Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)

 

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