Così la vita è un succedersi di rinascite

Un essere umano si trasforma per gradi, a ogni successiva fase dell’esistenza, finché si accorge con un moto di meraviglia che gli è difficile ricordare e riconoscere il suo io precedente, cosicché la vita è un succedersi di rinascite, e l’inizio di ogni nuova fase è come un balzo improvviso sopra un abisso alle nostre spalle, impedendoci qualsiasi ritorno al passato.

(da Mika Waltari, Turms l’etrusco, trad. di Maria Gallone)

 

LA VERITA’ ILLUSORIA

Quando la morte bussò alla mia porta
la pregai in ginocchio di non entrare
ma lei entrò, senza esitare.
Altre volte io venni in questa casa,
disse, e sempre mi accogliesti.

Venni vestita di verde
cosparsi di fiori il tuo glicine
profumai il tuo giardino, lo bagnai di rugiada
mi chiamasti Natura.

Venni vestita di bianco
feci brillare i tuoi occhi
sorridere tua moglie e i tuoi figli
mi chiamasti Letizia.

Venni vestita di rosso
tremò il tuo cuore, pregasti
qualcuno andò via, altri ti dissero
parole buone, mi chiamasti Dolore.

Venni di luce vestita
e ti sentisti più vivo, più vero
ti sembrò ogni cosa più cara
mi chiamasti Amore.

Ora, perché mi vedi di nero vestita
credi che io spezzi, interrompa
mi credi nemica di ciò che tu ami.
No non guardare il vestito.

Non parlai, lei prese per mano
la mia sposa e si avviò
Allora gridai: Qual è il tuo nome?
Rispose la morte di nero vestita:
Il mio nome è uno solo, sono la Vita.

Poesia donata a Joyce Dijkstra
(insegnante di danze meditative per l’elaborazione del lutto)

la parte scissa di noi

“Tutte le persone incontrate nella vita che hanno un potere di fascinazione su di noi sono in realtà parti scisse di noi stessi che abbiamo rimosso e che ci sono riportate indietro.”
C.G.Jung

“L’incredibile, in quanto non adeguatamente diffuso, è dato sia dalla formulazione dell’idea complessa di sincronicità di Jung, sia dalla dimostrazione scientifica che parte dal premio Nobel per la Fisica W. Pauli e che si amplia grazie anche agli studi di altri scienziati quantistici. In estrema sintesi: due particelle quantistiche venute in contatto anche per pochissimo tempo “si riconoscono” (quasi si attraggono o si evocano) pure a distanze siderali. Non marginale è il gioco delle polarità, anzi! Ecco suffragata anche l’intuizione mitica dei Greci allorquando in origine rappresentarono Eros, non tanto come divinità del bunga bunga, ma divinità cosmogonica che infuse energia creativo/generativa a tutto ciò di animato, o apparentemente inanimato, che connetteva Gaia (Terra), Urano (firmamento) e Ponto (mare). A latere vi è anche l’altra intuizione mitica quella relativa al rapporto profondo tra Hermes, archetipo della mobilità, ed Hestia immobile custode del Centro/Focolare (co-incidentia oppositorum). L’affermazione di Jung, inoltre evoca opportunamente il mito platonico (Simposio) di quell’entità unitaria, monadica, di tipo antropico scissa da Zeus in due parti (nascita delle polarità) che, da allora, si attraggono fortemente tendendo alla ricomposizione unitaria. Infine, a riguardo, mi inchino sempre anche all’idea di Anima Mundi come la intesero i nostri Padri del pensiero neoplatonico alchemico ed ermetico del Rinascimento, quale connessione del Tutto con Tutto.”

Vincenzo Guzzo

Drago e femminilità

Il nostro atteggiamento nei confronti dell’immagine del drago è ambiguo: essa incute contemporaneamente attrazione e disagio, fascino e paura. Ho chiesto ad alcuni amici di esprimere pensieri liberi su questa “creatura”: è stato interessante osservare come le donne propendano istintivamente più per l’attrazione, mentre gli uomini più per la diffidenza e la paura. Perché? Per gli antichi il drago e il serpente erano la stessa creatura: in greco δράκων [dràkon] significa serpente, deriva dalla stessa radice del verbo δέρκομαι [dérkomai] ‘guardare’, per via dello sguardo fisso e ritenuto paralizzante. E l’immagine del serpente, si sa, contiene l’archetipo della Magna Mater, è il suo animale totemico, presso le culture mediterranee e non solo. Pertanto, il serpente è simbolo della femminilità, della sessualità e del potere generativo, connesso ai misteri della vita e della morte, un archetipo fortemente affascinante e al contempo pericoloso.

E’ un simbolo antico, ancestrale, sacro e altamente positivo, benché da “accostare” con rispetto e cautela. E’ il custode del potere della Terra, nell’Eden biblico protegge l’Albero della Vita ed esige rispetto. C’è chi ritiene che l’immagine del dràkon con zampette, artigli, ali e muso allungato sia dovuta a ritrovamenti casuali, già nell’antichità, di fossili di dinosauro, che “testimoniavano” l’esistenza dei draghi. ll drago, da sempre pericoloso, soprattutto nel medioevo diventa simbolo negativo e ‘cattivo’ (questo aggettivo etimologicamente significa ‘posseduto, prigioniero del demonio’), simbolo del male da sconfiggere (si pensi alla missione di s. Giorgio): è per eccellenza l’essere malvagio e diabolico che cattura e tiene prigioniere le fanciulle; pur in questa nuova ‘veste’, il dràkon continua ad essere il serpente ammaliatore con tutte le sue ‘tentazioni’: la sessualità consapevole, lo spirito critico, il cosiddetto ‘sesto senso’, insomma, tutta quella parte ‘scomoda’ della femminilità, di fronte a cui l’uomo ha sempre provato sgomento, sacro terrore, e che il medioevo associa al diavolo, eliminandone definitivamente ogni positività e rispetto. Ne consegue che le giovani in boccio (le ‘vergini’, dal latino virgo, che Isidoro di Siviglia associava a virga, virgulto) devono essere ‘salvate’ dal drago prima di e per diventare buone spose.
mainikka 

ἐνθουσιασμός

ἐνθουσιασμός (enthousiasmós) deriva dal verbo ἐνϑουσιάζω = essere ispirato, contenente il lemma ἐνθους = ἔν-ϑεός, composto di ἐν, in, e ϑεός, dio; significa perciò: il dio dentro.

L’entusiasmo di Jackson Pollock e di Aldo Palazzeschi

Questo video (le immagini e l’audio, assolutamente non disgiunti le une dall’altro) è la prova di quanto Platone fa asserire a Socrate nel Fedro, cioè del fatto che l’artista agisce in stato di ἐνθουσιασμός: insomma, o hai il dio dentro di te (o tu sei dentro il dio) oppure… puoi darti all’ippica!
😉

 

L’Uomo (Ulisse)

di Lucilla Giagnoni

… Ulisse è l’uomo che suscita ammirazione perché vuole sempre andare avanti; la sua curiosità, la sete di conoscenza, è il solo valore che possa davvero nobilitare e distinguere dalle bestie e quella sete è il motore del progresso, un progresso che ci ha portati fino alla luna, agli antibiotici, all’atomica e alla mappa del dna.
Ulisse è l’uomo. E’ soldato, sentinella, pilota, arciere, narratore, oratore, costruttore di navi, navigatore.
Ulisse è colui che si camuffa: da pazzo, da mendicante, da animale.
Uno Nessuno e Centomila. Ulisse l’attore. L’ipocrita. Attore in greco si dice ὑποκριτής. Colui che sa ingannare.
Ulisse, l’eroe per eccellenza, è in fondo all’Inferno. E ci finisce per i suoi inganni, per le sue frodi. Ulisse penetra nella città assediata di Troia, lo racconta Omero nell’Odissea, dopo essersi fatto sfregiare la faccia a colpi di frustate pur di sembrare un transfuga. A dirla così mi viene in mente Hannibal the cannibal. Raggiunge Elena e la convince a tradire, ma sopraggiunge Ecuba la regina. Ulisse riesce rapidamente a cambiare faccia e a commuovere la regina madre, convincendola a lasciargli salva la vita e a farlo tornare incolume all’accampamento.

Con la spartizione delle schiave Ecuba finirà ad Ulisse. E questo invece lo racconta Euripide.
Il mito racconta che, condannata alla lapidazione per aver ucciso un greco che le aveva ucciso un figlio, il primo a scagliare una pietra contro di lei sarà Ulisse.
Ed è sempre Ulisse a lanciare Astianatte, il figlio di pochi mesi di Ettore, l’eroe dei Troiani, il figlio del nemico, giù dalle mura della città.
Odisseo viene da Odùssomai  e vuol dire sono odiato.
Lui sceglie di chiamarsi Oudéis-Nessuno. L'”odiato” è quello che penetra nel sistema per distruggerlo dal di dentro.
Quel Nessuno. Nascosto nel ventre del cavallo entra a Troia e la distrugge; nascosto dietro al nome di Nessuno penetra, non invitato, nella caverna immacolata del gigante Polifemo. Il gigante si rivela pericolosissimo e lui lo acceca. Odisseo è la figura archetipica su cui si fonda l’intera civiltà occidentale.
E’ una figura così forte che supera i confini della nostra civiltà: si dice che il Mullah Omar (lo scrive Salvatore Settis nel suo recente saggio Il futuro del classico) il capo dei talebani, quello che è sfuggito alla cattura degli americani in Afghanistan col motorino, quello cieco, il distruttore delle statue dei Budda, subito dopo le stragi dell’11 settembre abbia paragonato l’America a Polifemo, “un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare nome. Un gigante accecato da un Nessuno”. Nessuno sconquassa l’America.
Certo Ulisse è l’uomo che si deve difendere. Perché il mondo è più grande di lui. Si difende con tutte le sue forze ma gli piace anche. Si difende ma, quando lo fa, è l’apocalisse. Nulla è più come prima.
Apocalisse vuol dire cambiamento.
Ulisse cambia il mondo. Lo riordina a modo suo.
E spesso con la violenza e il terrore. Lo sovverte.
Non so se Nessuno in fondo potrebbe essere quello che chiamiamo un terrorista.
Ma un terrorista sicuramente è un nessuno.
Fa pensare che l’eroe, il mito su cui si fonda la nostra civiltà sia proprio Ulisse.

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: Vergine Madre’

Leonardo Roperti, Ulisse nella terra di nessuno
olio su tela cm 50 x 70 – 2003

 

Il primo Adam è la creazione archetipica dell’Uomo, contenente in sé il principio femminile e il principio maschile

καὶ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν ἄνθρωπον
κατ’ εἰκόνα θεοῦ ἐποίησεν αὐτόν
ἄρσεν καὶ θῆλυ ἐποίησεν αὐτούς
(Gen. I, 27)

Animus e Anima, per dirla secondo Jung, cioè il principio maschile e il principio femminile, coesistono nell’Archetipo umano appena creato: l’Adam (questo termine ebraico è un sostantivo collettivo, mai usato al plurale nel testo biblico).
Solo successivamente Dio distingue questo ἄνθρωπος in due specie, l’uomo e la donna: in effetti la creazione dell’uomo si trova sia nel primo che nel secondo capitolo della Genesi; in genere per gli studiosi si tratta di disorganicità, come se il testo provenisse da fonti diverse male assemblate, ma questa apparente mancanza di unità potrebbe dimostrare una molteplicità logica di atti creativi: prima la creazione dell’Uomo, l’Archetipo, il genere Uomo fatto ad immagine di Dio (nel Logos, nell’intelletto) e poi, nel secondo capitolo, la creazione dei due esseri individuali, che partecipano dell’Archetipo e contengono quindi in sé entrambi principi, l’Animus e l’Anima.

mainikka

Favola di Santa Lucia

di Giannino Guareschi

 

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno.
Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.
La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.
Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.

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