Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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Favola di Santa Lucia

di Giannino Guareschi

 

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno.
Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.
La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.
Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.

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Il bacio

(Monologo ispirato dal dipinto di Francesco Hayez)

Cosa spinge un uomo a lasciare la propria terra per difenderla?
Che cosa lo porta ad abbandonare la propria casa, il proprio paese?
Non ho nulla che mi tenga qui, che mi leghi a queste mura! Non hanno visto morire mio nonno, mio padre e non vedranno morire nemmeno me.
Mi è rimasto solo un colore.. Il verde; il colore dei suoi occhi, il colore della mia speranza. Mi sono rimaste le sue lentiggini sulla pelle chiara, i suoi capelli color del sole e le sue labbra pallide… Mi è rimasta lei.
Forse è questa l’ancora che permette di rimanere umano, di provare nostalgia anche quando il tuo unico destino è quello di uccidere anime peccatrici come la tua, capitate nel centro di una scacchiera, nelle sporche mani di ricchi giocatori perversi. Forse è quel blocco alla gola che ti distrae dai proiettili, quella piega del suo sorriso, che quasi fa passare inosservato il fiume di sangue.

Una ventata d’aria gelida mi arrossa le guance, distogliendomi dal vortice di pensieri che da giorni si accumulano nella mia povera testa. No, non posso partire senza averla rivista per un’ultima volta…
Mi incammino su per la strada che ho percorso per tutta una vita, tra rovi, fiori, sassi e piume. Lucrezia vive lì, nella casa color del glicine, a pochi passi dal precipizio, che prima veniva usato per sbarazzarsi dei corpi nemici.
Appena la vedrò le dichiarerò tutto il mio amore, le dimostrerò tutto quel che in questi anni ho tenuto dentro di me, come un fuoco che brucia all’interno! La prenderò tra le braccia e le prometterò di ritornare, di rimanere per sempre al suo fianco!

Arrivato al portone, do un colpo al battente. Mi preparo, sistemo il bavero e aspetto che l’uscio si apra. Passano i minuti e un inquietante silenzio avvolge me e la vecchia casa, preparandomi al peggio. Mi avvicino al pomello e lo giro, provocando un cigolio di cardini arrugginiti. Davanti a me si para un enorme salotto, decorato con ornamenti e insegne di merito, che infondono un eccessivo senso di inferiorità. Sono sicuro di non trovarla, così mi dirigo a passo svelto verso il retro, scendo le scale di marmo freddo e la vedo: fasciata in un corpetto blu che risalta la sua figura esile, i boccoli che come una cascata le scivolano sulla schiena e un’ombra, vicino a lei, che le cinge i fianchi e con brama le bacia le labbra.

Tutti i miei pensieri si arrestano, un brivido crudo e agghiacciante mi percorre la schiena, prendendo il possesso del mio corpo. Le mie mani cercano a vuoto un appiglio, ma si imbattono in un arnese di pietra e, senza preoccuparsi di riconoscerlo, riescono a scagliarlo verso l’uomo. Un urlo, poi più nulla. La ragazza è in lacrime, davanti al corpo inerte del suo amante. Mi osserva, il suo sguardo è un misto tra incredulità e orrore, ma ormai la mia coscienza è morta, insieme allo sconosciuto. Sto per colpire anche lei quando improvvisamente i sensi di colpa mi travolgono. Comincio a correre, forse diretto all’inferno, l’unico posto in cui mi merito di finire. Mi lascio prendere dalla foga della corsa, dalla mia voglia di lasciarmi dietro un peso portato da troppi anni. L’aria che mi circonda è fredda e le mie ossa si fanno piano piano sempre più leggere. Ho voglia di volare. Una parte di me sa bene quel che sto facendo, sta vedendo la mia pazzia, ma si rassegna a un’inevitabile fine. Alzo gli occhi e, dirigendomi verso il precipizio, attendo di raggiungere le stelle.

Alice ’96

Acqua

di monica mainikka

 

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Si sarebbe potuti finire in una risata
Io dapprima attonita
Ferita
Magari già quella difficile serata
Mentre severo l’occhio indagatore
Ci osservava.

Tu fiero della tua conquista ed orgoglioso
Spietata ma giusta punizione per lui.
E per me.
Allora anch’io forse
Avrei sorriso. Forse…

Ma tu
Aggredito un’altra volta
Umiliato ancora e ancora
E spaurito
Ma da chi per chi e perché?

Ma che ci importerà più di lei
Di lui di loro
Se non per una dolcezza antica
Regalata

Che forse resta
Quando tu ed io finalmente
Saremo noi?

Perché ancora rancore?
Perché ancora non amore?
Perché l’acqua
Da te desiderata non è
L’acqua del mio desiderare?

Può dunque l’acqua essere
Diversa da sé?
 No.
Siamo noi
Ancora troppo lontani da noi.

mainikka

“Come le foglie…” nella letteratura poetica

Omero:
Il. VI, 145-149

Τυδεΐδη μεγάθυμε τί ἢ γενεὴν ἐρεείνεις;
οἵη περ φύλλων γενεὴ τοίη δὲ καὶ ἀνδρῶν.
φύλλα τὰ μέν τ’ ἄνεμος χαμάδις χέει, ἄλλα δέ θ’ ὕλη
τηλεθόωσα φύει, ἔαρος δ’ ἐπιγίγνεται ὥρη῝
ὣς ἀνδρῶν γενεὴ ἣ μὲν φύει ἣ δ’ ἀπολήγει. 

O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe? Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue.

 

Mimnermo:
ἡμεῖς δ’, οἷά τε φύλλα (D2, 2W)

ἡμεῖς δ΄͵ οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος͵ ὅτ΄ αἶψ΄ αὐγῆις αὔξεται ἠελίου͵
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα͵ πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
5.οὔτ΄ ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι͵
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου͵
ἡ δ΄ ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός͵ ὅσον τ΄ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης͵
10.αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται͵ πενίης δ΄ ἔργ΄ ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ΄ αὖ παίδων ἐπιδεύεται͵ ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
15.ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.
(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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Ma tutto si può sopportare…

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,

κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ πένητα _

Saffo, Ode II, Strofe saffica minore

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voce e video: monica mainikka


Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.

Com’io ti veggio, palpitar mi sento
Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.

Muta s’intrica la mia lingua: accensa
Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.

Sudor di gelo le mie guance inonda.
Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro.

Trad. di Ugo Foscolo (1790)

Scissus ego

dal musical Notre Dame de Paris:
Phoebus canta ‘Déchiré’

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Traduzione in latino di monica mainikka:

Scissus ego,
uir sum in me partitus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque amant me
Cor meum num in duo mi secandum est?

 Scissus ego,
uir sum in me diuisus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque adorant me
Mea num culpast si homo tam beatus sum?

 Altera ad diem, ad noctem altera
ad amorem illa, ad totam uitam haec
una in aeternum, in minus temporis illa

 Scissus ego,
uir in me laceratus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque cupiunt me
Non mi tamen plus quam eis doloris est

 Scissus ego,
uir sum in me disiunctus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque diligunt me
Mea num culpast si homo talis sortis sum?

 Altera ad caelos, ad inferos altera
ad mel ea, ad fel sic ista est
huic omnia uerba sacra concepi
cum illa omnia quae promissa a me uiolata sunt

Scissus ego…..

(mainikka latine uertit)