Informazioni su mainikka

Insegnante e animatrice culturale, ho una laurea in lettere classiche a cui ho aggiunto una formazione artistica (dizione, lettura espressiva, tecniche e pratiche dell'uso della voce) ed interculturale. Vivo in provincia di Bergamo e mi diverto tra insegnamento, letture pubbliche, animazioni e laboratori, corsi e percorsi didattici, ludici, culturali ed interculturali. Lavoro da sola oppure in compagnia di preziosi collaboratori: educatori, logopedisti, animatori stranieri... I miei spazi preferiti sono le biblioteche e le librerie. Ho ideato e coordino il servizio bibliotecario BabyBiblio in diverse biblioteche della Provincia di Bergamo, secondo gli intenti del progetto nazionale Nati Per Leggere.

Teatro e Sapere

Un altro post che dimostra il valore dell’etimologia, stavolta è una delle tante perle di Carlo Sini:

Perché il metodo della riflessione etimologica non è solo affascinante, è anche necessario per acquisire sempre maggior consapevolezza del nostro linguaggio e anche di noi, del nostro essere e del nostro appartenere.

Carlo Sini, INTELLEGO
Problemi aperti del pensiero contemporaneo – XI ciclo

Nomina consequentia rerum

“(Nel Cratilo) si dice che i nomi ovvero le parole originarie sono imitazione (mimesis) della cosa, e anzi più propriamente  e più concretamente sonoimitazioni delle azioni che concernono le cose. Quindi le parole originarie sono letteralmente “immagini di senso”: esse imitano e raffigurano nella voce, tramite suoni adatti (mimetici), l’azione che designano. E se è vero che questa naturalità originaria del linguaggio (i cui segni fonicamente iconici non sono dunque affatto convenzionali o abitrari) si è poi perduta e dispersa nella molteplicità apparentemente convenzionale delle lingue, però il legame originario tra suono e immagine non viene del tutto meno. È vero che se in greco dico reo, in italiano dico invece fluisco e fluire; ma l’indifferenza convenzionale tra i suoni della “r” e del complesso “fl” riposa in ultimo sul fatto che queste lettere raffigurano, in modo differente e tuttavia analogo, cioè non convenzionale ma naturale, l’azione che designano. Così fluire è un’immagine vicaria di reo, una sua alternativa congenere e somigliante, solo in apparenza convenzionale. Mai potrebbe capitare che il suono fl venga sostituito dal suono pt (segno evidente di intoppo, arresto, stop e sbarramento) e che alla lingua capiti di dire che l’acqua ptuisce.
[…]
La definizione, dice il Cratilo, non imita sensualmente (artisticamente, esteticamente), ma stabilisce un rapporto vero (logico, scientifico) tra parola e cosa; essa mostra l’essere attraverso il dire dialettico (il dialeghesthai), cioè attraverso il logos tes ousias che è il logos stesso della verità. ”

 Carlo Sini, Etica della scrittura, Il Saggiatore, 1992, pp. 16-17

Indoeuropeo: isolato alla nascita per eurocentrismo?

Intervista a Giovanni Semerano
di Beppe Sebaste

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel “mito”, in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali.
In Semerano, come già per gli umanisti del ‘400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del “decostruzionismo” di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano. Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto “infinito”, e invece significa “polvere” (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – “l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” – in: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”. Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico “apar” e l’accadico “eperu” (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (“la tua discendenza sarà come ‘afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: “Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano”. Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.

L’intuizione dell’ipotesi indoeuropea

Era il 1786 quando Sir Jones annunciava al mondo:

« La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è una lingua di struttura meravigliosa; più perfetta della lingua greca, più ricca della latina, di una cultura più raffinata sia dell’una che dell’altra, ha, nondimeno, con entrambe, una parentela così stretta, tanto per le radici verbali quanto per le forme grammaticali, che questa affinità non potrebbe essere attribuita al caso. Dopo aver esaminato questi tre idiomi, nessun filologo potrà non riconoscere che essi sono derivati da qualche fonte comune, che, forse, non esiste più. C’è una ragione dello stesso genere, sebbene forse meno evidente, per supporre che il celtico e il gotico, sebbene mescolati con un idioma molto differente, abbiano avuto la stessa origine del sanscrito; e l’antico persiano potrebbe essere aggiunto alla medesima famiglia…. »

William Jones, Discorso presidenziale alla Royal Asiatic Society of Bengala, 2 febbraio 1786

Ad lunam (Alla luna, Leopardi)

versione latina di Valeria Casadio

Suavis luna, adhuc reminiscor
ante unum annum in hoc ipso colle
angoribus confectum me venisse
ad te mirandam oculis intentis
et super silvam etiam tunc pendebas
sicut nunc facis eam clariorem reddens.
Sed, propter fletum, tremula et obscura
oculis meis tua facies videbatur:
erat misera et aegra enim mea vita
et sic est hodie, minime mutatur,
mea dilecta luna. Autem memoria
me iuvat et commemorare rursus
tempus doloris mei. O quam est gratum
[prima aetate cum longum iter spei est
hominibus, brevis contra recordatio]
praeterita, etsi tristia, meminisse
etsi aerumnae perpetuae permanent.  

Carmen Silviae dicatum (A Silvia, Leopardi)

versione latina di Valeria Casadio
Silvia, meministine
tempus mortalis illud vitae tuae
cum in oculis tuis species lucebat,
ubi risus pudorque saepe erant,
cum cogitans et laeta
ad iuventutis limina ascendebas?

Quieta conclavia et viae,
quae circa sunt, sonabant
adsiduo tuo cantu
cum muliebribus rebus tu dicata
valde sedebas laeta
futura tibi fingens
beata ac vaga.

Ego studia mihi grata
aliquando relinquens et volumina,
ubi melior mei pars atque iuventus
magno labore iam consumebantur,
ex palatii fenestis patris mei
cantum tuum attendebam
et manum laboriose consuentem.
Caelum purum mirabar
auratas vias, hortos
et hic mare longinquum, illic montem:
exprimi verbis nequit
motus animi mei.

Suaves cogitationes
magnae spes moti animi
erant nobis, mea Silvia,
pulchra tunc videbantur
humana vita et fatum!
Cum talis tanta spes in mentem venit
quodam angore gravor
acerbe ac misere,
magis magisque doleo malis meis.
Eheu natura, natura
cur mortalibus aegris numquam reddis
quod antea promisisti?
Cur liberos decipere adeo vis?

Antequam herbae hieme siccarentur
secreto morbo infecta atque victa,
tenuis puella, peristi
nec florere valuisti,
numquam cor mulsit dulcis
laus vel nigrae tuae comae
vel luminum quae modo
modeste modo amanter aspiciebant,
nec festis diebus cum amicis tuis
de amoris rebus loqui potuisti.

Spes mea dulcis quoque mox perivit:
mihi quoque fors frui iuventute vetuit.
Eheu, eheu transisti, grata sodalis
adulescentiae meae,
spes mea lacrimis manans!
Num haec terra est illa,
haec amor, voluptates, opera, facta
de quibus saepe nos locuti sumus?
Hoc generis humani fatum est?
Tu, cum verum apparuit,
spes misera, cecidisti
et manu tua horridam mortem
tumulumque nudum
procul ostendis.