Io come voi…

di Alda Merini
Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall’idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l’amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell’uomo,
che è la scienza mia.

Scrivere sull’acqua

di Maria Assunta Scannerini

Chi conosca l’opera del poeta latino Catullo, autore di versi bellissimi raccolti nei Carmina, molti dei quali dedicati al suo amore per Lesbia, ricorda certo il seguente Carme:

  Nulli se dicit mulier mea nubere malle
quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,
in vento et rapida scribere oportet aqua.
(Catullo, Carmina, LXX)

Che non sarà di nessuno, dice la mia donna:
soltanto mia, dovesse tentarla pure Giove.
Dice: ma ciò che donna dice ad un amante,
scrivilo nel vento o in acqua che va rapida.
(traduzione di Salvatore Quasimodo)

Per la fama di questo carme potrebbe sembrare che il concetto della vanità dello scrivere sull’acqua sia tra le immagini più “fresche” e “moderne” coniate dallo stesso Catullo, in realtà si tratta invece di un topos frequente nella lirica greca e latina, che certamente il poeta trasse da epigrammi alessandrini ora raccolti nell’Antologia Palatina, peraltro tenuti sicuramente presenti anche per altri concetti.
Egli infatti conobbe certamente il seguente epigramma di Callimaco:

ὤμοσε Καλλίγνωτος Ἰωνίδι, μήποτε κείνης
ἕξειν μήτε φίλον κρέσσονα μήτε φίλην.
ὤμοσεν: ἀλλὰ λέγουσιν ἀληθέα, τοὺς ἐν ἔρωτι
ὅρκους.μὴ δύνειν οὔατ᾽ ἐς ἀθανάτων.
νῦν δ᾽ ὁ μὲν ἀρσενικῷ θέρεται πυρί: τῆς δὲ ταλαίνης
νύμφης, ὡς Μεγαρέων, οὐ λόγος οὐδ᾽ ἀριθμός.
(Callimaco, Antologia Palatina, V, 6)

 Ha giurato Callignoto a lonide che non avrà nessun altro,
né uomo né donna, più caro di lei; l’ha giurato.
Ma è vero quello che dicono, che i giuramenti d’amore
non arrivano mai all’orecchio degli immortali.
Ora arde di passione per un ragazzo, e dell’infelice
non fa più caso né conto, come dei Megaresi.
(traduzione di Filippo Maria Pontani)

Per il concetto della vanità dello scrivere sull’acqua dovette tuttavia conoscere anche il seguente epigramma di Meleagro:

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ἐνθουσιασμός

ἐνθουσιασμός (enthousiasmós) deriva dal verbo ἐνϑουσιάζω = essere ispirato, contenente il lemma ἐνθους = ἔν-ϑεός, composto di ἐν, in, e ϑεός, dio; significa perciò: il dio dentro.

L’entusiasmo di Jackson Pollock e di Aldo Palazzeschi

Questo video (le immagini e l’audio, assolutamente non disgiunti le une dall’altro) è la prova di quanto Platone fa asserire a Socrate nel Fedro, cioè del fatto che l’artista agisce in stato di ἐνθουσιασμός: insomma, o hai il dio dentro di te (o tu sei dentro il dio) oppure… puoi darti all’ippica!
😉

 

Shukran شكرا

di Nizzar Qabbani

شكرا

شكرا لحبك..
فهو معجزتي الأخيره..
بعدما ولى زمان المعجزات.
شكرا لحبك..
فهو علمني القراءة، والكتابه،
وهو زودني بأروع مفرداتي..
وهو الذي شطب النساء جميعهن .. بلحظه
واغتال أجمل ذكرياتي..
شكرا من الأعماق..
يا من جئت من كتب العبادة والصلاه
شكرا لخصرك، كيف جاء بحجم أحلامي، وحجم تصوراتي
ولوجهك المندس كالعصفور،
بين دفاتري ومذكراتي..
شكرا لأنك تسكنين قصائدي..
شكرا…
لأنك تجلسين على جميع أصابعي
شكرا لأنك في حياتي..
شكرا لحبك..
فهو أعطاني البشارة قبل كل المؤمنين
واختارني ملكا..
وتوجني..
وعمدني بماء الياسمين..
شكرا لحبك..
فهو أكرمني، وأدبني ، وعلمني علوم الأولىن
واختصني، بسعادة الفردوس ، دون العالمين شكرا..
لأيام التسكع تحت أقواس الغمام، وماء تشرين الحزين
ولكل ساعات الضلال، وكل ساعات اليقين
شكرا لعينيك المسافرتين وحدهما..
إلى جزر البنفسج ، والحنين..
شكرا..
على كل السنين الذاهبات..
فإنها أحلى السنين..
شكرا لحبك..
فهو من أغلى وأوفى الأصدقاء
وهو الذي يبكي على صدري..
إذا بكت السماء
شكرا لحبك فهو مروحه..
وطاووس .. ونعناع .. وماء
وغمامة وردية مرت مصادفة بخط الاستواء…
وهو المفاجأة التي قد حار فيها الأنبياء..
شكرا لشعرك .. شاغل الدنيا ..
وسارق كل غابات النخيل
شكرا لكل دقيقه..
سمحت بها عيناك في العمر البخيل
شكرا لساعات التهور، والتحدي،
واقتطاف المستحيل..
شكرا على سنوات حبك كلها..
بخريفها، وشتائها
وبغيمها، وبصحوها،
وتناقضات سمائها..
شكرا على زمن البكاء ، ومواسم السهر الطويل
شكرا على الحزن الجميل ..
شكرا على الحزن الجميل

Grazie del tuo amore
è il mio ultimo miracolo
passato il tempo dei prodigi.
Grazie del tuo amore…
mi ha insegnato a leggere, a scrivere
mi ha regalato meravigliose parole
è quel che ha annullato le altre donne…in un momento
catturando i miei più bei ricordi.
Grazie dal profondo
a te che sei apparsa dai libri del culto e della preghiera.
Grazie del tuo abbraccio che ha esteso per me sogni e immagini
e del tuo viso che si è insinuato come un uccellino
tra i miei quaderni e appunti.
Grazie perché vivi nelle mie poesie,
Grazie…
perché regni tra le mie dita
Grazie perché sei nella mia vita.
Grazie del tuo amore
mi ha dato la buona novella prima di tutti i credenti
e mi ha fatto re…
mi ha incoronato
mi ha battezzato con l’acqua del gelsomino
Grazie del tuo amore,
mi ha onorato, educato ed insegnato la scienza degli avi
mi ha concesso la felicità del Paradiso dinnanzi agli uomini.
Grazie…
dei giorni incerti sotto le volte delle nubi e l’acqua triste d’Ottobre,
degli attimi di smarrimento e di certezza.
Grazie dei tuoi occhi che viaggiano soli
verso le isole delle violette e della nostalgia.
Grazie…
di tutti gli anni trascorsi
perché sono gli anni più dolci.
Grazie del tuo amore
è il più caro e leale degli amici
è quello che piange sul mio petto
quando piange il cielo.
Grazie del tuo amore, è un’elica,
un pavone…menta…acqua,
una nuvola rosa che è passata per caso all’equatore,
è la sorpresa che disorienta i profeti.
Grazie dei tuoi capelli…distrazione del mondo,
ladri di ogni foresta di palme.
Grazie per ogni minuto…
i tuoi occhi ne sono stati generosi in un’epoca avara.
Grazie delle ore di imprudenza e di sfida
e della ricerca dell’impossibile…
Grazie di tutti gli anni del tuo amore
del loro autunno e del loro inverno,
delle nuvole e del sereno,
del reciproco contrasto del loro cielo.
Grazie per il tempo del pianto e le stagioni della lunga insonnia
Grazie per questa dolce tristezza…
Grazie per questa dolce tristezza…

Acqua

di monica mainikka

 

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Si sarebbe potuti finire in una risata
Io dapprima attonita
Ferita
Magari già quella difficile serata
Mentre severo l’occhio indagatore
Ci osservava.

Tu fiero della tua conquista ed orgoglioso
Spietata ma giusta punizione per lui.
E per me.
Allora anch’io forse
Avrei sorriso. Forse…

Ma tu
Aggredito un’altra volta
Umiliato ancora e ancora
E spaurito
Ma da chi per chi e perché?

Ma che ci importerà più di lei
Di lui di loro
Se non per una dolcezza antica
Regalata

Che forse resta
Quando tu ed io finalmente
Saremo noi?

Perché ancora rancore?
Perché ancora non amore?
Perché l’acqua
Da te desiderata non è
L’acqua del mio desiderare?

Può dunque l’acqua essere
Diversa da sé?
 No.
Siamo noi
Ancora troppo lontani da noi.

mainikka

“Come le foglie…” nella letteratura poetica

Omero:
Il. VI, 145-149

Τυδεΐδη μεγάθυμε τί ἢ γενεὴν ἐρεείνεις;
οἵη περ φύλλων γενεὴ τοίη δὲ καὶ ἀνδρῶν.
φύλλα τὰ μέν τ’ ἄνεμος χαμάδις χέει, ἄλλα δέ θ’ ὕλη
τηλεθόωσα φύει, ἔαρος δ’ ἐπιγίγνεται ὥρη῝
ὣς ἀνδρῶν γενεὴ ἣ μὲν φύει ἣ δ’ ἀπολήγει. 

O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe? Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue.

 

Mimnermo:
ἡμεῖς δ’, οἷά τε φύλλα (D2, 2W)

ἡμεῖς δ΄͵ οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος͵ ὅτ΄ αἶψ΄ αὐγῆις αὔξεται ἠελίου͵
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα͵ πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
5.οὔτ΄ ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι͵
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου͵
ἡ δ΄ ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός͵ ὅσον τ΄ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης͵
10.αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται͵ πενίης δ΄ ἔργ΄ ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ΄ αὖ παίδων ἐπιδεύεται͵ ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
15.ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.
(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cesare Pavese, Lavorare stanca

Ma tutto si può sopportare…

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,

κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ πένητα _

Saffo, Ode II, Strofe saffica minore

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voce e video: monica mainikka


Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.

Com’io ti veggio, palpitar mi sento
Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.

Muta s’intrica la mia lingua: accensa
Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.

Sudor di gelo le mie guance inonda.
Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro.

Trad. di Ugo Foscolo (1790)