Acqua

di monica mainikka

 

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Si sarebbe potuti finire in una risata
Io dapprima attonita
Ferita
Magari già quella difficile serata
Mentre severo l’occhio indagatore
Ci osservava.

Tu fiero della tua conquista ed orgoglioso
Spietata ma giusta punizione per lui.
E per me.
Allora anch’io forse
Avrei sorriso. Forse…

Ma tu
Aggredito un’altra volta
Umiliato ancora e ancora
E spaurito
Ma da chi per chi e perché?

Ma che ci importerà più di lei
Di lui di loro
Se non per una dolcezza antica
Regalata

Che forse resta
Quando tu ed io finalmente
Saremo noi?

Perché ancora rancore?
Perché ancora non amore?
Perché l’acqua
Da te desiderata non è
L’acqua del mio desiderare?

Può dunque l’acqua essere
Diversa da sé?
 No.
Siamo noi
Ancora troppo lontani da noi.

mainikka

“Come le foglie…” nella letteratura poetica

Omero:
Il. VI, 145-149

Τυδεΐδη μεγάθυμε τί ἢ γενεὴν ἐρεείνεις;
οἵη περ φύλλων γενεὴ τοίη δὲ καὶ ἀνδρῶν.
φύλλα τὰ μέν τ’ ἄνεμος χαμάδις χέει, ἄλλα δέ θ’ ὕλη
τηλεθόωσα φύει, ἔαρος δ’ ἐπιγίγνεται ὥρη῝
ὣς ἀνδρῶν γενεὴ ἣ μὲν φύει ἣ δ’ ἀπολήγει. 

O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe? Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue.

 

Mimnermo:
ἡμεῖς δ’, οἷά τε φύλλα (D2, 2W)

ἡμεῖς δ΄͵ οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος͵ ὅτ΄ αἶψ΄ αὐγῆις αὔξεται ἠελίου͵
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα͵ πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
5.οὔτ΄ ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι͵
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου͵
ἡ δ΄ ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός͵ ὅσον τ΄ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης͵
10.αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται͵ πενίης δ΄ ἔργ΄ ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ΄ αὖ παίδων ἐπιδεύεται͵ ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
15.ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.
(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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Cuore d’artista

Chi lavora con le mani è un operaio; chi lo fa pure con il cervello è un artigiano; chi vi aggiunge il cuore è un artista.
-Louis Nizer, Avvocato-

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
follia.

Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
malinconia.

Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
nostalgia.

Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.

Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi, poeta e scrittore italiano (1885 – 1974)

Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
….

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Tutta la dolcezza di Saffo..

…raccolta in questo canto moderno, un mix di frammenti della Poetessa, interpretato da Αλέκα Κανελλίδου:

Ατθίδα

Σαν άνεμος μου τίναξε ο έρωτας τη σκέψη
σαν άνεμος που σε βουνό βελανιδιές λυγάει.
Ήρθες, καλά που έκανες, που τόσο σε ζητούσα
δρόσισες την ψυχούλα μου, που έκαιγε ο πόθος.
Κι από το γάλα πιο λευκή
απ’ το νερό πιο δροσερή
κι από το πέπλο το λεπτό πιο απαλή.
Από το ρόδο πιο αγνή
απ’ το χρυσάφι πιο ακριβή
κι από τη λύρα πιο γλυκιά, πιο μουσική.
Πάει καιρός που κάποτε σ’ αγάπησα, Ατθίδα
μα τότε μου ‘μοιαζες μικρό κι αθώο κοριτσάκι.
Συ που μαγεύεις τους θνητούς, παιδί της Αφροδίτης
απ’ όλα το καλύτερο εσύ ’σαι το αστέρι.

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Ad Attide:

Eros ha sconvolto il mio cuore
come vento sui monti abbatte le querce
Sei giunta, bene, ti desideravo
hai ristorato la mia anima 
che ardeva di desiderio
Sei più bianca del latte
più fresca dell’acqua
più morbida di un peplo leggero
più pura di una rosa
più preziosa dell’oro
più dolce della lira
Un tempo ti amai Attide,
allora eri piccola ancora innocente
Tu che incanti i mortali
figlia di Afrodite
di tutte sei la stella più bella.

traduzione dal neogreco di monica mainikka

Potere del Nome…

Voglio che tu venga a me senza passato.
Le frasi che hai imparato, dimenticale.
Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi.
Vieni da me come fosse la prima volta.
Non dire mai che mi ami, fino al giorno in cui non me lo dimostri.
Ci sono tante forme di passione e di affetto;
ci sono persone che vivono insieme tutta la vita senza neppure conoscere i loro nomi.
Nominare è un processo lungo e difficile;
tocca l’essenza stessa delle cose e implica potere.
Ma in una notte selvaggia chi può ricondurti a casa?
Solo chi conosce il tuo nome.

Jeanette Winterson

Psiche scopre Amore

Ἔρος δ’ ἐτίναξέ μοι φρέναϛ, ὠϛ ἄνεμοϛ κὰτ ὄρος δρύσιν ἐμπέτων.
‘Ed Amore mi sconvolse l’Anima, come vento che giù dal monte s’abbatte sulle querce…‘ (Saffo, fr. 47/204 LGS)

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Apuleio nelle ‘Metamorfosi’ ci racconta il mito di Eros (Amore) e Psiche (l’Anima, la Vita, simbolo della Donna alla ricerca della consapevolezza di sé).
È un racconto iniziatico di perdita e di trasformazione: il patto imposto da Eros a Psiche è che non lo si “indaghi”, perché Amore vuole essere vissuto nel buio, nell’intimo del sé. Psiche cede alla curiosità e alla infida pressione delle sorelle e così, subito dopo aver assaporato l’estasi spirituale, la smarrisce, riconquistandola solo in seguito a prove assai impegnative. Tali esperienze guideranno l’Anima alla crescita e porteranno la Vita alla sua evoluzione.

Episodio tratto dalla ‘Favola di Amore e Psyche‘ delle ‘Metamorfosi‘ di Apuleio
video e voce: monica mainikka