La teoria pitagorica della Terra concepita come sfera

I numeri erano concepiti dai Pitagorici come solidi astratti (del resto la matematica antica, da non intendersi solo come un insieme di conoscenze pratiche che soccorressero alle esigenze quotidiane di calcolo, si esplicava soprattutto nella geometria).
Nella scuola pitagorica incontriamo l’idea di sfera come simbolo di perfezione: già intuita dai Milesi, ora per la prima volta tale idea viene attribuita, come possibile ipotesi, alla forma terrestre. Certo, per la dimostrazione scientifica e la codifica di tale teoria si dovranno attendere gli studi di Aristotele (IV secolo a.C.) e di Eratostene (III secolo a.C.), ma la concezione cosmica dei Pitagorici risulta comunque molto affascinante: il globo terrestre, insieme al sole, appartiene ad un sistema astrale gravitante attorno ad una massa infuocata centrale. Il calore che ne scaturisce provoca il movimento rotatorio dell’intero sistema attorno ad essa. Tale movimento è equilibrato dal moto contrapposto di un’altra massa astrale, l’antiterra, che gravita dal lato opposto attorno al centro.
In questa concezione potrebbe stupirci come particolarmente rivoluzionaria l’ipotesi che la Terra non sia concepita al centro dell’Universo, ma Aristotele ci suggerisce che i Pitagorici attribuivano al rifiuto del geocentrismo una spiegazione ideologica più che scientifica, in quanto la Terra non era da essi considerata “abbastanza nobile da occupare la posizione più importante dell’Universo” (De caelo).

Senza nulla togliere al fascino e all’interesse che le teorie pitagoriche suscitano, dobbiamo però riconoscervi anche asserzioni fantasiose, arbitrarie o quanto meno discutibili. Sempre Aristotele si scaglia polemico contro la pretesa di identificare cose fisiche o fenomeni di vario genere con i numeri, come ad esempio l’attribuzione del numero 4 alla giustizia, per la sua caratteristica di contraccambio e di uguaglianza, oppure la corrispondenza tra l’1 e l’intelligenza, concepita come immobile, o, al contrario, il 2 identificato con l’opinione, che si può muovere fra opposte direzioni. Del numero 7, fatto coincidere con l’opportunità, Aristotele dice: “Ma per quale motivo questi numeri dovrebbero essere cause? Sette sono le vocali, di sette note è costituita la scala musicale, sono sette le Pleiadi, all’età di sette anni gli animali (almeno alcuni, se non tutti) perdono i denti, e sette furono anche quei guerrieri ‘che assiser Tebe’. Si dovrà, dunque ritenere che, proprio perché questo numero è di tale natura, quei guerrieri furono sette e la costellazione delle Pleiadi è composta di sette stelle? Ma è indubbiamente più giusto ritenere che quei guerrieri furono sette, perché sette erano le porte di Tebe, o anche per qualche altro motivo, e che le Pleiadi sono sette, perché è questo il modo nostro di numerarle, proprio come nell’Orsa noi contiamo dodici stelle, mentre altri ne contano di più… Questi filosofi somigliano agli antichi interpreti di Omero, che riescono a sottolineare le piccole somiglianze, lasciando sfuggire le grandi”.

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