assediata di Troia, lo racconta Omero nell’Odissea, dopo essersi fatto sfregiare la faccia a colpi di frustate pur di sembrare un transfuga. A dirla così mi viene in mente Hannibal the cannibal. Raggiunge Elena e la convince a tradire, ma sopraggiunge Ecuba la regina. Ulisse riesce rapidamente a cambiare faccia e a commuovere la regina madre, convincendola a lasciargli salva la vita e a farlo tornare incolume all’accampamento.

Con la spartizione delle schiave Ecuba finirà ad Ulisse. E questo invece lo racconta Euripide.
Il mito racconta che, condannata alla lapidazione per aver ucciso un greco che le aveva ucciso un figlio, il primo a scagliare una pietra contro di lei sarà Ulisse.
Ed è sempre Ulisse a lanciare Astianatte, il figlio di pochi mesi di Ettore, l’eroe dei Troiani, il figlio del nemico, giù dalle mura della città.
Odisseo viene da Odùssomai  e vuol dire sono odiato.
Lui sceglie di chiamarsi Oudéis-Nessuno. L'”odiato” è quello che penetra nel sistema per distruggerlo dal di dentro.
Quel Nessuno. Nascosto nel ventre del cavallo entra a Troia e la distrugge; nascosto dietro al nome di Nessuno penetra, non invitato, nella caverna immacolata del gigante Polifemo. Il gigante si rivela pericolosissimo e lui lo acceca. Odisseo è la figura archetipica su cui si fonda l’intera civiltà occidentale.
E’ una figura così forte che supera i confini della nostra civiltà: si dice che il Mullah Omar (lo scrive Salvatore Settis nel suo recente saggio Il futuro del classico) il capo dei talebani, quello che è sfuggito alla cattura degli americani in Afghanistan col motorino, quello cieco, il distruttore delle statue dei Budda, subito dopo le stragi dell’11 settembre abbia paragonato l’America a Polifemo, “un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare nome. Un gigante accecato da un Nessuno”. Nessuno sconquassa l’America.
Certo Ulisse è l’uomo che si deve difendere. Perché il mondo è più grande di lui. Si difende con tutte le sue forze ma gli piace anche. Si difende ma, quando lo fa, è l’apocalisse. Nulla è più come prima.
Apocalisse vuol dire cambiamento.
Ulisse cambia il mondo. Lo riordina a modo suo.
E spesso con la violenza e il terrore. Lo sovverte.
Non so se Nessuno in fondo potrebbe essere quello che chiamiamo un terrorista.
Ma un terrorista sicuramente è un nessuno.
Fa pensare che l’eroe, il mito su cui si fonda la nostra civiltà sia proprio Ulisse.

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: Vergine Madre’

Leonardo Roperti, Ulisse nella terra di nessuno
olio su tela cm 50 x 70 – 2003

 

Il razzismo visto da Alice

Esistono infiniti spunti per argomentare questo tema, infinite domande e infiniti dubbi a riguardo, ma anche se si trovassero le risposte, non si risolverebbe il ‘problema’.
Il razzismo, semplicemente, è la paura del diverso, paura di qualcosa di sconosciuto e, secondo me, mancanza di coraggio verso qualcosa di nuovo.
Senza andare troppo lontano e senza ricollegarmi a casi estremi, può essere chiamato razzismo anche il fenomeno per il quale le persone del mio paese sono migliori di quelle di altri, e a loro volta quelle del mio paese che non abitano nel mio condominio sono ancora inferiori; e ovviamente, per chi non vive sotto il mio tetto non posso avere una considerazione così priva di pregiudizi.
Anche nel nostro piccolo il razzismo è presente. E ogni giorno è alimentato e accresciuto dai milioni di messaggi che continuiamo a farci inculcare dai media, che nonostante la consapevolezza, ci facciamo inviare e trasmettere grazie a pubblicità, social network e programmi volti all’annullamento di qualsiasi tipo di ragionamento. Siamo abituati ad avere pensieri già elaborati, problemi già risolti e, quindi, persone già giudicate.
Esistono diversi tipi di razzismo, il più diffuso è quello verso gli extracomunitari che però, stranamente, non comprende gli americani, gli australiani o i giapponesi. Forse perché il concetto di ‘extracomunitario’ ha cambiato significato e io magari non me ne sono resa conto.
La buona frase: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ vale solo se ‘il prossimo tuo’ ha la pelle chiara, ha un lavoro, non ha troppi figli da mantenere, viene da un paese decente (secondo strani schemi che prima o poi mi farò spiegare da un razzista convinto) e soprattutto non chiede aiuto in mezzo alla strada e se ne sta nel suo. In poche parole, io lo amo se lui non mi chiede nulla e non invade la mia privacy.
La cosa più triste è vedere associazioni che fanno tanto di pubblicità con immagini di bambini poveri sorridenti, chiedendo il tuo contributo, per poi arrivare a capire che buona parte del tuo contributo finirà nella pubblicità successiva per la loro campagna ‘solidale’.
Il razzismo è una cosa ridicola. Quasi vigliacca, oserei dire. Ma a quanto pare è una sorta di protezione naturale che un uomo si crea con il passare degli anni. È una corazza che permette di sembrare forte e che dentro ti lascia vuoto. È l’autodistruzione di una società mondiale. E il bello è che abbiamo fatto tutto da soli!

Alice ’96

Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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Elogio dei confini

La società futura è destinata ad essere multietnica, rifiutare od ostacolare tale destino serve solo ad aumentare le difficoltà già inevitabilmente insite nel fenomeno. Perché che tale condizione sia difficoltosa e dolorosa è la realtà dimostrata dalla storia di sempre e di ogni luogo: una convivenza serena e pacifica tra identità diverse per lingua, religione e cultura, diciamocelo, è un’utopia.
E con le utopie, si sa, non si costruisce niente.
Ma a che prezzo, allora, stiamo procedendo imperterriti verso tale condizione?
Ho trovato in un articolo di Francesco Lamendola una posizione molto dura in proposito, anzi decisamente rigida, determinata, che non vuol sentir ragione di possibile integrazione di popoli e culture. E’ una posizione un po’ lontana dalla mia visione ma, devo ammetterlo, è molto ben argomentata:

Pianificare la società multietnica significa pianificare la catastrofe

Però convivenza non significa necessariamente mescolanza coatta. Così come diversità non significa per forza estraneità, salvaguardia dell’identità non significa autoghettizzazione, ricerca e mantenimento della condizione liminale non deve scadere necessariamente in condizione liminoide….
Mi permetto di rimandare anche ad un altro articolo, in cui la posizione dell’autore, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, mi trova più in sintonia:

Elogio dei confini

La frontiera è la separazione necessaria per il mantenimento dell’identità. Insomma, non esisto se non mi riconosco diverso.” (Elena Consigliere)

mainikka

Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
….

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La Selvaggia – Racconto in 3 puntate

Questa è la storia che si racconta nelle fattorie solitarie ai confini dei monti Catskill, dove sono cresciuta.
Tra fattoria e fattoria si stendono boscaglie e ogni fattoria ha il proprio bosco, e di notte ci sono cervi e conigli e perfino lupi, e le grandi linci che in tempo di carestia scendono a caccia a sud del Canada.
E di tanto in tanto, a qualche derelitta ragazza di fattoria che s’aggira di notte ai margini e al centro del profondo bosco, nasce un figlio come Helma Lassiter… (Marion Zimmer Bradley, 1960)

Audiolettura: La Selvaggia (The Wild One, 1960), di Marion Zimmer Bradley,
trad.: V. De Carlo
voce: monica mainikka

1^ puntata: Le stranezze di Helma Lassiter – Ascolta la prima puntata

2^ puntata: La gravidanza – Ascolta la seconda puntata

3^ puntata: La notte di luna piena – Ascolta l’ultima puntata

Ancora sulla Xenìa…

Continuo la riflessione del post precedente sulla xenìa (ξενία) mediterranea: l’astuta concezione di un insieme di norme di ospitalità fortemente vincolanti in entrambe le direzioni, indiscutibilmente approvate ed accettate da tutti, o quasi, i popoli mediterranei e applicabili in un contesto di accoglienza dovuta o inevitabile – anche il bàrbaros (βάρβαρος) in tale contesto diventava xénos (ξένος)-.

La xenìa mediterranea sorse sicuramente come atteggiamento istintivo di difesa in ambienti non protetti dalla natura: il mare da sempre è una porta aperta allo sbarco di stranieri; e in questo senso penso che la tendenza innata all’ospitalità tipica della gente del sud Italia, ad esempio, ne sia un retaggio (al contrario dei popoli montani del nord i quali, già difesi dalla natura e da essa spinti a chiudersi e a ripararsi, sono tradizionalmente meno espansivi nell’ospitalità).

Non so se rischio di cadere nell’errore opposto, di idealizzare cioè un possibile futuro.. ma mi chiedo: se ci sensibilizzassimo un po’ di più all’ottica della reciprocità protettiva ‘obbligata’ (nel senso di doverosa e vincolante), la convivenza non sarebbe più serena?
Penso all’efficacia di alcuni aspetti fondamentali della xenìa antica, che tutti possiamo leggere in Omero:

  • innanzitutto il diritto sacrosanto da parte di ogni straniero, anche appartenente a nazioni nemiche, di essere accolto ed ospitato.
  • d’altro canto il dovere dell’ospitato di sottoporsi a determinate regole di controllo, cortesi e preventive nello stesso tempo: leggiamo ad es. che l’ospite non poteva presentarsi al cospetto dell’ospitante se non dopo essere stato sottoposto al bagno e al cambio delle vesti (e quindi spogliato e disarmato); doveva accettare la condivisione del pasto con il padrone di casa con l’obbligo di “allietarlo” raccontandogli per prima cosa a che stirpe appartenesse, di chi fosse figlio, da quale città provenisse, in che qualità si presentasse ecc. Doveva cioè conoscere e farsi conoscere e quindi venire al dunque e rivelare lo scopo della visita…
  • il diritto/dovere reciproco di ospitare e di essere ospitati in futuro, estendibile da quel momento all’intera “famiglia” di entrambi…

È pur vero che nel contesto antico tale rapporto era un modo per rendere l’ospite solo un membro temporaneo della comunità che stava visitando, se non addirittura indicare, più semplicemente, che il visitatore non era un membro “vero e proprio”, ma solo un ospite passeggero…

Sono conscia del fatto che bisognerebbe ragionare con realismo e buon senso su come poter rendere applicabile tale insegnamento del passato alle esigenze attuali delle nostre società multietniche e multiculturali. Magari anche solo per riequilibrare l’atteggiamento mentale nei confronti dell’altro…

Ma insomma se il diritto/dovere ad accogliere ed essere accolto, a conoscersi e a farsi conoscere cominciasse ad essere visto come una “protezione”, una garanzia per entrambi, non sarebbe già un buon risultato?