Ancora sulla Xenìa…

Continuo la riflessione del post precedente sulla xenìa (ξενία) mediterranea: l’astuta concezione di un insieme di norme di ospitalità fortemente vincolanti in entrambe le direzioni, indiscutibilmente approvate ed accettate da tutti, o quasi, i popoli mediterranei e applicabili in un contesto di accoglienza dovuta o inevitabile – anche il bàrbaros (βάρβαρος) in tale contesto diventava xénos (ξένος)-.

La xenìa mediterranea sorse sicuramente come atteggiamento istintivo di difesa in ambienti non protetti dalla natura: il mare da sempre è una porta aperta allo sbarco di stranieri; e in questo senso penso che la tendenza innata all’ospitalità tipica della gente del sud Italia, ad esempio, ne sia un retaggio (al contrario dei popoli montani del nord i quali, già difesi dalla natura e da essa spinti a chiudersi e a ripararsi, sono tradizionalmente meno espansivi nell’ospitalità).

Non so se rischio di cadere nell’errore opposto, di idealizzare cioè un possibile futuro.. ma mi chiedo: se ci sensibilizzassimo un po’ di più all’ottica della reciprocità protettiva ‘obbligata’ (nel senso di doverosa e vincolante), la convivenza non sarebbe più serena?
Penso all’efficacia di alcuni aspetti fondamentali della xenìa antica, che tutti possiamo leggere in Omero:

  • innanzitutto il diritto sacrosanto da parte di ogni straniero, anche appartenente a nazioni nemiche, di essere accolto ed ospitato.
  • d’altro canto il dovere dell’ospitato di sottoporsi a determinate regole di controllo, cortesi e preventive nello stesso tempo: leggiamo ad es. che l’ospite non poteva presentarsi al cospetto dell’ospitante se non dopo essere stato sottoposto al bagno e al cambio delle vesti (e quindi spogliato e disarmato); doveva accettare la condivisione del pasto con il padrone di casa con l’obbligo di “allietarlo” raccontandogli per prima cosa a che stirpe appartenesse, di chi fosse figlio, da quale città provenisse, in che qualità si presentasse ecc. Doveva cioè conoscere e farsi conoscere e quindi venire al dunque e rivelare lo scopo della visita…
  • il diritto/dovere reciproco di ospitare e di essere ospitati in futuro, estendibile da quel momento all’intera “famiglia” di entrambi…

È pur vero che nel contesto antico tale rapporto era un modo per rendere l’ospite solo un membro temporaneo della comunità che stava visitando, se non addirittura indicare, più semplicemente, che il visitatore non era un membro “vero e proprio”, ma solo un ospite passeggero…

Sono conscia del fatto che bisognerebbe ragionare con realismo e buon senso su come poter rendere applicabile tale insegnamento del passato alle esigenze attuali delle nostre società multietniche e multiculturali. Magari anche solo per riequilibrare l’atteggiamento mentale nei confronti dell’altro…

Ma insomma se il diritto/dovere ad accogliere ed essere accolto, a conoscersi e a farsi conoscere cominciasse ad essere visto come una “protezione”, una garanzia per entrambi, non sarebbe già un buon risultato?