Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò.
“Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di Valerio Massimo Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi: 
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci 
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est. 

(mainikka libere poeticeque uertit)

Il vino è il più certo, e – senza paragone – il più efficace consolatore (G. Leopardi)

Asclepiade, Antologia Palatina, fr. XII, 50

Πῖν᾽, Ἀσκληπιάδη· τί τὰ δάκρυα ταῦτα; τί πάσχεις
οὐ σὲ μόνον χαλεπὴ Κύπρις ἐληίσατο,
οὐδ᾽ ἐπὶ σοὶ μούνῳ κατεθήξατο τόξα καὶ ἰοὺς
πικρὸς Ἔρως. τί ζῶν ἐν σποδιῇ τίθεσαι;
πίνωμεν Βάκχου ζωρὸν πόμα· δάκτυλος ἀώς·
ἦ πάλι κοιμιστὰν λύχνον ἰδεῖν μένομεν;
πίνωμεν, δύσερως· μετά τοι χρόνον οὐκέτι πουλύν,
σχέτλιε, τὴν μακρὰν νύκτ᾽ ἀναπαυσόμεθα.

‎Bevi, Asclepiade. Perché queste lacrime? Che hai?
Non te solo arretì la spietata Cipride,
non solo contro te l’amaro Amore
tese arco e frecce.

Perché ancora vivo te ne stai nella cenere?
Beviamo pura la bevanda di Bacco: l’esistenza è breve
quanto un dito; o forse attendiamo di vedere di nuovo la lampada
compagna del sonno? Beviamo, infelice d’amore;
tra non molto, sventurato, riposeremo una lunga notte.

Sii saggia, mesci il vino e godi l’attimo presente…

Tu, non cercare di conoscere – non è lecito saperlo – quale destino gli Dei abbiano riservato a me e a te…

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sii saggia, mesci il vino e tronca la lunga speranza al breve volger della vita.
E mentre noi parliamo, il tempo invidioso già sarà sfuggito: godi l’attimo presente, non affidandoti al domani.

Lettura metrica dell’ode XI del primo libro delle Odi di Orazio: asclepiadeo maggiore; pronuntia restituta
voce: monica mainikka
arrangiamento musicale: Peppe Zes Zuccalà
montaggio video: Rolando Chioda