Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò.
“Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di Valerio Massimo Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi: 
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci 
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est. 

(mainikka libere poeticeque uertit)

Beatrice – di Stefano Benni

Una ragazza vestita con un bell’abito medievale sta leggendo i tarocchi su un tavolino. Canta:

“Fior di vaniglia
il tempo passa e nessuno mi si piglia
Si sposan tutte quante
e a me mi tocca di aspettare Dante”.

(Con lieve accento toscano) Oh, è curiosa la vita nel Medioevo. Che poi Medioevo lo dite voi, io dico milleduecentottantaquattro, poi voi lo chiamate come vi pare, le epoche gli si dà il nome dopo.
Le dittature, ad esempio, se ne parla male solo dopo, intanto tutti se le puppano.
Volete vedere?
Io sono Beatrice che il futuro predice, leggo le carte quindi so tutto del futuro. In quanto agli anni che vivete voi adesso… (guarda le carte)
Madonna nana, neanche c’è un nome per chiamarlo, quello lì… ragazze, girategli alla larga a codesto puttaniere. Ma non devo parlare di politica, che ci si mette nei guai. Canappione gliene stanno capitando di tutti i colori coi guelfi e i ghibellini e i bianchi e i neri e così via…
Chi è Canappione? Scusate, io l’Alighieri lo chiamo così, mia madre dice “non t’azzardare che è un grande poeta importante”, però c’ha importante pure il naso, via c’ha un becco che pare una poiana, pare…una caffettiera, anche se non è ancora stata inventata. Insomma, lui fa il poeta ma inveisce e si incazza e mette tutti all’Inferno, ce l’ha con Pisa e con Arezzo, e con i Papi e con gli Arcivescovi. Mi sa che prima o poi lo fanno fuori, lo metton fuori dal palinsesto a legnate. Mi dispiacerebbe?
(sottovoce al pubblico) Oh, lo dico a voi in confidenza. Io a quello non lo sopporto.
Mi ha visto la prima volta che c’avevo otto anni, lui nove, mica mi ha detto “si gioca insieme, ti regalo un gelato”…no, c’ha fatto dieci poesie di duemila versi il piccino.
Ci siamo incontrati solo una volta l’anno scorso, c’avevo diciotto anni, e da allora sparito, di nebbia.
Gli è timido, dicono. E poi tutti a aggiungere “quanto sei fortunata! Quello è un poeta, ti dedicherà il capolavoro della letteratura italiana, ti renderà famosa (…) Sai quante vorrebbero essere cantate da lui?” Va bè, ma io sono una donna, non una serenata…
Mica posso aspettare che abbia finito il capolavoro e che mi abbia angelicato e intanto io buona e zitta. A diciannove anni al Medioevo si è già in anticamera da zitelle. Mica si ha il lifting e gli antibiotici e l’aerobica, noi.
A venticinque anni, zitelle e carampane, o tisiche, o magari ti capita un casino come Giulietta, tac, secca a quindici anni poverella, o come Ofelia.
Lo vedo io nelle carte cosa succederà, (si rabbuia), magari muoio a venticinque anni, qui c’è scritto che sarà così.
E intanto devo star qui ad aspettare il vate… che neanche suona bene come frase…

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Tutta la dolcezza di Saffo..

…raccolta in questo canto moderno, un mix di frammenti della Poetessa, interpretato da Αλέκα Κανελλίδου:

Ατθίδα

Σαν άνεμος μου τίναξε ο έρωτας τη σκέψη
σαν άνεμος που σε βουνό βελανιδιές λυγάει.
Ήρθες, καλά που έκανες, που τόσο σε ζητούσα
δρόσισες την ψυχούλα μου, που έκαιγε ο πόθος.
Κι από το γάλα πιο λευκή
απ’ το νερό πιο δροσερή
κι από το πέπλο το λεπτό πιο απαλή.
Από το ρόδο πιο αγνή
απ’ το χρυσάφι πιο ακριβή
κι από τη λύρα πιο γλυκιά, πιο μουσική.
Πάει καιρός που κάποτε σ’ αγάπησα, Ατθίδα
μα τότε μου ‘μοιαζες μικρό κι αθώο κοριτσάκι.
Συ που μαγεύεις τους θνητούς, παιδί της Αφροδίτης
απ’ όλα το καλύτερο εσύ ’σαι το αστέρι.

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Ad Attide:

Eros ha sconvolto il mio cuore
come vento sui monti abbatte le querce
Sei giunta, bene, ti desideravo
hai ristorato la mia anima 
che ardeva di desiderio
Sei più bianca del latte
più fresca dell’acqua
più morbida di un peplo leggero
più pura di una rosa
più preziosa dell’oro
più dolce della lira
Un tempo ti amai Attide,
allora eri piccola ancora innocente
Tu che incanti i mortali
figlia di Afrodite
di tutte sei la stella più bella.

traduzione dal neogreco di monica mainikka

Potere del Nome…

Voglio che tu venga a me senza passato.
Le frasi che hai imparato, dimenticale.
Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi.
Vieni da me come fosse la prima volta.
Non dire mai che mi ami, fino al giorno in cui non me lo dimostri.
Ci sono tante forme di passione e di affetto;
ci sono persone che vivono insieme tutta la vita senza neppure conoscere i loro nomi.
Nominare è un processo lungo e difficile;
tocca l’essenza stessa delle cose e implica potere.
Ma in una notte selvaggia chi può ricondurti a casa?
Solo chi conosce il tuo nome.

Jeanette Winterson

Odi et Amo: Storia di una Passione

Catullo, Carme 51

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
tum quoque vocis,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.

eccone la moderna interpretazione di Angelo Branduardi:

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Questo brano si ispira alla famosa ode composta dalla poetessa greca Saffo, nel VII sec a.C.:

Sappho, fr. 31

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,
ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,
κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ ….

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Simile a un dio mi sembra
quell’uomo che siede davanti a te
e da vicino ti ascolta
mentre tu parli con dolcezza e con incanto sorridi.
E questo fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco leggero
sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi
e le orecchie mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde dell’erba;
e poco lontana mi sento dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

Il carme 51 di C. Valerio Catullo, così come quello di Saffo, è un canto di gelosia, o meglio, di invidia per la bellezza, quasi divina e rapita, del rivale in amore che contempla la donna amata dal poeta.
Il turbamento che ne deriva sconvolge l’anima e i sensi, per cui la lingua si blocca, le orecchie ronzano, una fiamma sottile pervade le membra, e gli occhi si ricoprono di oscurità.

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Le diverse tipologie eroiche in Giasone, Medea e Ulisse

Medea: la crudele fattucchiera, la donna innamorata ed ingannata che reagisce in preda al ‘furor’, la tragica vittima di Eros e degli eventi, la menade assassina e spietata… Quel che è certo è che non è l’eroina  dei canoni tradizionali.
Figlia di Eete, re della Colchide e seconda sposa di Egeo, il padre di Teseo, è scaltra, intelligente e maga potente. E proprio per questo la prende in sposa Egeo, che non sapendo ancora della nascita di Teseo dalla prima moglie Etra, creduta sterile, spera che Medea con le sue arti magiche gli possa dare il figlio sperato.
La maga si innamora perdutamente di uno straniero: Giasone, l’eroe giunto assieme agli Argonauti dalla lontana Corinto, alla ricerca del Vello d’Oro.

Giasone incarna l’energia virile impulsiva e conquistatrice: affronta deciso l’impresa della conquista del Vello proprio perché si dice sia impossibile.
Ma la temerarietà virile, che è per natura priva della riflessione sulle conseguenze dell’agire, necessita dell’aiuto dell’energia femminile, per natura dotata della magia dell’intuizione: e così Giasone si fa aiutare dalla principessa innamorata, la quale non esita a tradire il padre ed ad uccidere il fratello, pur di permettere all’amato di raggiungere il suo obiettivo di conquista.
Giasone pertanto, grazie ad un filtro potentissimo donatogli da Medea, riesce ad impossessarsi del Vello d’oro e a tornare vittorioso e con lei in patria.
Del resto l’eroe temerario e conquistatore, una volta ottenuti i suoi scopi dimentica opportunisticamente i favori ricevuti e, trascurando il valore del femminile, passa ad altra impresa, senza riflettere sulle conseguenze della sua impulsività: accetta quindi senza esitazione una nuova sposa, offertagli dal re Creonte, che gli garantisce in tal modo la successione al trono; e Medea viene abbandonata in quanto ormai scomoda ed inutile.
L’ira della donna ferita è allora terribile: fa recapitare un mantello avvelenato in regalo a Glauce, la promessa sposa, la quale muore insieme al padre Creonte che cerca di salvarla.
La vendicatrice non ancora soddisfatta arriva poi ad uccidere addirittura l’oggetto del suo amore, i due figli avuti da Giasone, onde colpire con più spietata crudeltà l’eroe.
Infine maledice l’ipocrita amante, augurandogli di non trovare più terra che lo ospiti: e di fatto Giasone troverà la morte in mare.

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