Kali Yuga – di Lucilla Giagnoni

“Ho in mente un’immagine: quella di una grande divinità. Un grande dio, che dorme… di un dio che sta per addormentarsi.
Lo dicono gli antichi e sacri libri indiani: i Veda. Quando il dio abbassa le palpebre finisce un’era.
Quattro sono le ere che hanno composto il tempo dall’origine dell’uomo.
Il primo periodo è stato l’età dell’Oro o della Verità, quando l’umanità era con Dio; il secondo è l’età dell’argento, il terzo è l’età del Bronzo; e l’ultimo, quello che stiamo vivendo ora, è l’età del Ferro (Kali Yuga).

Il Kali Yuga, il nostro tempo in cui prevale la vita passionale e l’uomo rischia di allontanarsi sempre di più dalla propria natura divina, e vive, a causa di ciò, grandi angosce e sofferenze. È l’era della distruzione, del caos, dell’apocalisse che prelude al buio totale. Alla fine del Kali Yuga, dopo il grande buio, si avrà una nuova rinascita e tornerà l’età dell’Oro.
Tutto ricomincerà daccapo.
Ed ecco che, adesso, la nostra divinità che divide il tempo addormentandosi si sta assopendo. Quella volta che ha abbassato le palpebre e si è fatta un pisolino, sono scomparsi i dinosauri; c’è da credere che se ora vuole farsi una vera dormita, siamo prossimi ad un grande cambiamento.
Per questo viviamo nell’ansia. Ci affanniamo a portare a termine in un lampo ciò che ha appena visto la luce.
Siamo uomini che hanno fretta.
Siamo artisti che vedono la loro realizzazione nel corso della loro vita.
Vallo a dire a quelle generazioni di persone che hanno creato le grandi cattedrali, a chi ha creato piazza del Campo, Santa Maria del Fiore, la cupola di San Pietro. Per morire magari quando i lavori erano iniziati da poco. Vallo a dire a Dante.
Siamo uomini che sentono la fine di ogni cosa. È per questo che andiamo sempre così di fretta, così veloci, così veloci… Perché sentiamo che siamo vicini alla fine. Sentiamo che il dio sta abbassando le palpebre.
Veloci perché sentiamo di non avere più tempo.”

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: ‘Vergine Madre

Le diverse tipologie eroiche in Giasone, Medea e Ulisse

Medea: la crudele fattucchiera, la donna innamorata ed ingannata che reagisce in preda al ‘furor’, la tragica vittima di Eros e degli eventi, la menade assassina e spietata… Quel che è certo è che non è l’eroina  dei canoni tradizionali.
Figlia di Eete, re della Colchide e seconda sposa di Egeo, il padre di Teseo, è scaltra, intelligente e maga potente. E proprio per questo la prende in sposa Egeo, che non sapendo ancora della nascita di Teseo dalla prima moglie Etra, creduta sterile, spera che Medea con le sue arti magiche gli possa dare il figlio sperato.
La maga si innamora perdutamente di uno straniero: Giasone, l’eroe giunto assieme agli Argonauti dalla lontana Corinto, alla ricerca del Vello d’Oro.

Giasone incarna l’energia virile impulsiva e conquistatrice: affronta deciso l’impresa della conquista del Vello proprio perché si dice sia impossibile.
Ma la temerarietà virile, che è per natura priva della riflessione sulle conseguenze dell’agire, necessita dell’aiuto dell’energia femminile, per natura dotata della magia dell’intuizione: e così Giasone si fa aiutare dalla principessa innamorata, la quale non esita a tradire il padre ed ad uccidere il fratello, pur di permettere all’amato di raggiungere il suo obiettivo di conquista.
Giasone pertanto, grazie ad un filtro potentissimo donatogli da Medea, riesce ad impossessarsi del Vello d’oro e a tornare vittorioso e con lei in patria.
Del resto l’eroe temerario e conquistatore, una volta ottenuti i suoi scopi dimentica opportunisticamente i favori ricevuti e, trascurando il valore del femminile, passa ad altra impresa, senza riflettere sulle conseguenze della sua impulsività: accetta quindi senza esitazione una nuova sposa, offertagli dal re Creonte, che gli garantisce in tal modo la successione al trono; e Medea viene abbandonata in quanto ormai scomoda ed inutile.
L’ira della donna ferita è allora terribile: fa recapitare un mantello avvelenato in regalo a Glauce, la promessa sposa, la quale muore insieme al padre Creonte che cerca di salvarla.
La vendicatrice non ancora soddisfatta arriva poi ad uccidere addirittura l’oggetto del suo amore, i due figli avuti da Giasone, onde colpire con più spietata crudeltà l’eroe.
Infine maledice l’ipocrita amante, augurandogli di non trovare più terra che lo ospiti: e di fatto Giasone troverà la morte in mare.

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Io sono la Scandalosa e la Magnifica

Inno ad Iside, IV-III sec. a.C.

Fra le più rilevanti dee della maternità e della fertilità Iside, come tutte le grandi Dee Madri, è vergine e madre, spesso rappresentata con un bimbo in braccio. Essa ha due aspetti: è la Dea Natura e la Dea Luna. Essa è la dea della fecondità (= madre) che prescinde dal legame matrimoniale (= vergine); è la creatrice, la nutrice di tutto, dispensatrice di immortalità ma anche la distruttrice: tollera tutte le cose, in quanto crescita e decadenza sono le componenti inevitabili della natura.

È la dea degli opposti che inquietantemente si intersecano: non potrebbe esserci armonia perpetua, se il bene fosse sempre nell’ascendente. Essa, al contrario, delibera che vi sia sempre un conflitto fra le potenze della crescita e quelle della distruzione.
È la dea dai molteplici talenti, forte e sicura della sua magnificenza, rivelatrice della forza della donna che ama e del potere della sofferenza che tutto trasforma.

Nel mito sposa dolente e tenera sorella del suo sposo, Iside è colei che apporta la cultura e dà la salute, la venerata che è essa stessa tutte le cose. Vittoriosa sulla morte e sul fato, Iside è Madre Natura, buona e cattiva nello stesso tempo: tollera tutte le cose, infatti nel mito non permette a Hor di distruggere fino in fondo il fratello nemico, Tifone-Set.
Iside è Maat, la Sapienza Antica, la sapienza dell’istinto, ovvero la sapienza delle cose come esse sono e come sono state sempre: la capacità innata, intrinseca, di seguire la natura delle cose sia nella loro natura presente sia nel loro inevitabile sviluppo nel rapporto reciproco.

Antiche statue di Iside con il Bambino sono state adottate da comunità cattoliche che le scambiarono per rappresentazioni della Vergine Maria e di Gesù Bambino: l’errore è comprensibile, proprio perché Iside era ritenuta la Madre di Dio (Hor) ed era adorata come Vergine, benché nello stesso tempo fosse considerata la moglie del Dio lunare, Osiride, poi identificato con Ra, il sole.

(liberamente tratto da M. E. Harding, I misteri della donna, Astrolabio)

Perché io sono la Prima e l’Ultima
Io sono la Venerata e la Disprezzata
Io sono la Prostituta e la Santa
Io sono la Sposa e la Vergine
Io sono la Madre e la Figlia
Io sono le Braccia di mia Madre
Io sono la Sterile, eppure sono numerosi i miei figli
Io sono la Donna Sposata e la Nubile
Io sono Colei-che-dà-alla luce e Colei-che-non-ha-mai-generato
Io sono la Consolazione dei dolori del parto
Io sono la Sposa e lo Sposo
E fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la Madre di mio padre
Io sono la Sorella di mio marito
Ed egli è il mio figliolo respinto
Rispettatemi sempre
Perché io sono
la Scandalosa e la Magnifica.

Voce: monica mainikka

Terra: l’antica Gea Madre

Quale immagine avevano gli antichi circa la conformazione e la struttura del nostro pianeta? Ma, soprattutto, che cos’era per loro la Terra?
Per indagare sulle idee cosmologiche dei tempi più antichi dobbiamo rifarci al racconto favolistico nelle sue prime testimonianze scritte, cioè a tutta quella serie di racconti e leggende che va sotto il nome di mitologia.

Nei miti confluiscono le idee, la cultura e le immagini fisiche, metafisiche, cosmologiche e naturalistiche che i popoli antichi concepivano e che i poeti raccoglievano dietro ispirazione divina. Essi si sentivano investiti della missione sacra di versificare, cantare e diffondere tale materiale, così da soccorrere all’esigenza e al desiderio, tipici dell’uomo di ogni tempo, di far luce sulle origini del cosmo, degli dei e dell’umanità, su tutto quanto cioè risultasse ignoto, inconoscibile e razionalmente inspiegabile.
L’origine del mito è essenzialmente sacrale: il mito si identifica spesso con la religione stessa, in quanto tutto ciò che da esso è rappresentato e narrato si inserisce nel contesto religioso.
In tutte le culture antiche la tradizione poggia le sue basi sullo stretto e solidale rapporto tra l’uomo e il divino, rapporto che si manifesta e si esplica nella Natura: la Natura, e quindi più concretamente la Terra, è universalmente concepita in una visione divina al femminile, nel modello simbolico primordiale della maternità. La Terra è la Grande Madre, generalmente sposa del dio Cielo: salvo alcune, rare, eccezioni (nel pantheon egiziano la Terra è rappresentata dal dio maschile Geb e il cielo ha le sembianze femminili di Nut), osserviamo il riproporsi dello schema suddetto in tutte le culture, e non solo presso le più antiche: esempi di culti in cui predominano divinità femminili ctonie (cioè inerenti alla Terra) si riscontrano anche in epoche recenti presso tribù dell’Africa (Gabon, Nigeria…), dell’Amerindia (presso i Navaho, i Sioux), in Oceania…
La stessa cosmogonia greca, che sta alla base della cultura occidentale, prevede all’origine la dea Gea, dapprima madre e poi sposa di Urano, il cielo, dall’unione dei quali trassero vita tutti gli esseri, sia animati che inanimati.

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Lucrezio, Inno a Venere

dal De Rerum Natura – esametri dattilici
Madre dei discendenti di Enea, gioia degli uomini e degli dei, Venere dispensatrice di vita, che sotto le costellazioni erranti del cielo vivifichi il mare ricco di navi e le terre ubertose, poiché per opera tua ogni creatura viene concepita e vede la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti e le nubi del cielo; al tuo arrivo, attraverso di te la terra fa sbocciare fiori fragranti, a te sorride la distesa del mare e, rasserenato, il cielo brilla di luce diffusa. Non appena si illumina la bellezza del giorno primaverile e dischiuso si diffonde il soffio fecondatore del Favonio, prima gli uccelli annunciano te e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua potenza. Quindi gli animali selvatici saltano per i lieti pascoli e attraversano a nuoto i fiumi vorticosi: così, catturata dal desiderio, ogni creatura ti segue bramosamente dovunque tu voglia condurla. Infine, per i mari e per i monti, per i fiumi rapinosi, tra le dimore frondose degli uccelli e i campi verdeggianti, ispirando nel petto dolce amore, fai in modo che tutti cupidamente si moltiplichino, di generazione in generazione. E poiché tu guidi da sola la natura e senza di te nulla nasce nelle divine plaghe della luce e nulla esiste di gioioso e di amabile, te desidero come compagna mentre scrivo questi versi sulla natura, che mi accingo a comporre per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto eccellesse in ogni occasione, adorno di ogni qualità. Tanto più dunque concedi, o dea, fascino alle mie parole; fa’ sì che, per i mari e le terre, placate, le feroci opere della guerra abbiano tregua. Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla, poiché Marte, signore delle armi, muove le crudeli opere della guerra; lui che spesso si abbandona nel tuo grembo, vinto dall’eterna ferita di amore e così, levando gli occhi con il tornito collo rivolto verso di te, pasce d’amore gli avidi sguardi, a te anelando, o dea, e pende il respiro di lui, supino, dalla tua bocca. E tu o dea, abbracciandolo con il tuo corpo divino, mentre è sdraiato, effondi dalla tua bocca dolci parole, chiedendo, o inclita, pace tranquilla per i Romani. Difatti né noi possiamo comporre con animo sereno quest’opera, essendo le circostanze avverse per la patria, né l’illustre discendente di Memmio può, in tali condizioni, venir meno alla salvezza collettiva.

traduzione, voce e video: monica mainikka
fotografie: www.skattomatto.it
musica: Roberto Cacciapaglia