La scienza geografica in ambiente greco

Ben si sa dell’origine greca della parola geografia: effettivamente, benché almeno fino al IV secolo a.C. tale termine non si trovi attestato, tuttavia il complesso di fenomeni da cui si sarebbe sviluppata tale disciplina attirava già da tempo la curiosità del popolo greco, atto per natura alla ricerca e allo studio.
Tale interesse non si limitava a conoscenze generalizzate, ma si soffermava spesso a considerare criticamente e, oserei dire, con spirito scientifico, le informazioni raccolte. E quando il tentativo di rielaborare le suddette informazioni si tradusse nell’organizzazione di tutte queste conoscenze in una sintesi organica, intenzionalmente lontana dalle descrizioni empiriche dei portolani e dei resoconti ad essi affini, la geografia divenne scienza e s’inquadrò in un sistema speculativo, confluendo nel filone della filosofia naturalistica.
Lo spirito di avventura tipico degli antichi Greci e la curiosità peculiare alla loro indole spinsero presto alcuni esponenti di questo popolo a dar libero sfogo ai viaggi, alle esplorazioni, alla ricerca e all’osservazione nei vari campi del sapere, comprese l’indagine geografica e quella relativa ai fenomeni geofisici ed astronomici.
Gettiamo lo sguardo sugli abitanti delle città greche che sorgevano sul litorale ionico dell’Asia Minore, e anche ai coloni che si stanziarono ad occidente, sulle coste della Magna Grecia (e cioè della Sicilia e dell’Italia Meridionale): per le loro particolari condizioni, di Greci geograficamente lontani dalla madrepatria, quotidianamente alle prese con la vicinanza e l’ingerenza di popoli barbari pronti ad assoggettarli politicamente e culturalmente, erano purtuttavia partecipi di uno spirito più libero, più individualistico e non condizionato dai vincoli delle tradizioni patrie, sebbene si mantenessero pienamente coscienti della propria identità nazionale e della propria civiltà. La loro intraprendenza e la loro creatività, favorite dalla posizione geografica, consentì un più rapido sviluppo economico, condusse alla realizzazione di libere istituzioni sul piano politico e alla nascita di nuove manifestazioni culturali, quali la poesia lirica, la storiografia e la filosofia.
Proprio sulle coste asiatiche della Ionia, a diretto contatto con i popoli e le culture dell’oriente, due città greche in particolare, Mileto e Focea, furono tra le protagoniste dell’espansione ellenica nel Mediterraneo, soprattutto verso occidente (ricordiamo che Focea fu la metropoli, cioè la città-madre, di Marsiglia). Esse rappresentavano importantissimi punti di scalo per il commercio con l’Oriente.
Mileto divenne presto il maggior porto di confluenza, nonché punto di raccordo, dei traffici tra Oriente e Occidente; ebbe così l’occasione di diventare un importante centro di smistamento, non solo di merci ma anche di informazioni e di conoscenze, di notizie di ogni genere provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo e anche da terre e regioni più lontane e sconosciute.
Immaginiamo quanti racconti curiosi e pittoreschi dovessero circolare fra le banchine, le botteghe e le vie di Mileto, e quali contenuti ed argomenti costituissero i discorsi di marinai, commercianti, sacerdoti e uomini di studio, o di quanti altri, appartenenti alle più disparate razze e culture, facessero scalo in questo porto, incontrandosi ed intrecciando i loro interessi e i loro affari, creando un caleidoscopio variopinto di idiomi, di costumi e di esperienze.
A Mileto, dunque, le condizioni furono ottimali per la nascita, negli anni a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., della filosofia della φύσις (physis = natura), altrimenti definita fisica o naturalista.

La tradizione vuole a capo della scuola ionica di Mileto lo studioso Talete, di cui però non si conserva alcuno scritto: ciò potrebbe essere spiegato dal fatto che, con molta probabilità, il suo insegnamento fosse esclusivamente orale. Sul pensiero di Talete e dei suoi discepoli rimangono solo citazioni ed informazioni indirettamente trasmesseci da altri autori.

La scuola della φύσις basava la sua attività sulla ricerca: tendeva ad indagare per via teoretica e deduttiva la natura e i fenomeni fisici, allo scopo di risalire ai principi costitutivi della realtà. Tale ricerca per la prima volta evitava a priori l’intervento e il condizionamento del mito, pur non negando l’esistenza della divinità e la sua funzione creatrice. La finalità puramente speculativa e conoscitiva e il metodo rigorosamente logico, caratterizzanti l’attività di questa scuola, fanno di Talete e dei suoi discepoli i primi filosofi e nello stesso tempo i primi scienziati della storia occidentale. Se, infatti, φιλοσοφία (philosophìa) significa “amore per la sapienza” (e preciso che per gli antichi la sapienza si identificava con la conoscenza, la più completa possibile, della realtà tutta, tanto in ambito fisico che metafisico, e con la possibilità di comprenderla razionalmente), allora ecco che la filosofia è anche ricerca e studio dei fenomeni terrestri e celesti, atta pertanto a formulare anche teorie e sintesi geografiche. Così i filosofi di Mileto diedero il via alle teorie relative all’ἀρχή (arché), al principio da cui tutto deriva e a cui tutto tende, e che era rappresentato ora dall’acqua (Talete), ora dall’infinito (Anassimandro) o dall’aria (Anassimene) o, ancora, dal fuoco (Eraclito)…

 Tali studi non partivano solo da considerazioni logiche, bensì presupponevano ampie conoscenze anche in campo matematico, geometrico, fisico, astronomico (ricordiamo che, secondo la tradizione, Talete riuscì a prevedere l’eclissi di sole del 585 a.C.!).
Alla luce di quanto si è detto, non si può negare che la disciplina geografica, pur esprimendosi in ambiente greco per la prima volta come scienza, sia debitrice anche di studi precedenti condotti da altre popolazioni, soprattutto da Egiziani, Caldei e Babilonesi: dobbiamo ricordare che questi popoli, spinti soprattutto da motivi religiosi, ma anche da esigenze pratiche, raggiunsero notevoli competenze nel campo della matematica, dell’astronomia, della medicina… Dimostrarono oltretutto grande abilità nel computo esatto del tempo, basandosi su attente osservazioni dei moti astrali, del succedersi delle stagioni, di manifestazioni periodiche quali le piene dei fiumi… Alcune scoperte babilonesi fanno addirittura ancora parte della nostra cultura: lo Zodiaco, la suddivisione settimanale, la suddivisione del giorno in ore, minuti primi e minuti secondi: essa si basa sul sistema sessagesimale che era quello tipico del computo delle civiltà mesopotamiche.
Pur riconoscendo pertanto il grande valore degli studi suddetti, che dobbiamo considerare premesse inevitabili alle ricerche “scientifiche” condotte successivamente in ambiente ellenico, tuttavia “è risultata evidente l’assoluta originalità di questa creazione greca (= la filosofia)”: se infatti abbiamo appurato che “anche i popoli orientali ebbero una “sapienza” che tentava di interpretare il senso di tutte le cose (il senso dell’intero), […] tale sapienza era intrisa di rappresentazioni fantastiche e mitiche, e questo la riportava nella sfera dell’arte, della poesia, della religione. Nell’aver tentato questo approccio con l’intero facendo uso della sola ragione (del logos) e del metodo razionale, sta, in conclusione, la grande scoperta della greca filo-sofia. Una scoperta che ha condizionato strutturalmente e in maniera irreversibile tutto l’Occidente.” (G. Reale).

Per gli Ionici di Mileto, dunque, all’origine di tutto c’è un elemento archetipo; ma il tutto fisico e sensibile come si configura nella sua morfologia globale?
La tradizione attribuisce proprio ad un discepolo di Talete, Anassimandro, filosofo dalle molteplici esperienze acquisite nei suoi numerosi viaggi, la realizzazione della prima rappresentazione grafica che racchiudesse in visone sintetica l’intera οἰκουμένη (ekuméne (terra) abitata).
Anassimandro è tradizionalmente considerato il “padre” della cartografia, in quanto i suoi scopi esulavano da intenti pratici e le sue rappresentazioni su Πίνακες (pìnakes = tavole) non si limitarono alla descrizione di regioni più o meno estese, ma si interessarono appunto dell’intera ecumene. Se, con molta probabilità, per Talete la Terra, piatta e circolare, galleggiava semplicemente nel suo elemento costitutivo, l’acqua, Anassimandro avrebbe invece concepito un sistema più complesso: avrebbe infatti immaginato l’ecumene come un disco, o forse meglio come una sezione di cilindro, disposta obliquamente rispetto alla sfera celeste (sembra che Anassimandro per primo ne abbia costruita una) e leggermente incurvata nella sua parte superiore: in essa la terra sarebbe emersa, in seguito al continuo prosciugarsi dell’acqua per il calore del sole, nei due tradizionali blocchi continentali dell’Europa, a nord, e dell’Asia, a sud, divisi al centro dal Mediterraneo. Circondava il tutto l’Oceano circolare.

Secondo la concezione di Anassimandro, inoltre, la Terra sarebbe rimasta ferma e sospesa al centro del cosmo sferico, priva di qualsiasi sostegno materiale, reggendosi mediante un equilibrio di forze e non più galleggiante e appoggiata sull’acqua.
Ricordiamo che questa concezione, pur con rilevanti novità, deriva direttamente dall’immagine della Terra della tradizione omerica; tuttavia, a partire da questo momento la geografia si allontana gradualmente dal mito e sfrutta, più o meno criticamente, gli studi dei dotti e le informazioni e le conoscenze prodotte dai viaggi degli esploratori e dei naviganti.

di monica mainikka

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