Odi et Amo: Storia di una Passione

Catullo, Carme 51

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
tum quoque vocis,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.

eccone la moderna interpretazione di Angelo Branduardi:

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Questo brano si ispira alla famosa ode composta dalla poetessa greca Saffo, nel VII sec a.C.:

Sappho, fr. 31

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,
ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,
κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ ….

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Simile a un dio mi sembra
quell’uomo che siede davanti a te
e da vicino ti ascolta
mentre tu parli con dolcezza e con incanto sorridi.
E questo fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco leggero
sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi
e le orecchie mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde dell’erba;
e poco lontana mi sento dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

Il carme 51 di C. Valerio Catullo, così come quello di Saffo, è un canto di gelosia, o meglio, di invidia per la bellezza, quasi divina e rapita, del rivale in amore che contempla la donna amata dal poeta.
Il turbamento che ne deriva sconvolge l’anima e i sensi, per cui la lingua si blocca, le orecchie ronzano, una fiamma sottile pervade le membra, e gli occhi si ricoprono di oscurità.

Ascoltiamo ora quest’altro, il Carme 5:

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,  
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

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Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci,
e i brontolii dei vecchi troppo arcigni
stimiamoli tutti meno di una cicca!
I giorni possono tramontare e ritornare…
A noi, una volta che sarà tramontata la breve luce del giorno,
non rimarrà che dormire un’unica notte eterna.
E allora dammi mille baci e poi cento
e poi altri mille; poi ancora cento
e mille altri ancora, e ancora cento.
Infine, dopo che ne avremo fatto un mucchio,
li confonderemo tutti, per non sapere quanti sono
o perché nessun invidioso possa farci il malocchio
sapendo che i baci sono tanti.’

Questo è più giocoso, immediato nel suo messaggio di spensieratezza: è un invito all’amata a cogliere l’attimo, perché la vita è breve; e bisogna vivere intensamente l’amore, senza preoccuparsi delle malelingue. Anzi, è meglio nascondere il numero esatto di baci scambiati e prendersi gioco degli invidiosi, di coloro cioè che in-vident, che guardano contro, che guardano male, così che non possano gettare sugli amanti il malocchio.
Ed è curioso e simpatico tale riferimento, che ci rimanda ad una forma di superstizione popolare per cui il numero preciso, in questo caso il numero dei baci, potrebbe essere utilizzato per gettare la malìa.

C. Valerio Catullo era un giovane poeta latino, vissuto nel 1° sec. a. C.: era un provinciale, proveniva dalla Gallia Cisalpina, cioè dall’Italia settentrionale, e più precisamente da Verona.
Il nostro poeta incontrò la donna che avrebbe profondamente segnato la sua esistenza, forse già a Verona, magari proprio nella splendida tenuta paterna di Sirmione, sulle rive del lago di Garda: gli scavi archeologici hanno interamente riportato alla luce un’area residenziale di oltre due ettari, oggi visitabile.

 Proprio qui, probabilmente, il promettente giovanotto conobbe la bella Clodia, a cui il poeta assegnò nei suoi carmi il nome di Lesbia, che significa la fanciulla dell’isola di Lesbo: era un omaggio alla grande poetessa greca Saffo, che sull’isola di Lesbo, secoli prima, condusse un Tiaso, una sorta di collegio votato al culto di Afrodite, in cui venivano raffinatamente istruite le ragazze greche di buona famiglia.

Catullo dirà di Clodia (dal Carme 86):

Lesbia formosa est,
quae cum pulcherrima tota est,
tum omnibus una omnis surripuit Veneres

Lesbia è ben fatta,
lei che è tutta quanta bella assai e
che a tutte le altre ha sottratto
ogni fascino di Venere.

Oppure, nell’ode più famosa, quella del passerotto, Carme 2:

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare appetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescio quid libet iocari
et solaciolum sui doloris,
credo ut tum gravis acquiescat ardor.

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La mia ragazza tiene in grembo
Un passerotto, la sua gioia
E gli offre il dito per stimolarne pungenti beccatine
A lei, da me così tanto desiderata
Piace giocare con lui
Ed è dolce conforto alle sue pene

La bella Clodia viene cantata dal poeta con lo pseudonimo di Lesbia, la ragazza dell’isola di Lesbo, come dicevo, in omaggio alla poetessa greca che ben sei secoli prima aveva sublimato l’amore nelle sue odi, con dei versi che  hanno attraversato indenni i secoli e i millenni, portando fino a noi tutta l’intensità del loro sentimento.
Clodia trovò in Catullo un animo sensibile, per quanto poteva essere sensibile e romantico un uomo di cultura romana, capace comunque di eternarne la bellezza, il fascino e le pene d’amore che ella fu capace di suscitare. Ma quanto fu corrisposta tale passione?
Clodia era una donna bella, colta e raffinata, disinibita e assai corteggiata. E fra le sue doti di sicuro non capeggiava la fedeltà, né la dedizione nei confronti del marito.
Inoltre Clodia si era svincolata presto dalla tutela paterna: aveva infatti 18 anni quando il padre morì, e si era sposata tardi per quell’epoca, già trentenne. Ovviamente, il matrimonio che aveva contratto con Metello Celere era un’unione di interesse e il marito, come se ciò non bastasse, la lasciò presto vedova e quindi libera di esprimere a piacimento la sua natura indomita e ribelle.
Clodia dunque era figlia del suo tempo: c’è chi scorge, dietro lo stereotipo poetico, una figura reale di donna forte, autonoma, certamente volubile in amore, sia prima che durante che dopo la relazione con Catullo. Il quale, dal canto suo, sembrava vagheggiare un amore leale, basato sulla fides, la fedeltà.

Lei così diversa da lui, e soprattutto dal suo ideale di amore, eppure da lui tanto amata, adorata e sublimata: ed è lecito allora chiedersi: ma era amore reale? E, dunque, Catullo fu un ingenuo, uno sprovveduto? Oppure, più prosaicamente, i suoi tormenti sono frutto di immaginazione poetica e Lesbia non è altro che un modello letterario?
Chissà…

Catullo era un provinciale, e una volta giunto a Roma era rimasto certamente affascinato dai costumi brillanti e dissipati della gioventù del tempo; egli stesso aveva altre relazioni, anche omosessuali, secondo il costume greco ormai molto in voga nell’élite romana dell’epoca.
Ma la burrascosa relazione con Clodia l’aveva coinvolto profondamente, e la spregiudicatezza della donna provocò in lui un tormento cocente.

Carme 85:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

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Odio e Amo. Perché faccio così?
Forse te lo chiedi… Non lo so.
Ma sento che accade… e mi ritrovo in croce…

La relazione era destinata a finire, ma il giovane era sinceramente innamorato e senza via d’uscita nella sua folle passione.
Quante volte, ci sembra di cogliere dai suoi carmi, lui si fa da lei prendere e lasciare, prima la adora e poi la disprezza… Forza se stesso a rassegnarsi, a recuperare un po’ di buon senso e di serenità.
Ma è un vortice superiore alle sue forze e non ne esce; ne rimane sconvolto, e confuso. Ed è proprio qui che raggiunge i livelli più toccanti di ardore poetico.
Anche se è inevitabile la disillusione, ormai la passione per Clodia non lo abbandonerà più, portandolo a cercare una sottile differenza tra AMARE e BENE VELLE:

Carme 72

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
 Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
Sed
 pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
Qui potis est, inquis? quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.

 

Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,
Lesbia, e di non voler stare, se non con me, neppure con Giove.
Ti ho amata allora, non tanto come si ama
Un’amante, ma come un padre ama i figli e i generi
Ora però ti conosco: perciò anche se brucio di più, tu vali per me
molto meno e sei meno importante.
Come è possibile, chiedi? Perché tali offese
Costringono l’amante ad amare di più
Ma a voler bene di meno…

Catullo era ancora molto giovane quando morì: era il 54 circa a.C., ed egli aveva solo trent’anni, o poco più.
C’è chi dice che morì di una malattia allo stomaco, chi crede di mal sottile cioè di tubercolòsi, forse consumato fisicamente e psicologicamente dai suoi stessi sentimenti: sentimenti troppo elevati, che quando sono troppo intensi, sono troppo, anche per un poeta.

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