Un ragazzino costretto a camminare per ore sotto i fulmini e la pioggia scrosciante, in mezzo ai boschi delle Langhe piemontesi, in compagnia della zia, ostinata e determinata, e dell’insicuro cugino prete, goffo e spaurito, per raggiungere una festa di nozze al cui pranzo la zia non vuole assolutamente rinunciare.
La tradizione attribuisce ad Esopo (VI sec. a. C.?) l’invenzione della favola; tuttavia sappiamo bene che la prima testimonianza nell’ambito della letteratura greca risale al racconto in versi dell’Usignolo e lo Sparviero, contenuto nel poema didascalico Ἔργα καὶ Ἡμέραι di Esiodo (VIII – VII secolo a.C.), se non addirittura ad Omero, il quale nell’Odissea paragona i Proci, nella predizione di Menelao, alla cerva imprudente che si reca a porre i suoi cerbiatti appena nati nella selva ove dimora il leone, decretandone così la morte.
Ad Esopo resta tuttavia riconosciuto il merito di aver consentito lo sviluppo del genere favolistico e di aver elaborato con originalità questa espressione d’arte popolare.
“Il significato globale dell’opera risulta chiaro: attraverso la finzione della favola, dietro il travestimento animalesco Esopo vuol proporre un’interpretazione del mondo dal punto di vista degli umili. Non fa meraviglia, quindi, se dalla sua raccolta emerge una realtà ben diversa da quella veicolata dal ‘mito’ aristocratico di Omero. …. Egli ha saputo indagare e ritrarre la vita degli umili nella tragicommedia dei loro estrosi ripieghi e nell’infamia della loro secolare oppressione; tuttavia, chiuso in un’opaca e fatalistica rassegnazione, non ha osato alimentare la speranza di un reale cambiamento” (L. Barbero)
Chi mai per primo predispose le spade feroci? Quanto malvagio e crudele davvero egli fu! In quel momento nacquero gli eccidi a danno dell’umanità, allora sorsero i conflitti e si aprì una via più breve alla morte tremenda. Ma forse quel tristo non ebbe colpa:
non abbiamo forse noi volto a nostro danno quelle armi,
che egli aveva procurato contro le bestie feroci? E’ tutta colpa della brama dell’oro, in quanto non vi furono guerre finché c’era una coppa di legno di faggio davanti alle mense. Non vi erano fortezze, non trincee, e il pastore trovava sicuro riposo tra le pecore sparse….
Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et uere ferreus ille fuit!
Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,
tum breuior dirae mortis aperta uia est.
An nihil ille miser meruit, nos ad mala nostra
uertimus, in saeuas quod dedit ille feras?
Diuitis hoc uitium est auri, nec bella fuerunt,
faginus astabat cum scyphus ante dapes.
Non arces, non uallus erat, somnumque petebat
securus uarias dux gregis inter oues.
Il racconto, estratto dalla fiaba di Hansel e Gretel, è incentrato sulla parte più forte e drammatica della vicenda: l’incontro di Hansel e Gretel con la strega, l’affronto del pericolo e il suo superamento.
L’incontro con la strega è un momento catartico (conoscitivo e liberatorio) per il bambino: essa simboleggia l’ostacolo sfidante ed iniziatico da affrontare e da vincere. In questo modo la strega, come ogni cattivo delle fiabe, lupo, orco o drago che sia, spinge l’eroe o l’eroina (con cui il bambino si identifica) all’azione creativa e quindi alla sua evoluzione.