De medico centumque discipulis

‎”Languebam: sed tu comitatus protinus ad me
uenisti centum, Symmache, discipulis.
Centum me tetigere manus aquilone gelatae:
non habui febrem, Symmache, nunc habeo.”

“Stavo maluccio, ma tu sei accorso subito da me,
Simmaco, accompagnato da cento allievi.
Mi han così toccato cento mani, gelate dal vento di tramontana:
non avevo la febbre Simmaco; adesso ce l’ho!”

(Marziale V, 9)

Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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Consells sobre política. A un governant incompetent.

Montserrat Nogueras, amica mea catalana, versionem confecit Plutarchi operis et iam in taberniis librariis emi potest!
In catalaunicam linguam “Praecepta gerendae rei publicae” et “Ad principem ineruditum” convertit.
Prologum autem mordacem scripsit, ubi de rebus politicis Graecis in Plutarchi tempore narratur, sed omnia huc tendunt, ut lectores possint recognoscere per exemplum antiquum res hodiernas. Non irascetur divus Plutarchus, quod non sine elegantia res tractatur… 🙂

25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne

Πᾶσα γυνὴ χόλος ἐστίν· ἔχει δʹἀγαθὰς δύο ὥρας͵
τὴν μίαν ἐν θαλάμῳ͵ τὴν μίαν ἐν θανάτῳ.

La donna è tutta bile; ma ha due momenti buoni,
uno nel letto, uno nella tomba. (Pallade d’Alessandria, Antologia Palatina, XI, 381)

E’ fondamentalmente un problema di cultura, che non ci siamo più tolti di dosso dai tempi più antichi… e purtroppo le prime a continuare ad accettare o a minimizzare tale mentalità tragicamente misogina, sono ancora troppe donne: io non rido di fronte a motti sentenziosi come questo!

La favola esopica: il mondo visto con gli occhi degli umili

 

La tradizione attribuisce ad Esopo (VI sec. a. C.?) l’invenzione della favola; tuttavia sappiamo bene che la prima testimonianza nell’ambito della letteratura greca risale al racconto in versi dell’Usignolo e lo Sparviero, contenuto nel poema didascalico Ἔργα καὶ Ἡμέραι di Esiodo (VIII – VII secolo a.C.), se non addirittura ad Omero, il quale nell’Odissea paragona  i Proci, nella predizione di Menelao, alla cerva imprudente che si reca a porre i suoi cerbiatti appena nati nella selva ove dimora il leone, decretandone così la morte.
Ad Esopo resta tuttavia riconosciuto il merito di aver consentito lo sviluppo del genere favolistico e di aver elaborato con originalità questa espressione d’arte popolare.

Il contadino e i figli: traduzione, voce e video di Monica Mainikka

La volpe e la pantera: traduzione, voce e video di Monica Mainikka

Il lupo e la vecchia: traduzione, voce e video di Monica Mainikka

Esopo, testi interattivi: a cura di Giuseppe Frappa

Il significato globale dell’opera risulta chiaro: attraverso la finzione della favola, dietro il travestimento animalesco Esopo vuol proporre un’interpretazione del mondo dal punto di vista degli umili. Non fa meraviglia, quindi, se dalla sua raccolta emerge una realtà ben diversa da quella veicolata dal ‘mito’ aristocratico di Omero. …. Egli ha saputo indagare e ritrarre la vita degli umili nella tragicommedia dei loro estrosi ripieghi e nell’infamia della loro secolare oppressione; tuttavia, chiuso in un’opaca e fatalistica rassegnazione, non ha osato alimentare la speranza di un reale cambiamento” (L. Barbero)

La teoria pitagorica della Terra concepita come sfera

I numeri erano concepiti dai Pitagorici come solidi astratti (del resto la matematica antica, da non intendersi solo come un insieme di conoscenze pratiche che soccorressero alle esigenze quotidiane di calcolo, si esplicava soprattutto nella geometria).
Nella scuola pitagorica incontriamo l’idea di sfera come simbolo di perfezione: già intuita dai Milesi, ora per la prima volta tale idea viene attribuita, come possibile ipotesi, alla forma terrestre. Certo, per la dimostrazione scientifica e la codifica di tale teoria si dovranno attendere gli studi di Aristotele (IV secolo a.C.) e di Eratostene (III secolo a.C.), ma la concezione cosmica dei Pitagorici risulta comunque molto affascinante: il globo terrestre, insieme al sole, appartiene ad un sistema astrale gravitante attorno ad una massa infuocata centrale. Il calore che ne scaturisce provoca il movimento rotatorio dell’intero sistema attorno ad essa. Tale movimento è equilibrato dal moto contrapposto di un’altra massa astrale, l’antiterra, che gravita dal lato opposto attorno al centro.
In questa concezione potrebbe stupirci come particolarmente rivoluzionaria l’ipotesi che la Terra non sia concepita al centro dell’Universo, ma Aristotele ci suggerisce che i Pitagorici attribuivano al rifiuto del geocentrismo una spiegazione ideologica più che scientifica, in quanto la Terra non era da essi considerata “abbastanza nobile da occupare la posizione più importante dell’Universo” (De caelo).

Senza nulla togliere al fascino e all’interesse che le teorie pitagoriche suscitano, dobbiamo però riconoscervi anche asserzioni fantasiose, arbitrarie o quanto meno discutibili. Sempre Aristotele si scaglia polemico contro la pretesa di identificare cose fisiche o fenomeni di vario genere con i numeri, come ad esempio l’attribuzione del numero 4 alla giustizia, per la sua caratteristica di contraccambio e di uguaglianza, oppure la corrispondenza tra l’1 e l’intelligenza, concepita come immobile, o, al contrario, il 2 identificato con l’opinione, che si può muovere fra opposte direzioni. Del numero 7, fatto coincidere con l’opportunità, Aristotele dice: “Ma per quale motivo questi numeri dovrebbero essere cause? Sette sono le vocali, di sette note è costituita la scala musicale, sono sette le Pleiadi, all’età di sette anni gli animali (almeno alcuni, se non tutti) perdono i denti, e sette furono anche quei guerrieri ‘che assiser Tebe’. Si dovrà, dunque ritenere che, proprio perché questo numero è di tale natura, quei guerrieri furono sette e la costellazione delle Pleiadi è composta di sette stelle? Ma è indubbiamente più giusto ritenere che quei guerrieri furono sette, perché sette erano le porte di Tebe, o anche per qualche altro motivo, e che le Pleiadi sono sette, perché è questo il modo nostro di numerarle, proprio come nell’Orsa noi contiamo dodici stelle, mentre altri ne contano di più… Questi filosofi somigliano agli antichi interpreti di Omero, che riescono a sottolineare le piccole somiglianze, lasciando sfuggire le grandi”.

mainikka

Le dottrine pitagoriche

A Crotone, in Calabria, l’esule Pitagora originario di Samo insegnava ai suoi discepoli che il principio costitutivo di tutto consisteva nei numeri e che tutta la natura e i suoi fenomeni (periodicità stagionali, cicli temporali, cicli biologici…) erano regolati da precise leggi numeriche: la natura veniva per la prima volta indagata secondo un criterio quantitativo e matematico, e il mondo greco compiva così un grosso passo in avanti nell’impostazione del metodo scientifico.
Sembra che Pitagora avesse costituito la sua scuola secondo i criteri di un ordine religioso: le sue dottrine dovevano probabilmente costituire per i discepoli un mezzo per realizzare il modus vivendi imposto alla comunità. Gli adepti sottostavano a precise regole di vita e l’insegnamento, con tutta probabilità esclusivamente orale, era strettamente segreto e riservato agli iniziati.
Al maestro fondatore della scuola fu attribuita presto un’autorità quasi divina ed acquisì ancora in vita un’aurea di sovrumanità, diventando oggetto di venerazione da parte di discepoli e seguaci. Cosicché sulla sua vita e sul suo effettivo ed originario insegnamento non possediamo quasi nulla di attendibile. Gli unici scritti che riguardano la scuola pitagorica e il suo fondatore derivano da testimonianze molto posteriori e non ci consentono di distinguere tra le dottrine originarie e i contributi successivi: per analizzare quindi il pensiero a lui tradizionalmente attribuito, conviene evitare pertanto di riferirsi a Pitagora; meglio trattare invece delle “dottrine dei Pitagorici’”.

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“Come le foglie…” nella letteratura poetica

Omero:
Il. VI, 145-149

Τυδεΐδη μεγάθυμε τί ἢ γενεὴν ἐρεείνεις;
οἵη περ φύλλων γενεὴ τοίη δὲ καὶ ἀνδρῶν.
φύλλα τὰ μέν τ’ ἄνεμος χαμάδις χέει, ἄλλα δέ θ’ ὕλη
τηλεθόωσα φύει, ἔαρος δ’ ἐπιγίγνεται ὥρη῝
ὣς ἀνδρῶν γενεὴ ἣ μὲν φύει ἣ δ’ ἀπολήγει. 

O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe? Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue.

 

Mimnermo:
ἡμεῖς δ’, οἷά τε φύλλα (D2, 2W)

ἡμεῖς δ΄͵ οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος͵ ὅτ΄ αἶψ΄ αὐγῆις αὔξεται ἠελίου͵
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα͵ πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
5.οὔτ΄ ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι͵
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου͵
ἡ δ΄ ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός͵ ὅσον τ΄ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης͵
10.αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται͵ πενίης δ΄ ἔργ΄ ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ΄ αὖ παίδων ἐπιδεύεται͵ ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
15.ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.
(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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