Lucrezio: poeta del piacere, poeta del tormento

Mainikka introduce recita traduce e commenta i vv. 1199-1218 del VI libro del De rerum natura:

Quorum siquis, ut est, vitarat funera leti,
ulceribus taetris et nigra proluvie alvi
posterius tamen hunc tabes letumque manebat,
aut etiam multus capitis cum saepe dolore
corruptus sanguis expletis naribus ibat.
huc hominis totae vires corpusque fluebat.
profluvium porro qui taetri sanguinis acre
exierat, tamen in nervos huic morbus et artus
ibat et in partis genitalis corporis ipsas.
et graviter partim metuentes limina leti
vivebant ferro privati parte virili,
et manibus sine non nulli pedibusque manebant
in vita tamen et perdebant lumina partim.
usque adeo mortis metus iis incesserat acer.
atque etiam quosdam cepere oblivia rerum
cunctarum, neque se possent cognoscere ut ipsi.
multaque humi cum inhumata iacerent corpora supra
corporibus, tamen alituum genus atque ferarum
aut procul absiliebat, ut acrem exiret odorem,
aut, ubi gustarat, languebat morte propinqua.

Iliade, Libro I, 1-34

L’ira, o Dea, canta del Pelide Achille
Che orrenda in mille guai trasse gli Achei,
E molte forti a Pluto alme d’eroi
Spinse anzi tempo, abbandonando i corpi
Preda a sbranarsi a’ cani ed agli augelli:
Così il consiglio s’adempìa di Giove,
Da che la rissa ardea che fe’ discordi
Il Re d’uomini Atride e il divo Achille.
Chi degli dei concitò l’ire? Il figlio
Di Latona e di Giove. Irato al Rege
Mandò una lue sterminatrice al campo
E le genti perìan; ché Agamemnone
D’oltraggi afflisse il sacerdote Crise.
Venne Crise alle Achee celeri navi
A redimer la figlia, e assai tesoro
Recò d’offerte. Avea l’infula in mano
D’Apollo lungisaettante avvolta
Sull’aureo scettro, e orò supplice i Danai;
E più gli Atridi, duci delle genti:
Atridi, e voi ben gambierati Achei,
Se gl’immortali abitator d’Olimpo
Vi dien di Priamo a desertar le strade
E posarvi felici a vostre sedi,
La mia figlia diletta a me sciogliete
Questi doni accogliendo, e venerando
Febo saettator prole di Giove.
Tutte fremean le schiere: il sacerdote
Venerarsi, e accettar l’inclito prezzo.
N’increbbe alla turbata alma d’Atride,
Che lo caccia insultando e gli minaccia:
Ch’ io non d’incontri, vecchio, appo le navi
Né più indugiarti né tornarvi mai,
Ch’ ei non ti gioverà forse lo scettro
Né l’infula del Nume. Alla mia schiava
Non darò libertà, se la vecchiaja
Pria non la colga nella nostra reggia
Tela in Argo tessendomi e trapunti
Fuor della patria, e al mio talamo ancella.
Va, né crucciarmi, se reddir vuoi salvo.
Disse. Temeva, ed ubbidì al comando,
E muto al lito andò del mar fremente
traduzione di Nicolò Ugo Foscolo
Lettura metrica del testo greco:
voce e video di Monica Mainikka

Ad lunam (Alla luna, Leopardi)

versione latina di Valeria Casadio

Suavis luna, adhuc reminiscor
ante unum annum in hoc ipso colle
angoribus confectum me venisse
ad te mirandam oculis intentis
et super silvam etiam tunc pendebas
sicut nunc facis eam clariorem reddens.
Sed, propter fletum, tremula et obscura
oculis meis tua facies videbatur:
erat misera et aegra enim mea vita
et sic est hodie, minime mutatur,
mea dilecta luna. Autem memoria
me iuvat et commemorare rursus
tempus doloris mei. O quam est gratum
[prima aetate cum longum iter spei est
hominibus, brevis contra recordatio]
praeterita, etsi tristia, meminisse
etsi aerumnae perpetuae permanent.  

Carmen Silviae dicatum (A Silvia, Leopardi)

versione latina di Valeria Casadio
Silvia, meministine
tempus mortalis illud vitae tuae
cum in oculis tuis species lucebat,
ubi risus pudorque saepe erant,
cum cogitans et laeta
ad iuventutis limina ascendebas?

Quieta conclavia et viae,
quae circa sunt, sonabant
adsiduo tuo cantu
cum muliebribus rebus tu dicata
valde sedebas laeta
futura tibi fingens
beata ac vaga.

Ego studia mihi grata
aliquando relinquens et volumina,
ubi melior mei pars atque iuventus
magno labore iam consumebantur,
ex palatii fenestis patris mei
cantum tuum attendebam
et manum laboriose consuentem.
Caelum purum mirabar
auratas vias, hortos
et hic mare longinquum, illic montem:
exprimi verbis nequit
motus animi mei.

Suaves cogitationes
magnae spes moti animi
erant nobis, mea Silvia,
pulchra tunc videbantur
humana vita et fatum!
Cum talis tanta spes in mentem venit
quodam angore gravor
acerbe ac misere,
magis magisque doleo malis meis.
Eheu natura, natura
cur mortalibus aegris numquam reddis
quod antea promisisti?
Cur liberos decipere adeo vis?

Antequam herbae hieme siccarentur
secreto morbo infecta atque victa,
tenuis puella, peristi
nec florere valuisti,
numquam cor mulsit dulcis
laus vel nigrae tuae comae
vel luminum quae modo
modeste modo amanter aspiciebant,
nec festis diebus cum amicis tuis
de amoris rebus loqui potuisti.

Spes mea dulcis quoque mox perivit:
mihi quoque fors frui iuventute vetuit.
Eheu, eheu transisti, grata sodalis
adulescentiae meae,
spes mea lacrimis manans!
Num haec terra est illa,
haec amor, voluptates, opera, facta
de quibus saepe nos locuti sumus?
Hoc generis humani fatum est?
Tu, cum verum apparuit,
spes misera, cecidisti
et manu tua horridam mortem
tumulumque nudum
procul ostendis.

I “maniaci” – introduzione allo spettacolo ODI ET AMO

di Mainikka

Platone nel Fedro fa dire a Socrate che esistono quattro tipi di follia…. Sapete come si dice follia, pazzia, in greco? Si dice: μανία (manìa).
In latino è il furor, il delirium; manìa, furor, delirium: che parole interessanti…
de- lirare, ad esempio, significa “uscir fuori dalla lira”, che era il solco della semina: chi delira, cioè, è uscito dal seminato!

Comunque, per tornare a Platone, esistono quattro tipi di pazzia, di μανία, dicevamo:
1. la mania profetica, infusa da Apollo. È quella propria dei vati, dei veggenti, degli indovini;
2. la mania mistica (o telestica), causata da Dioniso. È posseduta attraverso i riti iniziatici, pensiamo alle Baccanti;
3. la mania poetica, ispirata dalle Muse. È l’ispirazione artistica, ottenuta tramite invasamento divino;
4. la mania erotica, o amorosa, che rende folli gli innamorati, infusa naturalmente da Afrodite ed Eros.

Esistono perciò secondo Platone quattro tipi di ‘maniaci’, se così li possiamo chiamare: i veggenti; gli adèpti ad una religione; i poeti e gli artisti, e gli innamorati.
Quale fedele, quale fanatico (letteralmente il fanatico è il frequentatore del fanum, il frequentatore del tempio), quale appassionato, quale amante non ha mai usato il lessico della follia ad indicare l’oggetto del suo amore?
Vado in estasi (ex-stasis, significa stare fuori, essere fuori di sé o da sé)… Sono in preda al delirioMi fa perdere la ragione… Mi fa impazzire… (letteralmente impazzire è essere preso dal pathos, cioè da smisurata passione), sono pazza di lui, pazzo di lei…. Sei patetico!!

Eh be’, ha ragione Platone!
A me piace giocare con le parole – s’è capito, vero? – mi diverte trovare i significati più reconditi, ma anche più veri, attraverso la ricerca etimologica: e così ho scoperto come identificare i veri “maniaci” (nel senso platonico del termine) e distinguerli dai falsi, dagli ipocriti: attenti, sempre Platone dice che chi è posseduto dalla μανία, la manìa profetica o quella mistica o quella poetica o quella erotica, agisce in stato di ἐνθουσιασμός… entusiasmo: questa parola è bellissima, è interessantissima, è formata dalla preposizione ἐν, “in”, “dentro”, e dalla radice di θεός, “dio”… cioè, significa che quando hai l’entusiasmo hai il dio dentro di te.  O tu sei dentro al dio, che poi è la stessa cosa.
E’ una condizione che si sposa perfettamente con l’estasi: esci da te stesso per ritrovarti dentro il dio..
E allora, se sei un profeta, un leader carismatico o un prete o un artista (un pittore, un musicista, un poeta, un creativo insomma… anche un professore perché no?!) o se sei semplicemente un innamorato… ecco, o hai l’entusiasmo…. oppure puoi darti all’ippica!
I migliori, chissà perché nascono soprattutto in tempi di crisi. Quindi oggi dovrebbe essercene piena l’aria, di maniaci! Ma intendo quelli veri, quelli posseduti dall’entusiasmo! Non li si scorge nella massa questi, ma ci sono, basta cercarli e saperli riconoscere.

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