Come essere leader in tempi di masse

Elsa Morante il 1° maggio 1945 così analizzava la personalità di Mussolini e le ragioni che lo portarono ad essere acclamato e sostenuto dal popolo italiano:

«Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti.
Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti, anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse preferisce essere un demagogo. Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti, i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.»
(Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, febbraio 1988, poi in Opere – Meridiani, Milano 1988, vol. I)

È interessante, prendendo spunto da tale analisi, riflettere sulle dinamiche che portano un popolo ad accettare, anzi a lasciarsi ammaliare, da un dittatore.
Chi è un capo? Il più delle volte non è un uomo di pensiero, ma di azione pura; viene eletto soprattutto colui che vive al limite della follia, nevrotico, esagitato, semi-alienato.
La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di immenso volere e forza, giacché, essendone priva, si affida a colui che possiede tali qualità.
La prima regola da osservare per guadagnarsi il consenso della folla è quella di comandare ricorrendo ai sentimenti e non alla ragione.

La spiegazione è semplice: il popolo “sente” più che pensare, ha bisogno di illusioni e di passioni. Ne era consapevole Mussolini, quando osservò: “Solo la fede muove le montagne, non la ragione. Quest’ultima è uno strumento, ma non può essere la forza motrice. Oggi, meno di prima. La gente, oggi, ha meno tempo per pensare. La disposizione dell’uomo moderno a credere ha dell’incredibile”.
Tale fenomeno era già stato compreso e ben descritto nel 1895 dallo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon, che nella sua opera Psicologia delle folle sosteneva che esiste una sorta di inconscio collettivo per cui la massa è sempre condizionabile: l’individuo sacrifica con facilità il proprio interesse personale a favore dell’interesse collettivo.
Su questo principio si basano con successo i totalitarismi, che forniscono agli individui sogni in cui sperare e tentano di costruire miti sempre più nuovi, talora in contraddizione.
L’obiettivo può portare addirittura a sacrificare la coerenza dei ragionamenti. Condizione fondamentale è la fede indiscussa nel capo: essa deve rimanere sempre inalterata e deve elevare il capo a livello di divinità terrena: egli è oggetto di una vera e propria idolatria, da raggiungere utilizzando tutte le strategie propagandistiche possibili.
La peculiarità di un sistema totalitario è che il potere non viene ottenuto esclusivamente con la forza, ma è frutto di una “contrattazione”: l’onnipotenza del capo fa da sfondo al desiderio della popolazione di sottrarsi alle responsabilità della propria libertà e la consegna del proprio volere è il prezzo che la massa è disposta a pagare per poter riversare su qualcun altro colpe ed errori.
L’individuo è perciò disposto a rinunciare al proprio io in favore di un Noi a patto che questo soggetto sia dotato di forza e personalità.
Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione” Benito Mussolini
La folla è un insieme di individui dispersi, entità deboli che hanno perso la propria capacità di autogoverno: il moderno “meneur” è un conduttore di anime che si propone alla folla come soggetto in cui identificarsi e come guida da seguire. Il rapporto capo-folla è dunque molto delicato e dalla sua corretta gestione dipende il successo o l’insuccesso della scalata per il potere.
A differenza delle antiche tirannie, l’aspirante dittatore moderno non può conquistare e mantenere il potere soltanto attraverso il principio di autorità. Egli sa cogliere desideri e aspirazioni segreti e porsi come persona in grado di permettere una loro realizzazione.
Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento improbabili sogni, quanto far credere alla folla di esserne capace.
II tiranno moderno sa però prestare la massima attenzione ad evitare il confronto con la realtà: gli inganni devono essere mantenuti in questa scena onirica priva di precisi contorni. Procedendo in tale direzione non sarà quindi sufficiente proporsi come il realizzatore di determinati desideri, ma occorrerà valutare attentamente anche la forma in cui tali aspirazioni e progetti vengono presentati. Secondo Le Bon, il capo sa ricorrere soprattutto al mito, che per la sua particolare natura è capace di catturare l’emotività e di sottrarsi ad una verifica razionale.
II mito risulta particolarmente adatto a catturare l’attenzione, perché utilizza un linguaggio arcaico, appartiene alle fasi iniziali dell’umanità, proprio come la folla rappresenta una regressione agli stadi più primitivi dell’organizzazione umana; esso ha una forza persuasiva molto potente perché si basa principalmente su contenuti inconsci. A differenza di un qualsiasi progetto razionale, il mito non prevede nessun controllo a posteriori della sua validità, perché il suo contenuto è sempre abbastanza indefinito, così da non poter essere verificato; in questo senso fornisce una serie ininterrotta di alibi, che possono permettere al dittatore di trasformarne i contenuti o modificarne le sfumature potendo sempre evitare di confrontarsi con la realtà.

Il discorso di Le Bon trovò una sua applicazione tanto precisa quanto spietata nei totalitarismi del novecento, che proprio sui miti costruirono la loro forza: la razza ariana, la romanità imperiale…
Restano da sottolineare altri due principi: l’emulazione e l’assoggettamento.
Essi vanno infatti di pari passo, nel senso che l’uno è la condizione necessaria per l’altro. Nelle moderne dittature non è infatti consigliabile accontentarsi dell’ubbidienza passiva – che può da un momento all’altro venir meno – ma occorre suscitare la partecipazione entusiastica e volontaria al potere. La massa è perciò invitata continuamente non solo ad obbedire, ma ad imitare il capo, ad atteggiarsi come se essa stessa fosse il capo.
I regimi totalitari, mettendo in pratica gli insegnamenti di Le Bon, organizzarono spesso cerimonie atte a facilitare questa immedesimazione tra capo e folla, come le grandi adunate di Norimberga e i discorsi di Mussolini da piazza Venezia. Lo scopo di tali eventi era quello di far sentire il popolo partecipe della potenza e dei progetti del capo, di fornire l’impressione di poter magicamente assorbirne la forza, di vedersi riconosciuto un ruolo nella costruzione dello stato totalitario.
Nelle grandi celebrazioni l’individuo massificato, privato della propria identità, veniva coinvolto in un rituale di unione sacrale e mistica con il suo capo e viveva l’ebbrezza di innalzarsi quasi al suo stesso livello. Alla stesso tempo però quest’esaltazione derivante dall’unione mistica con il capo contribuiva ad assoggettare sempre più la massa al capo.
La vita di un anonimo non solo era sacrificabile per realizzare il progetta del “meneur”, ma addirittura la morte volontaria per la causa era considerata la più grande delle virtù: non a caso quindi il fascismo impose un modello di virtù in cui si lodava principalmente la disciplina, l’obbedienza, il senso del dovere e della necessità di raggiungere uno scopo, l’eroismo, il sacrificio di sé.
All’opera di Le Bon si devono tutte queste scoperte ed intuizioni; ai dittatori totalitari la colpa di aver usato con brutalità atroce queste suggerimenti teorici: egli fornì le basi teoriche per realizzare il totalitarismo, ma lasciò ad altri il compito di applicarle.
(riflessioni liberamente tratte da: Il leader e la folla, di Michele Pressiani – a cura di mainikka)