Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
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Lo zaino novella arca di Noè, insomma. Forse questi ragazzi temono un prossimo possibile diluvio universale e si assumono l’onere di salvare gli ultimi animali della terra. Forse è una missione che sentono come propria. E si attrezzano con questi zaini-zattere, mezzi d’emergenza, arche, traghetti per i possibili salvabili viventi. Chissà.
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Li vedo meglio da vicino, attraverso con gli occhi i loro corpi, i giubbotti, gli zaini. E mi accorgo di quanto sono vestiti bene. Soprattutto le ragazze: jeans attillati, scarpina giusta con un po’ di tacco, cinturina viola o di lamé, golfino con scollo a V, T-shirt bordata di pizzetto, collanina di perline, fermacapelli con il fiore, orologino Armani, piccolo tatuaggio alla caviglia, minutissimo brillantino alla narice destra, maquillage, contorno-occhi, leggero fard.
Ed è a questo punto che nasce in me un pensiero acuminato: penso che ci vuole tempo. Ci vuole un tempo lunghissimo a prepararsi così per venire a scuola. E ci vuole anche arte, e pazienza. E un’infinita attenzione.

I ragazzi fanno tutto questo, impiegano tutto questo tempo e pazienza e abilità, proprio per venire a scuola. Ecco, è questa frase, questa finale implicita che mi illumina: si vestono così per venire a scuola. In vista della scuola. Affinché. Al fine di.
Anche i maschi, a seconda dello stile (e del censo): le mutande Calvin Klein che sporgono per mezza chiappa dai jeans, la scarpa patchwork Munich, il golfino jacquard leggermente anni Settanta, il ciuffo secco dal gel, il piumino a salami Monclair, il tatuaggio tribale sul polso.
La scuola è per loro un luogo dove si arriva in tiro. Per mirare ed essere mirati, direbbe Leopardi…

Allora, però, permettetemi di dire, lo  zaino stona. E’ così pesante, con tutti quei libri. Così come stonano le nostre lezioni, le interrogazioni, i compiti in classe, i compiti a casa, quei quadernoni ad anelli pieni di appunti, esercizi, schemi…
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Lo zaino infatti sì, secondo me, è proprio l’oggetto fuori posto. Stona. Troppo pesante. Estraneo, alieno. Non c’entra niente con le scarpe, i giubbotti, i capelli, i tatuaggi, gli orecchini.
Allora li guardo meglio, oltre i vestiti, oltre le mani in tasca. Hanno gli occhi cerchiati, tristi, il naso pieno di sonno, le spalle curve, le braccia penzole, inerti. Lo sguardo perduto nel nulla, la bocca semiaperta, i capelli stanchi, le orecchie assenti. Anche i brufoli, chi li ha, sono scoraggiati, pallidi brufoli muti, apatici. Le mani spente. Le ginocchia amorfe.
Non so. mi viene un’infinita pena, una pietà. E capisco: la scuola non va bene, fa del male a questi ragazzi, appesantisce loro la vita, gliela scolla da quella che sarebbe la loro naturale propensione alla felicità.
Mi verrebbe quasi da chiedere scusa, da promettere che non lo faremo più.’

Paola Mastrocola – Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare – Edizioni Guanda 2011,  pagg. 20-22