Le teorie scientifiche dei greci d’occidente

Eredi e continuatori degli studi filosofici e scientifici iniziati dai filosofi ionici furono altri greci, anch’essi geograficamente ormai lontani dalla terra che aveva dato i natali ai loro antenati: i Greci delle colonie d’occidente.

Essi svilupparono e ampliarono in modo formidabile gli studi e le scoperte, interessandosi ai diversi campi del sapere, da quello letterario a quello scientifico, incentivati anche dall’intenso fiorire delle attività commerciali e di quelle tecnico-artigianali. Grazie alla loro intraprendenza e alla loro abilità raggiunsero esiti di ricerca tali, in ambito sia tecnico che intellettuale, che costruirono le basi su cui ancora oggi si fonda la nostra cultura.
Essi, come già era avvenuto per i Greci d’Asia, “crearono una sorta di multiforme habitat politico-culturale: l’impronta di straordinaria originalità che lo caratterizzò fu determinata dall’incontro della civiltà greca con le culture locali, nonché dalla necessità di far fronte a condizioni ambientali sotto ogni aspetto molto diverse da quelle originarie. La disponibilità di terreni vasti e fertili, la presenza di vie commerciali (per terra e per mare) che collegavano aree dove si producevano beni di grande valore, i contatti con culture eterogenee e stimolanti, e infine l’orgoglio del povero che, costretto a emigrare, vuole dimostrare le sue capacità e affermarsi sino a superare in prosperità gli ex concittadini rimasti in patria: tutto ciò e altro ancora contribuì a realizzare il miracolo dei Greci d’Occidente.” (V. M. Manfredi).

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I primi peripli e portolani

Gli antichi pionieri del Mediterraneo che tentavano nuove rotte si affidavano innanzitutto alla propria perizia, frutto di anni di navigazione, ma anche ad informazioni indirette, a congetture basate sulla presunta analogia morfologica e climatica delle coste ed infine… alla buona sorte!
Una volta sperimentato un itinerario, la conoscenza e la prevedibilità delle condizioni climatiche ed ambientali che avrebbero caratterizzato il percorso sarebbero potute servire ad altri che intendessero ripercorrere la stessa rotta od ampliarla od utilizzarla solo in parte. Cominciarono così a diffondersi, presumibilmente fin dall’VIII secolo a.C. (è questa l’epoca dell’inizio del grande processo di colonizzazione che spinse i Greci a cercare nuove sedi), scritti in prosa o in versi che raccoglievano informazioni utili per i naviganti. Si trattava per lo più di portolani, cioè di manuali composti per l’utilizzo pratico, al fine di ragguagliare i naviganti circa l’esatta conformazione delle coste, la localizzazione di insenature, isole, golfi, porti naturali… La descrizione era, secondo i casi, più o meno particolareggiata; l’attenzione era principalmente posta sui punti favorevoli all’approdo e sulla presenza di fiumi che consentissero l’approvvigionamento di acqua dolce.
Le informazioni potevano comprendere, inoltre, le condizioni tecniche degli approdi, e quasi sempre descrivevano i luoghi anche sotto il profilo etnografico, soffermandosi sulle usanze delle popolazioni locali, sulle risorse del territorio da loro occupato e sulle possibilità di commerciare con esse.
In ambiente greco questi scritti erano intitolati genericamente Periplo (circumnavigazione) o Periegesi (descrizione).
I luoghi, gli aspetti caratteristici e in generale tutti i fatti ritenuti utili erano descritti nell’ordine in cui essi si presentavano nel corso della navigazione, seguivano cioè un criterio unidimensionale. Le distanze fra i vari approdi erano calcolate in giornate di navigazione e risultavano pertanto abbastanza relative.
Lo scopo esclusivamente pratico di tali scritti e il loro carattere empirico e totalmente lontano da intenti scientifici possono giustificare il fatto che, spesso, vi si trovassero anche elementi fantasiosi, credenze bizzarre, racconti e descrizioni di fatti ed esseri straordinari, prodigi meravigliosi, magari relativi a fenomeni naturali inconsueti: nel portolano, a tutto ciò si prestava, a seconda dei casi, maggiore o minore fede, ma è evidentemente che tali digressioni, facendo breccia sulla curiosità dei più, ne favorivano la rapida diffusione.

Il periplo più antico di cui ci sia giunta notizia è quello di Scilace (meglio identificato come Periplo dello Pseudo Scilace, un periplo del Mediterraneo databile al IV sec. a.C.. Si tratta di un codice unico e lacunoso, il Parisinus 443 suppl. del VI secolo a.C., che noi possediamo solo in una rielaborazione più tarda, del IV sec. a.C.): in esso si possono osservare tracce di elementi risalenti all’epoca arcaica.

Il periplo più ampio è quello di Artemidoro di Efeso (100 a.C.): la sua opera in XI libri, Geographoùmena, è andata perduta, ma se ne sono conservati estratti in Strabone, Plinio, Diodoro Siculo, Ateneo di Naucrati, Porfirio, Marciano di Eraclea, Stefano di Bisanzio, Costantino VII Porfirogenito, nonché negli scolii ad Apollonio Rodio.

Possiamo individuare riferimenti a portolani antichi anche nei poemi omerici:
troviamo, ad esempio, tracce di un antico portolano in un passo tratto dall’Iliade (XIV, 225ss), che descrive il viaggio di Era compiuto in volo dall’Olimpo alla Troade:
Era, temendo che Zeus dall’Ida, su cui si trova, possa intervenire a favore dei Troiani mentre Poseidone si sta prodigando ad aiutare i Greci, decide di raggiungere e sedurre il consorte, in ducendolo all’amore e al torpore con l’aiuto delle arti divine rispettivamente di Afrodite e del Sonno:

Lei andava, Afrodite, la figlia di Zeus in casa: Era invece in un volo lasciò la vetta dell’Olimpo, e trascorrendo sulla Pieria e l’amena Ematia si lanciò verso i monti ne vosi dei Traci allevatori di cavalli, con le loro altissime cime, senza toccare terra coi piedi.
Poi dall’Atos si diresse sopra il mare on doso e giungeva a Lemno, la città del divino Toante.
Qui incontrò il Sonno, fratello della Morte. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva …

Era convince il Sonno ad addormentare Zeus dopo l’amplesso con lei, promettendogli in moglie una delle Grazie, come segno di ricono scenza. Il Sonno acconsente.

Quando (Era) ebbe pronunciato il giura mento si mossero tutti e due lasciando la città di Lemno e poi di Imbro. Erano vestiti di nebbia, facevano il viaggio di volo.
Giunsero così all’Ida ricca di sorgenti, ma dre di fiere, e precisamente a Letto, dove subito lasciarono il mare.
Poi si avviavano per terra, le cime dei boschi si agitavano sotto i loro piedi. Allora il Sonno si fermò prima di incontrare gli occhi di Zeus.…
Era intanto raggiungeva in fretta il Gargaro, una cima dell’alta Ida: e subito la scorse Zeus adunatore dei nembi.
(Il. XIV, 225ss, trad. di Giuseppe Tonna)

Questo itinerario ricalca chiaramente una rotta frequentemente praticata dai naviganti del periodo arcaico: partendo dal monte Olimpo attraversa a nord la regione della Pieria ed Ematia, in Macedonia, percorre quindi il mare dei Traci fino a scorgere il monte Atos, che si trova nella penisola calcidica, nel mar Egeo settentrionale; continua ancora sul mare fino all’isola di Lemno e cita la città di Imbro; si conclude infine nella Troade, a Capo Letto, che costituisce l’estrema propaggine della catena dell’Ida, sulla cima Gargaro.
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I primordi della geografia

 Possiamo supporre che fin dai tempi più antichi l’uomo abbia sentito l’esigenza di comprendere in una visione unitaria territori e ambienti, e quindi di rappresentarli, sia pure in forme rudimentali. La rappresentazione descrittiva e figurativa della Terra, che l’umanità nel corso dei secoli ha esplorato, conosciuto e abitato, costituisce la disciplina che prende il nome di geografia.
L’orizzonte geografico concepito dagli uomini, così come la concezione stessa della forma terrestre, varia in rapporto alle epoche e alle civiltà; ma è evidente che ogni popolo, fin dal suo costituirsi nel divenire storico, ha via via raggiunto una conoscenza sempre più ampia delle regioni in cui viveva, dei territori ad esse circostanti e anche di altri più lontani, di cui apprendeva l’esistenza per frequentazione diretta o per informazioni derivategli da popoli e da individui con cui intesseva relazioni. Ogni civiltà, fin dalle ere più antiche, ha sperimentato la necessità di ampliare progressivamente il suo orizzonte geografico, spinta fondamentalmente da tre motivi:

  • al fine di intessere rapporti commerciali con altri popoli
  • per esigenze di strategia militare
  • per la ricerca di nuovi territori da colonizzare e da cui ricavare nuove risorse.
Questi tre fattori hanno spinto uomini di ogni cultura e di ogni tempo ad intraprendere viaggi, esplorazioni e spedizioni verso l’ignoto. I mezzi di cui disponevano erano spesso precari, le loro tecniche povere e non sempre adeguate all’impresa, ma grazie a grande determinazione e a spirito di avventura, il più delle volte uniti ad una buona dose di fortuna, molti conseguirono i loro scopi, contribuendo così all’allargamento dei confini conoscitivi.
Il termine geografia ci rimanda direttamente al mondo greco, dalla cui lingua esso deriva (ghê significa Terra e grafeîn significa descrivere, tracciare; quindi geografia significa letteralmente “descrizione della terra”). E infatti, i primi tentativi di sintesi descrittiva e figurativa dell’intero mondo conosciuto, o ipotizzato, e le prime teorie relative alla forma e alle dimensioni della Terra videro la luce proprio presso i Greci. Tuttavia essi non furono certo i primi ad intraprendere viaggi e spedizioni alla volta di luoghi lontani e sconosciuti, e neppure furono i primi a redigere mappe territoriali: l’uso di rappresentazioni grafiche di regioni ed ambienti (anche celesti) risale ad epoche e a civiltà più antiche (gli Egiziani, ad esempio, che le utilizzavano per le attività esattoriali), i cui scopi erano pratici o religioso-astrologici: si trattava di descrizioni e di rappresentazioni di località e regioni di estensione più o meno vasta, ma sempre limitata, che non comprendevano mai visioni od ipotesi di sintesi particolarmente ampie o complete. Resta pertanto certo che la cartografia, intesa come scienza, nacque e si sviluppò unicamente in ambiente greco, come vedremo più in dettaglio.
Tra le prime civiltà che estesero ampiamente il loro raggio di relazioni e comunicazioni sia verso oriente che verso occidente, allargando notevolmente in questo modo il loro orizzonte geografico, vi furono i Cretesi, i Fenici e i Micenei.

Le teorie geometriche ed astronomiche di Eratostene

Su Eratostene possediamo molte informazioni, e benché le sue opere siano purtroppo andate perdute, le notizie e le citazioni riportate da altri autori ci consentono di ricostruirne quasi completamente il contenuto. Ricordiamo innanzitutto che la sua Geografia è in assoluto il primo testo pervenutoci con questo titolo. Nel trattato, l’erudito di Cirene enunciava per la prima volta il concetto preciso della disciplina e ne delimitava attentamente l’oggetto e gli scopi. Ma il fulcro del suo interesse era delineato nell’opera La misurazione della Terra, in cui lo scienziato esponeva appunto il procedimento e i risultati della sua determinazione delle dimensioni del globo terrestre: sfruttando naturalmente l’ipotesi geocentrica e la geometria della sfera, Eratostene giunse a calcolare la circonferenza della Terra con stupefacente approssimazione.

 

Eratostene a Syene (oggi Assuan, sul Nilo) aveva avuto modo di constatare che a mezzogiorno del solstizio d’estate il sole raggiunge lo zenit: sembra che lo studioso fosse giunto a tale deduzione osservando con curiosità il fatto che a mezzogiorno del 21 giugno in questa città un pozzo cilindrico risultava completamente rischiarato e gli steli degli gnomoni non facevano ombra.
Partendo dal presupposto (quasi esatto) che la città di Alessandria si trovasse sulla stessa linea di meridiano di Syene, Eratostene misurò con uno gnomone l’ampiezza dell’angolo proiettato dai raggi ad Alessandria alle medesime condizioni. L’angolo risultò corrispondere a circa 1/50 di angolo giro (7°15’ contro gli esatti 7°12’). La distanza che separa Syene da Alessandria era ben conosciuta da Eratostene (circa 5.000 stadi) e, poiché essa corrispondeva ad 1/50 della circonferenza complessiva del globo, lo scienziato arrivò a determinare quest’ultima nella misura di 250.000 stadi. In seguito all’arrotondamento di questa cifra a 252.000 per ottenere un numero divisibile per 60 o 360, l’esito finale risultò pari ai quasi 40.000 Km (1 stadio equivale a circa 158 m) calcolati dai nostri moderni strumenti!

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L’incontro con la strega

Il racconto, estratto dalla fiaba di Hansel e Gretel, è incentrato sulla parte più forte e drammatica della vicenda: l’incontro di Hansel e Gretel con la strega, l’affronto del pericolo e il suo superamento.
L’incontro con la strega è un momento catartico (conoscitivo e liberatorio) per il bambino: essa simboleggia l’ostacolo sfidante ed iniziatico da affrontare e da vincere. In questo modo la strega, come ogni cattivo delle fiabe, lupo, orco o drago che sia, spinge l’eroe o l’eroina (con cui il bambino si identifica) all’azione creativa e quindi alla sua evoluzione.

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voce e video: monica mainikka

La Selvaggia – Racconto in 3 puntate

Questa è la storia che si racconta nelle fattorie solitarie ai confini dei monti Catskill, dove sono cresciuta.
Tra fattoria e fattoria si stendono boscaglie e ogni fattoria ha il proprio bosco, e di notte ci sono cervi e conigli e perfino lupi, e le grandi linci che in tempo di carestia scendono a caccia a sud del Canada.
E di tanto in tanto, a qualche derelitta ragazza di fattoria che s’aggira di notte ai margini e al centro del profondo bosco, nasce un figlio come Helma Lassiter… (Marion Zimmer Bradley, 1960)

Audiolettura: La Selvaggia (The Wild One, 1960), di Marion Zimmer Bradley,
trad.: V. De Carlo
voce: monica mainikka

1^ puntata: Le stranezze di Helma Lassiter – Ascolta la prima puntata

2^ puntata: La gravidanza – Ascolta la seconda puntata

3^ puntata: La notte di luna piena – Ascolta l’ultima puntata

Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)

 

Il viaggio come strumento ed occasione di ricerca (ἱστορία) e di conoscenza

(Pubblico questo articolo come esempio di svolgimento di un saggio breve)

Argomento: Movimento e fermento sulle coste del Mediterraneo nei secoli VI e V a.C.
Ambito: Geostorico
Documenti: Passi tratti da manuali e saggi di storia antica, storia della geografia e storia della filosofia.
Lunghezza: Non superare le tre colonne di foglio protocollo.

Scaletta di percorso:

Introduzione: Il rinnovamento sociale nel mondo ellenico dei secoli VI e V a.C. e l’avvio della ricerca ‘scientifica’.
Sviluppo: Il viaggio è strumento di indagine (historìa) e conoscenza > Viaggi e scritti dei logografi, diffusione degli studi e teorie di filosofi milesi e Pitagorici > Rinnovata concezione della Terra; Influssi ideologici nella contrapposizione tra Oriente persiano e Occidente greco.
Conclusione: Riflessione sul contrasto tra la cultura occidentale e quella orientale, che ha caratterizzato la storia dalla guerra di Troia fino ai nostri giorni.

 

Titolo: Il viaggio come strumento e occasione di ricerca e di conoscenza

Svolgimento: 
Il mondo ellenico nel corso dei secoli VI e V a.C. assistette ad un grande rinnovamento sociale, in concomitanza con rilevanti conquiste politiche e progressi economici: la nuova ottica di apertura verso la realtà circostante diede l’avvio ai primi segnali di ricerca ‘scientifica’ in ambiente greco.
Mai prima d’allora l’uomo si era sentito così consapevole della possibilità umana di spaziare, sia in ambito intellettuale che geografico: l’affermarsi del criterio di indagine e di osservazione messo a fuoco dai fisici milesii, i filosofi della φύσις, lo sviluppo dei commerci, il crearsi progressivo di una sempre più fitta rete di traffici, la vasta diffusione di colonie fino ai punti più remoti del Mediterraneo sia orientale che occidentale, infusero nell’uomo greco l’impressione che il mondo non fosse poi tanto smisurato ed inconoscibile, ma fosse in attesa che qualcuno osasse percorrerlo in lungo e in largo, pronto ad offrire, a chi avesse il giusto spirito e fosse disposto ad affrontarne i rischi, i tesori della scoperta e della conoscenza.

Non ci stupisce quindi che, tra coloro che spesero parte della loro vita a viaggiare, non solo per necessità pratiche, ma spronati dal desiderio di sperimentare nuove cose e di apprendere diversi saperi, la tradizione riporti i nomi di personaggi a noi già noti, come gli stessi filosofi di Mileto (Talete si sarebbe spinto fino all’Egitto, dove avrebbe appreso i fondamentali princìpi geometrici; Anassimandro si sarebbe recato più volte a Sparta e avrebbe preso parte alla fondazione di Apollonia sul Ponto Eusino, cioè il Mar Nero) e Pitagora, che si racconta abbia visitato i più importanti centri religiosi della Grecia, dell’Egitto e del Medio-Oriente, al fine di ricevere le iniziazioni ai diversi culti e apprenderne i misteri, oltre che il sapere matematico.
Del resto è risaputo che il viaggio è strumento di conoscenza fondamentale e naturale per il filosofo, oltre che metafora costante del suo ideale di vita.
Il termine greco esprimente l’indagine è ἱστορία (= historìa); già nel corso del VI secolo con questo termine si indicava un’attività di ricerca condotta personalmente da chi, spinto dall’interesse per le origini di miti e credenze, curioso indagatore ed interprete più o meno razionale di vicende relative a genti e terre straniere, intraprendeva viaggi, intervistava persone, traduceva racconti, raccoglieva un vasto ed interessante materiale riguardante migrazioni, fondazioni, genealogie, e metteva tutto per iscritto:

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