I primi peripli e portolani

Gli antichi pionieri del Mediterraneo che tentavano nuove rotte si affidavano innanzitutto alla propria perizia, frutto di anni di navigazione, ma anche ad informazioni indirette, a congetture basate sulla presunta analogia morfologica e climatica delle coste ed infine… alla buona sorte!
Una volta sperimentato un itinerario, la conoscenza e la prevedibilità delle condizioni climatiche ed ambientali che avrebbero caratterizzato il percorso sarebbero potute servire ad altri che intendessero ripercorrere la stessa rotta od ampliarla od utilizzarla solo in parte. Cominciarono così a diffondersi, presumibilmente fin dall’VIII secolo a.C. (è questa l’epoca dell’inizio del grande processo di colonizzazione che spinse i Greci a cercare nuove sedi), scritti in prosa o in versi che raccoglievano informazioni utili per i naviganti. Si trattava per lo più di portolani, cioè di manuali composti per l’utilizzo pratico, al fine di ragguagliare i naviganti circa l’esatta conformazione delle coste, la localizzazione di insenature, isole, golfi, porti naturali… La descrizione era, secondo i casi, più o meno particolareggiata; l’attenzione era principalmente posta sui punti favorevoli all’approdo e sulla presenza di fiumi che consentissero l’approvvigionamento di acqua dolce.
Le informazioni potevano comprendere, inoltre, le condizioni tecniche degli approdi, e quasi sempre descrivevano i luoghi anche sotto il profilo etnografico, soffermandosi sulle usanze delle popolazioni locali, sulle risorse del territorio da loro occupato e sulle possibilità di commerciare con esse.
In ambiente greco questi scritti erano intitolati genericamente Periplo (circumnavigazione) o Periegesi (descrizione).
I luoghi, gli aspetti caratteristici e in generale tutti i fatti ritenuti utili erano descritti nell’ordine in cui essi si presentavano nel corso della navigazione, seguivano cioè un criterio unidimensionale. Le distanze fra i vari approdi erano calcolate in giornate di navigazione e risultavano pertanto abbastanza relative.
Lo scopo esclusivamente pratico di tali scritti e il loro carattere empirico e totalmente lontano da intenti scientifici possono giustificare il fatto che, spesso, vi si trovassero anche elementi fantasiosi, credenze bizzarre, racconti e descrizioni di fatti ed esseri straordinari, prodigi meravigliosi, magari relativi a fenomeni naturali inconsueti: nel portolano, a tutto ciò si prestava, a seconda dei casi, maggiore o minore fede, ma è evidentemente che tali digressioni, facendo breccia sulla curiosità dei più, ne favorivano la rapida diffusione.

Il periplo più antico di cui ci sia giunta notizia è quello di Scilace (meglio identificato come Periplo dello Pseudo Scilace, un periplo del Mediterraneo databile al IV sec. a.C.. Si tratta di un codice unico e lacunoso, il Parisinus 443 suppl. del VI secolo a.C., che noi possediamo solo in una rielaborazione più tarda, del IV sec. a.C.): in esso si possono osservare tracce di elementi risalenti all’epoca arcaica.

Il periplo più ampio è quello di Artemidoro di Efeso (100 a.C.): la sua opera in XI libri, Geographoùmena, è andata perduta, ma se ne sono conservati estratti in Strabone, Plinio, Diodoro Siculo, Ateneo di Naucrati, Porfirio, Marciano di Eraclea, Stefano di Bisanzio, Costantino VII Porfirogenito, nonché negli scolii ad Apollonio Rodio.

Possiamo individuare riferimenti a portolani antichi anche nei poemi omerici:
troviamo, ad esempio, tracce di un antico portolano in un passo tratto dall’Iliade (XIV, 225ss), che descrive il viaggio di Era compiuto in volo dall’Olimpo alla Troade:
Era, temendo che Zeus dall’Ida, su cui si trova, possa intervenire a favore dei Troiani mentre Poseidone si sta prodigando ad aiutare i Greci, decide di raggiungere e sedurre il consorte, in ducendolo all’amore e al torpore con l’aiuto delle arti divine rispettivamente di Afrodite e del Sonno:

Lei andava, Afrodite, la figlia di Zeus in casa: Era invece in un volo lasciò la vetta dell’Olimpo, e trascorrendo sulla Pieria e l’amena Ematia si lanciò verso i monti ne vosi dei Traci allevatori di cavalli, con le loro altissime cime, senza toccare terra coi piedi.
Poi dall’Atos si diresse sopra il mare on doso e giungeva a Lemno, la città del divino Toante.
Qui incontrò il Sonno, fratello della Morte. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva …

Era convince il Sonno ad addormentare Zeus dopo l’amplesso con lei, promettendogli in moglie una delle Grazie, come segno di ricono scenza. Il Sonno acconsente.

Quando (Era) ebbe pronunciato il giura mento si mossero tutti e due lasciando la città di Lemno e poi di Imbro. Erano vestiti di nebbia, facevano il viaggio di volo.
Giunsero così all’Ida ricca di sorgenti, ma dre di fiere, e precisamente a Letto, dove subito lasciarono il mare.
Poi si avviavano per terra, le cime dei boschi si agitavano sotto i loro piedi. Allora il Sonno si fermò prima di incontrare gli occhi di Zeus.…
Era intanto raggiungeva in fretta il Gargaro, una cima dell’alta Ida: e subito la scorse Zeus adunatore dei nembi.
(Il. XIV, 225ss, trad. di Giuseppe Tonna)

Questo itinerario ricalca chiaramente una rotta frequentemente praticata dai naviganti del periodo arcaico: partendo dal monte Olimpo attraversa a nord la regione della Pieria ed Ematia, in Macedonia, percorre quindi il mare dei Traci fino a scorgere il monte Atos, che si trova nella penisola calcidica, nel mar Egeo settentrionale; continua ancora sul mare fino all’isola di Lemno e cita la città di Imbro; si conclude infine nella Troade, a Capo Letto, che costituisce l’estrema propaggine della catena dell’Ida, sulla cima Gargaro.
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I primordi della geografia

 Possiamo supporre che fin dai tempi più antichi l’uomo abbia sentito l’esigenza di comprendere in una visione unitaria territori e ambienti, e quindi di rappresentarli, sia pure in forme rudimentali. La rappresentazione descrittiva e figurativa della Terra, che l’umanità nel corso dei secoli ha esplorato, conosciuto e abitato, costituisce la disciplina che prende il nome di geografia.
L’orizzonte geografico concepito dagli uomini, così come la concezione stessa della forma terrestre, varia in rapporto alle epoche e alle civiltà; ma è evidente che ogni popolo, fin dal suo costituirsi nel divenire storico, ha via via raggiunto una conoscenza sempre più ampia delle regioni in cui viveva, dei territori ad esse circostanti e anche di altri più lontani, di cui apprendeva l’esistenza per frequentazione diretta o per informazioni derivategli da popoli e da individui con cui intesseva relazioni. Ogni civiltà, fin dalle ere più antiche, ha sperimentato la necessità di ampliare progressivamente il suo orizzonte geografico, spinta fondamentalmente da tre motivi:

  • al fine di intessere rapporti commerciali con altri popoli
  • per esigenze di strategia militare
  • per la ricerca di nuovi territori da colonizzare e da cui ricavare nuove risorse.
Questi tre fattori hanno spinto uomini di ogni cultura e di ogni tempo ad intraprendere viaggi, esplorazioni e spedizioni verso l’ignoto. I mezzi di cui disponevano erano spesso precari, le loro tecniche povere e non sempre adeguate all’impresa, ma grazie a grande determinazione e a spirito di avventura, il più delle volte uniti ad una buona dose di fortuna, molti conseguirono i loro scopi, contribuendo così all’allargamento dei confini conoscitivi.
Il termine geografia ci rimanda direttamente al mondo greco, dalla cui lingua esso deriva (ghê significa Terra e grafeîn significa descrivere, tracciare; quindi geografia significa letteralmente “descrizione della terra”). E infatti, i primi tentativi di sintesi descrittiva e figurativa dell’intero mondo conosciuto, o ipotizzato, e le prime teorie relative alla forma e alle dimensioni della Terra videro la luce proprio presso i Greci. Tuttavia essi non furono certo i primi ad intraprendere viaggi e spedizioni alla volta di luoghi lontani e sconosciuti, e neppure furono i primi a redigere mappe territoriali: l’uso di rappresentazioni grafiche di regioni ed ambienti (anche celesti) risale ad epoche e a civiltà più antiche (gli Egiziani, ad esempio, che le utilizzavano per le attività esattoriali), i cui scopi erano pratici o religioso-astrologici: si trattava di descrizioni e di rappresentazioni di località e regioni di estensione più o meno vasta, ma sempre limitata, che non comprendevano mai visioni od ipotesi di sintesi particolarmente ampie o complete. Resta pertanto certo che la cartografia, intesa come scienza, nacque e si sviluppò unicamente in ambiente greco, come vedremo più in dettaglio.
Tra le prime civiltà che estesero ampiamente il loro raggio di relazioni e comunicazioni sia verso oriente che verso occidente, allargando notevolmente in questo modo il loro orizzonte geografico, vi furono i Cretesi, i Fenici e i Micenei.

Le teorie geometriche ed astronomiche di Eratostene

Su Eratostene possediamo molte informazioni, e benché le sue opere siano purtroppo andate perdute, le notizie e le citazioni riportate da altri autori ci consentono di ricostruirne quasi completamente il contenuto. Ricordiamo innanzitutto che la sua Geografia è in assoluto il primo testo pervenutoci con questo titolo. Nel trattato, l’erudito di Cirene enunciava per la prima volta il concetto preciso della disciplina e ne delimitava attentamente l’oggetto e gli scopi. Ma il fulcro del suo interesse era delineato nell’opera La misurazione della Terra, in cui lo scienziato esponeva appunto il procedimento e i risultati della sua determinazione delle dimensioni del globo terrestre: sfruttando naturalmente l’ipotesi geocentrica e la geometria della sfera, Eratostene giunse a calcolare la circonferenza della Terra con stupefacente approssimazione.

 

Eratostene a Syene (oggi Assuan, sul Nilo) aveva avuto modo di constatare che a mezzogiorno del solstizio d’estate il sole raggiunge lo zenit: sembra che lo studioso fosse giunto a tale deduzione osservando con curiosità il fatto che a mezzogiorno del 21 giugno in questa città un pozzo cilindrico risultava completamente rischiarato e gli steli degli gnomoni non facevano ombra.
Partendo dal presupposto (quasi esatto) che la città di Alessandria si trovasse sulla stessa linea di meridiano di Syene, Eratostene misurò con uno gnomone l’ampiezza dell’angolo proiettato dai raggi ad Alessandria alle medesime condizioni. L’angolo risultò corrispondere a circa 1/50 di angolo giro (7°15’ contro gli esatti 7°12’). La distanza che separa Syene da Alessandria era ben conosciuta da Eratostene (circa 5.000 stadi) e, poiché essa corrispondeva ad 1/50 della circonferenza complessiva del globo, lo scienziato arrivò a determinare quest’ultima nella misura di 250.000 stadi. In seguito all’arrotondamento di questa cifra a 252.000 per ottenere un numero divisibile per 60 o 360, l’esito finale risultò pari ai quasi 40.000 Km (1 stadio equivale a circa 158 m) calcolati dai nostri moderni strumenti!

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Cronache dal passato: Pompei, 24 agosto 79 d.C.

Signore e Signori buongiorno,

per la rubrica ‘LUOGHI DELL’IMPERO’ vi proponiamo oggi un servizio in diretta da Pompei. La linea al nostro inviato:

“L’alba è spuntata su un giorno che si annuncia eguale agli altri. Caldo come ieri e caldo come sarà probabilmente domani. Nei giorni precedenti si sono sentiti dei brontolii dalla parte del Vesuvio e si sono notate delle crepe sui muri. I più paurosi si sono subito messi a parlare di terremoto. Si è risposto con alzate di spalle; infatti, dopo il terremoto che diciassette anni fa ha distrutto la città, si vive nella convinzione di essere riusciti a placare l’ira degli dei con un incremento della devozione. Alle porte della città c’è la solita ressa di mulattieri e di carrettieri; tutti hanno fretta di ripartire con i loro carichi, ciascuno verso una sua destinazione remota, chi andando a nord e chi a sud. Ora che hanno messo il basto al mulo e attaccati i buoi, li si può sentire imprecare per la fila che devono fare e che, come sempre, si forma all’ingresso della città! Soprattutto quelli che per un contrattempo sono stati costretti a fermarsi in una delle officine di riparazione che sono sorte nelle vicinanze.
Non sono i soli, tuttavia, in quest’ora mattutina, a creare movimento. Sono già arrivati anche tutti i piccoli orticoltori dei sobborghi che vengono in città, spingendo con alte grida le carrette, per vendervi i prodotti del loro orto o del loro frutteto: cavoli, cipolle, bietole, fave, prugne, uva, pere,… Pompei è celebre per i fichi e i cavoli, e anche per le fave e le cipolle, con cui si ottiene un condimento squisito. Ci sono anche i braccianti agricoli, accampati alle porte, in attesa che un villicus a corto di schiavi li assuma per i lavori necessari nella sua villa suburbana.
E c’è anche, presso Porta Ercolano, un mucchio di gente che si dà da fare attorno a grandi tini. Dai tini proviene un divino aroma, anche se alquanto acre. È l’odore del garum, di cui quei tini sono pieni. Il garum è la famosa salsa di pesce con cui nel mondo romano si condiscono tutti i cibi: le verdure, la carne e persino la frutta. Pompei l’esporta in gran quantità entro fiasche impagliate, specie il gari flos, quel fiore del garum fatto con interiora e pezzetti di tonno, sgombri o murene, che si mettono a bagno in una salamoia piuttosto concentrata.

Ora il traffico si è esteso alle vie principali: via Stabia, via di Nola, via dell’Abbondanza. Stretti gli uni agli altri, mulo dietro mulo, bue dietro ruota, i carri sfilano in continuità. È sempre così all’alba.
Ma dopo questo primo momento di calca, il traffico non tarderà a farsi più scorrevole”. (René Guerdan, Pompei, Mondadori, 1975)

Grazie, passiamo ora al servizio successivo che…..

‘Studio, studio, vi richiedo la linea, per favore…

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Cose talmente antiche da sembrarci nuove…

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‎Se a noi fosse dato di confonderci con quella folla di parigini del secolo XV, lo spettacolo non sarebbe privo di interesse né di fascino, e non avremmo intorno a noi che cose talmente antiche da sembrarci nuove.
(V. Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831)

 

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Odi et Amo: Storia di una Passione

Catullo, Carme 51

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
tum quoque vocis,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.

eccone la moderna interpretazione di Angelo Branduardi:

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Questo brano si ispira alla famosa ode composta dalla poetessa greca Saffo, nel VII sec a.C.:

Sappho, fr. 31

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,
ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,
κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ ….

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Simile a un dio mi sembra
quell’uomo che siede davanti a te
e da vicino ti ascolta
mentre tu parli con dolcezza e con incanto sorridi.
E questo fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco leggero
sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi
e le orecchie mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde dell’erba;
e poco lontana mi sento dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

Il carme 51 di C. Valerio Catullo, così come quello di Saffo, è un canto di gelosia, o meglio, di invidia per la bellezza, quasi divina e rapita, del rivale in amore che contempla la donna amata dal poeta.
Il turbamento che ne deriva sconvolge l’anima e i sensi, per cui la lingua si blocca, le orecchie ronzano, una fiamma sottile pervade le membra, e gli occhi si ricoprono di oscurità.

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Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)

 

Il padre dell’osservazione storico-geografica diretta: Ecateo di Mileto

Il merito di aver per la prima volta applicato un metodo critico consapevole e programmatico alla propria ricerca sembra spettare ad Ecateo di Mileto, le cui opere purtroppo ci sono giunte in forma assai frammentaria.
Ecateo, vissuto tra il VI e il V secolo a. C., fu testimone attivo degli avvenimenti storici del suo tempo: assistette a malincuore alla ribellione ionica contro l’ingerenza persiana del 499 a.C., e si prodigò con scarso successo a placare gli animi sediziosi dei suoi concittadini, prospettandone i rischi e i pericoli.
Dopo il fallimento della rivolta fece parte dell’ambasceria incaricata a negoziare la pace con i Persiani. Allievo di Talete, come il maestro viaggiò molto e acquisì, tramite le sue peregrinazioni in Egitto (dove visitò il tempio di Ammone) ed in Asia Minore, conoscenze dirette di luoghi, fatti, popoli, culti e credenze. E’ considerato l’iniziatore dell’osservazione storico-geografica diretta, anche se probabilmente ampliò le conoscenze acquisite personalmente con le narrazioni di altri viaggiatori: come ad esempio il resoconto di Scilace di Carianda, l’ammiraglio del re persiano Dario, che esplorò l’Oceano Indico; e forse anche l’esperienza di Eutimene di Marsiglia, che costeggiò l’Africa lungo l’Oceano Atlantico fino al Senegal.
Con l’aiuto di tutto questo materiale, Ecateo perfezionò la carta di Anassimandro (entrambe ovviamente sono andate perdute), corredandola di un commento intitolato Periégesi.

 L’opera pare fosse suddivisa in due libri, uno dedicato all’Europa e l’altro all’Asia, all’Egitto e alla Libia, considerati in un unico insieme. Dai frammenti traspare l’accorta osservazione della flora, della fauna e dei climi; affascinano le digressioni etnografiche, incuriosisce l’attenzione per l’eziologia (la ricerca delle origini) dei nomi dei popoli e dei luoghi, stupiscono i tentativi di razionalizzare i miti locali, pur comparendo talvolta elementi favolosi e fantastici. Nelle descrizioni, prevalentemente costiere, è facile ravvisare espressioni che rimandano all’uso di portolani: nel primo libro il continente europeo era descritto a partire dalle Colonne d’Ercole (dall’Iberia, esclusa la parte atlantica) fino alla Scizia e al Caucaso; ampia era anche la trattazione dell’Italia e dei popoli che la abitavano: Liguri, Veneti, Tirreni, Ausonii, Enotri, Iapigi, Siculi. L’estremo nord era delimitato dai mitici monti Riphaei; nel secondo libro l’Asia era compresa tra il litorale dell’Asia Minore e della Siria fino all’India; la penisola arabica era unita alla regione nordafricana e la Libia, la cui estremità meridionale appariva peninsulare, risultava molto ridotta e arrotondata. La divisione dei continenti, tradizionalmente caratterizzata dai confini imposti dai mari (Mediterraneo, Egeo, Bosforo, Ponto Eusino), era determinata anche dal corso dei fiumi: ad esempio, l’Asia era divisa dall’Europa mediante il Tanai (il Don), il Nilo separava la Libia dall’Asia, l’estremo oriente era delimitato dal fiume Indo. I confini estremi erano determinati da popoli: ad est i Celti, a nord i mitici Iperborei, ad ovest gli Sciti e gli Indi, a sud gli Etiopi; tutt’attorno, come nell’ecumene di Anassimandro, si stendeva l’Oceano circolare.

di monica mainikka