Il razzismo visto da Alice

Esistono infiniti spunti per argomentare questo tema, infinite domande e infiniti dubbi a riguardo, ma anche se si trovassero le risposte, non si risolverebbe il ‘problema’.
Il razzismo, semplicemente, è la paura del diverso, paura di qualcosa di sconosciuto e, secondo me, mancanza di coraggio verso qualcosa di nuovo.
Senza andare troppo lontano e senza ricollegarmi a casi estremi, può essere chiamato razzismo anche il fenomeno per il quale le persone del mio paese sono migliori di quelle di altri, e a loro volta quelle del mio paese che non abitano nel mio condominio sono ancora inferiori; e ovviamente, per chi non vive sotto il mio tetto non posso avere una considerazione così priva di pregiudizi.
Anche nel nostro piccolo il razzismo è presente. E ogni giorno è alimentato e accresciuto dai milioni di messaggi che continuiamo a farci inculcare dai media, che nonostante la consapevolezza, ci facciamo inviare e trasmettere grazie a pubblicità, social network e programmi volti all’annullamento di qualsiasi tipo di ragionamento. Siamo abituati ad avere pensieri già elaborati, problemi già risolti e, quindi, persone già giudicate.
Esistono diversi tipi di razzismo, il più diffuso è quello verso gli extracomunitari che però, stranamente, non comprende gli americani, gli australiani o i giapponesi. Forse perché il concetto di ‘extracomunitario’ ha cambiato significato e io magari non me ne sono resa conto.
La buona frase: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ vale solo se ‘il prossimo tuo’ ha la pelle chiara, ha un lavoro, non ha troppi figli da mantenere, viene da un paese decente (secondo strani schemi che prima o poi mi farò spiegare da un razzista convinto) e soprattutto non chiede aiuto in mezzo alla strada e se ne sta nel suo. In poche parole, io lo amo se lui non mi chiede nulla e non invade la mia privacy.
La cosa più triste è vedere associazioni che fanno tanto di pubblicità con immagini di bambini poveri sorridenti, chiedendo il tuo contributo, per poi arrivare a capire che buona parte del tuo contributo finirà nella pubblicità successiva per la loro campagna ‘solidale’.
Il razzismo è una cosa ridicola. Quasi vigliacca, oserei dire. Ma a quanto pare è una sorta di protezione naturale che un uomo si crea con il passare degli anni. È una corazza che permette di sembrare forte e che dentro ti lascia vuoto. È l’autodistruzione di una società mondiale. E il bello è che abbiamo fatto tutto da soli!

Alice ’96

Il bacio

(Monologo ispirato dal dipinto di Francesco Hayez)

Cosa spinge un uomo a lasciare la propria terra per difenderla?
Che cosa lo porta ad abbandonare la propria casa, il proprio paese?
Non ho nulla che mi tenga qui, che mi leghi a queste mura! Non hanno visto morire mio nonno, mio padre e non vedranno morire nemmeno me.
Mi è rimasto solo un colore.. Il verde; il colore dei suoi occhi, il colore della mia speranza. Mi sono rimaste le sue lentiggini sulla pelle chiara, i suoi capelli color del sole e le sue labbra pallide… Mi è rimasta lei.
Forse è questa l’ancora che permette di rimanere umano, di provare nostalgia anche quando il tuo unico destino è quello di uccidere anime peccatrici come la tua, capitate nel centro di una scacchiera, nelle sporche mani di ricchi giocatori perversi. Forse è quel blocco alla gola che ti distrae dai proiettili, quella piega del suo sorriso, che quasi fa passare inosservato il fiume di sangue.

Una ventata d’aria gelida mi arrossa le guance, distogliendomi dal vortice di pensieri che da giorni si accumulano nella mia povera testa. No, non posso partire senza averla rivista per un’ultima volta…
Mi incammino su per la strada che ho percorso per tutta una vita, tra rovi, fiori, sassi e piume. Lucrezia vive lì, nella casa color del glicine, a pochi passi dal precipizio, che prima veniva usato per sbarazzarsi dei corpi nemici.
Appena la vedrò le dichiarerò tutto il mio amore, le dimostrerò tutto quel che in questi anni ho tenuto dentro di me, come un fuoco che brucia all’interno! La prenderò tra le braccia e le prometterò di ritornare, di rimanere per sempre al suo fianco!

Arrivato al portone, do un colpo al battente. Mi preparo, sistemo il bavero e aspetto che l’uscio si apra. Passano i minuti e un inquietante silenzio avvolge me e la vecchia casa, preparandomi al peggio. Mi avvicino al pomello e lo giro, provocando un cigolio di cardini arrugginiti. Davanti a me si para un enorme salotto, decorato con ornamenti e insegne di merito, che infondono un eccessivo senso di inferiorità. Sono sicuro di non trovarla, così mi dirigo a passo svelto verso il retro, scendo le scale di marmo freddo e la vedo: fasciata in un corpetto blu che risalta la sua figura esile, i boccoli che come una cascata le scivolano sulla schiena e un’ombra, vicino a lei, che le cinge i fianchi e con brama le bacia le labbra.

Tutti i miei pensieri si arrestano, un brivido crudo e agghiacciante mi percorre la schiena, prendendo il possesso del mio corpo. Le mie mani cercano a vuoto un appiglio, ma si imbattono in un arnese di pietra e, senza preoccuparsi di riconoscerlo, riescono a scagliarlo verso l’uomo. Un urlo, poi più nulla. La ragazza è in lacrime, davanti al corpo inerte del suo amante. Mi osserva, il suo sguardo è un misto tra incredulità e orrore, ma ormai la mia coscienza è morta, insieme allo sconosciuto. Sto per colpire anche lei quando improvvisamente i sensi di colpa mi travolgono. Comincio a correre, forse diretto all’inferno, l’unico posto in cui mi merito di finire. Mi lascio prendere dalla foga della corsa, dalla mia voglia di lasciarmi dietro un peso portato da troppi anni. L’aria che mi circonda è fredda e le mie ossa si fanno piano piano sempre più leggere. Ho voglia di volare. Una parte di me sa bene quel che sto facendo, sta vedendo la mia pazzia, ma si rassegna a un’inevitabile fine. Alzo gli occhi e, dirigendomi verso il precipizio, attendo di raggiungere le stelle.

Alice ’96

Il ritorno di Ulisse 13-17

“Svegliati, soldato! È ora di tornare a casa!”
Finalmente. È da due interminabili settimane che aspetto queste parole!
È stata la guerra più lunga che io abbia mai combattuto, questa.
Son soldato da quando avevo sette anni, il mio codice è “Ulisse 13-17” e il mio compito è quello di bloccare le reti nemiche per permettere ai soldati incaricati di rubare le trasmissioni televisive dalle case.
Poveretti gli abitanti. La televisione è di vitale importanza: accesa notte e giorno, permette loro di vivere. Tolta la tv, i malcapitati impazziscono. È naturale, provato scientificamente! Non fai altro che guardare la televisione da quando nasci, impari a parlare, a relazionarti, perfino a mangiare e a fare tutte quelle altre azioni abituali che noi del Governo impariamo naturalmente. Il nostro capo non permette di accenderla ai suoi funzionari, solo alla gente comune. È un modo semplice ed efficace per tenerli a bada, per controllarli e, quando serve, per sbarazzarsi di loro.
La guerra che abbiamo combattuto in queste settimane è stata la guerra di Troia, che si trova più o meno oltre il parco Verdi, attraversando il canale e poi a sinistra. È un paesino tanto piccolo quanto pericoloso. Ancora non ho capito bene le cause che hanno scatenato il conflitto, ma credo che si sia trattato di una mela. L’hanno chiamata “mela della discordia”, visto che è da millenni che va di moda cominciare le guerre e le dispute a causa di questo frutto. Prima c’è stata una certa Eva, poi Elena e via tutte le altre!
Ma finalmente è finita: tredicimila persone in cura nel nuovo psicospedale e ben settemila morte cerebralmente. Ben fatto!
È ora di tornare a casa. Mi alzo dalla scrivania, stacco il computer e mi preparo a muovere le gambe, ferme immobili per due lunghe settimane. Sono davvero stanchissimo! In compenso le braccia si sono tenute in forma, ho i calli alle dita e la colonna vertebrale ha preso la forma della poltrona. È stata davvero una guerra pesante e faticosa! Apro la porta e mi incammino a passo pesante verso l’ascensore. Non ho intenzione di fare quattro piani a piedi! Ovviamente la fortuna non è dalla mia parte e come sempre cerca di mettermi i bastoni tra le ruote o, in questo caso, ha pensato bene di incollare all’ascensore un tablet con una bella scritta arricciata che mi informa gentilmente che ‘l’ascensore è fuori uso’. In poche parole mi invita a farmela a piedi. Sbuffando scendo il primo scalino, il secondo, poi il terzo e, naturalmente, inciampo. Alla fine della rampa mi ritrovo faccia a faccia con un paio di calzini di nylon passati da giorni, calzati ai piedi della signora Circia, una vecchia strega prova vivente dell’esistenza dei libri. Ci mancava solo questa! Con la sua faccia rinsecchita, rovinata dalla chirurgia plastica che ai suoi tempi andava di moda, mi fa un sorrisetto complice e io capisco che non posso far altro che accettare una tazza di tè. Entro a malincuore in quel buco e subito il ronzio della televisione cattura la mia attenzione. Ci sediamo, mi offre una tazza di tè ancora fumante e piano piano le mie preoccupazioni vanno placandosi, i miei pensieri sono soffocati dalla miriade di parole sputate dallo schermo. Passano le ore, la mia schiena si sta conformando con il divano, la mia testa ha perso il controllo dei pensieri e la mia tazza sempre piena mi esorta a restare. All’improvviso un telefono squilla dall’altra parte della stanza e mi permette di tornare in me. Con eleganza e gentilezza saluto la strega ed esco, distogliendo l’attenzione dai programmi di prestigio perennemente ronzanti sullo schermo.
Devo farcela, dico tra me e me, mancano solo tre piani. Mi reggo saldamente al corrimano, inutilizzato da anni, pronto per muovere un passo sulla scala. Un piede, poi l’altro, non è così difficile! Ho sopportato la guerra, queste scale non mi fanno poi così paura! Ma all’improvviso intravedo qualcosa, qualcosa di veloce che mi sta arrivando diritto sulla caviglia. È un modellino antico di Ferrari telecomandato, modernizzato con schermo e decoder incorporato. So benissimo di chi può essere! Di Sceila e Cariddie, le due fastidiose gemelle del secondo piano. Se hai poco più di vent’anni, lavori per lo stato, ti chiami Ulisse e magari abiti anche sotto di loro, sei indubbiamente sulla loro lista nera. Faccio l’indifferente e le aggiro, senza guardarle negli occhi, così me la cavo, ritrovandomi solo con qualche freccetta nei capelli e un paio di gomme da masticare appiccicate artisticamente sulla giacca. Mancano solo due rampe, la prima la passo senza problemi, mi ci sto quasi abituando! Al primo piano c’è un bar, famoso per l’ospitalità e la cortesia. Una musica delicata e coinvolgente mi attira a sé, facendomi ritrovare all’interno del “bar dei Feaci”, dove stanno trasmettendo l’ultima puntata di: “T’incanto e ti porto via”.
Il mio bisogno di parlare con qualcuno dopo giorni di solitudine prende il sopravvento e, con molto piacere, il proprietario del bar mi asseconda, discutendo del più e del meno.

Leonardo Roperti

Ma passa altro tempo e io sarei già dovuto essere tornato dalla mia compagna Penelope e da Tem, il mio piccoletto. Saluto in tutta fretta e mi precipito, per quanto sia possibile, verso il piano terra, dove c’è il mio piccolo appartamento. Finalmente a casa! Ansimando passo la tessera sul riconoscitore automatico e la porta si apre. Il viso di mia moglie seduta sul divano subito mi rassicura, calmandomi e facendomi dimenticare la dura esperienza appena finita. Già, è proprio tutto finito. Mi rannicchio vicino a lei e in quel momento Tem viene a salutarmi saltellando, felice che io stia bene. Nei suoi occhi posso leggere l’entusiasmo e la voglia di sapere tutti i dettagli della guerra, l’esito e i particolari. Lo prendo in braccio, e comincio a raccontare..

Alice ’96