Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto…

‘Otto meno un quarto. Arrivo che la nebbia è ancora fitta. … Li vedo da lontano. Dapprima sono solo una massa scura informe nel bianco nebbioso fitto. Poi, avvicinandomi, mi appaiono meglio: sono gli studenti che aspettano di entrare a scuola. In tutte le scuole di Torino, d’Italia, d’Europa sono così: ammassati fuori, a parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli.
Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla, i cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate.
Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, carichi di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche, “peluscini”. Soprattutto le ragazze, appendono di tutto allo zaino, l’universo degli animaletti del creato ridotti in miniatura e con l’anello portachiavi: zebre, coccodrillini, dromedari, camaleonti, elefantini, asinelli, cammelli, coccinelle, gazzelle… O antilopi?
….

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Abracadabra

‘Le parole, al pari degli angeli, sono forze dotate di poteri occulti su di noi. Sono presenze personali corredate da intere mitologie… e dei loro effetti monitori, blasfemi, creativi e distruttivi.
James Hillman (1926 – vivente), filosofo, saggista e psicoanalista statunitense.

Abracadabra: c’è chi sostiene che derivi dall’aramaico ‘Avrah KaDabra‘, in tal caso significherebbe ‘Creerò ciò che dico‘; oppure viene dall’arabo ‘Abra Kedabra‘, che significa ‘Fa’ che le cose siano distrutte‘: una sola formula per creare e per distruggere…

Chissà se Silvan, con i suoi giochetti di prestigio (per la verità sorpendenti) è consapevole di tutto questo potere!
Fatto sta che, pensando al senso recondito insito nelle Parole, reali e significanti, che costituiscono questa semplice ed orecchiabile formuletta, che tutti abbiamo usato, sorridendo inconsapevoli del suo suono, nei nostri giochi o scherzetti di pseudomagia, non riesco ad evitare di considerarne l’uso, seppure innocente, un po’ irriverente…

Cose talmente antiche da sembrarci nuove…

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‎Se a noi fosse dato di confonderci con quella folla di parigini del secolo XV, lo spettacolo non sarebbe privo di interesse né di fascino, e non avremmo intorno a noi che cose talmente antiche da sembrarci nuove.
(V. Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831)

 

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Potere del Nome…

Voglio che tu venga a me senza passato.
Le frasi che hai imparato, dimenticale.
Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi.
Vieni da me come fosse la prima volta.
Non dire mai che mi ami, fino al giorno in cui non me lo dimostri.
Ci sono tante forme di passione e di affetto;
ci sono persone che vivono insieme tutta la vita senza neppure conoscere i loro nomi.
Nominare è un processo lungo e difficile;
tocca l’essenza stessa delle cose e implica potere.
Ma in una notte selvaggia chi può ricondurti a casa?
Solo chi conosce il tuo nome.

Jeanette Winterson

Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)

 

Kali Yuga – di Lucilla Giagnoni

“Ho in mente un’immagine: quella di una grande divinità. Un grande dio, che dorme… di un dio che sta per addormentarsi.
Lo dicono gli antichi e sacri libri indiani: i Veda. Quando il dio abbassa le palpebre finisce un’era.
Quattro sono le ere che hanno composto il tempo dall’origine dell’uomo.
Il primo periodo è stato l’età dell’Oro o della Verità, quando l’umanità era con Dio; il secondo è l’età dell’argento, il terzo è l’età del Bronzo; e l’ultimo, quello che stiamo vivendo ora, è l’età del Ferro (Kali Yuga).

Il Kali Yuga, il nostro tempo in cui prevale la vita passionale e l’uomo rischia di allontanarsi sempre di più dalla propria natura divina, e vive, a causa di ciò, grandi angosce e sofferenze. È l’era della distruzione, del caos, dell’apocalisse che prelude al buio totale. Alla fine del Kali Yuga, dopo il grande buio, si avrà una nuova rinascita e tornerà l’età dell’Oro.
Tutto ricomincerà daccapo.
Ed ecco che, adesso, la nostra divinità che divide il tempo addormentandosi si sta assopendo. Quella volta che ha abbassato le palpebre e si è fatta un pisolino, sono scomparsi i dinosauri; c’è da credere che se ora vuole farsi una vera dormita, siamo prossimi ad un grande cambiamento.
Per questo viviamo nell’ansia. Ci affanniamo a portare a termine in un lampo ciò che ha appena visto la luce.
Siamo uomini che hanno fretta.
Siamo artisti che vedono la loro realizzazione nel corso della loro vita.
Vallo a dire a quelle generazioni di persone che hanno creato le grandi cattedrali, a chi ha creato piazza del Campo, Santa Maria del Fiore, la cupola di San Pietro. Per morire magari quando i lavori erano iniziati da poco. Vallo a dire a Dante.
Siamo uomini che sentono la fine di ogni cosa. È per questo che andiamo sempre così di fretta, così veloci, così veloci… Perché sentiamo che siamo vicini alla fine. Sentiamo che il dio sta abbassando le palpebre.
Veloci perché sentiamo di non avere più tempo.”

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: ‘Vergine Madre

Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

E restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò. “Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di V. M. Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka:

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi:
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est.