Il sangue degli innocenti – I genocidi del Novecento

Ogni epoca storica è stata teatro di guerre, conflitti armati, massacri e stermini di popoli. Le motivazioni sono le più disparate, ma principalmente si possono ricondurre alla brama di potere, al disprezzo e all’atavico senso di superiorità che gruppi di individui nutrono verso coloro che identificano quale “altro da sé”. Il secolo XX si è contraddistinto per alcune azioni criminose promosse da élite politiche, spinte dal folle intento di distruggere e cancellare alcuni gruppi nazionali ed etnie con ogni sorta di violenze, aggressioni e sterminii di massa. In questo libro, l’autore, partendo dal significato del termine “genocidio”, prende in esame alcuni avvenimenti dove l’uomo ha mostrato il lato peggiore della sua disumanità: dallo sterminio degli ebrei al dramma del Tibet piuttosto che il Ruanda o l’annientamento del popolo armeno. Tutti questi terribili episodi sono affrontati con grande precisione e accuratezza, senza però trascurare il coinvolgimento emotivo e il giudizio morale.

Roberto Locatelli è nato a Bergamo nel 1975 e vive a Calusco d’Adda (Bg). Laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano (indirizzo storico-politico-internazionale, con tesi dal titolo La politica europea nel Mediterraneo), lavora come impiegato presso un importante istituto di credito. E’impegnato politicamente, infatti attualmente riveste l’incarico di consigliere comunale a Calusco d’Adda, nonché il ruolo di consigliere di amministrazione dell’associazione Agenda 21 Isola bergamasca, Dalmine-Zingonia e di consigliere di amministrazione dell’ente regionale Parco Adda Nord, per il quale ha promosso la pubblicazione del volume Quasimodo Leonardi ispirato al genio di Leonardo da Vinci. Da sempre appassionato di storia e teoria politica, dal 2002 ha scritto diversi articoli di carattere storico-politico pubblicati da Quaderni PadaniEnclave-Rivista Libertaria e Il Federalismo. Questo è il suo primo libro.

 

Le barzellette di Papirius

Papirius in pharmacopolio:
“Da mihi delenimentum dolori”.
“Ex qua re laboras?”.
“Adhuc nescio: notationes magistri enim patri meo nondum ostendi”.

 

Papirius: “Cur hi athletae, pater, currunt?”
pater: “Certant de argenteo calice”
Papirius: “Et quis accipiet?”
pater: “Primus”
Papirius: “Cur igitur ceteri currunt?”

 

 

Latinarum litterarum magister Papirio discipulo:
“Si dico ‘Discipuli libenter Latinum discunt’, quod verbum est libenter?
Papirius:
“Impudens mendacium”.

 


Amicus Papirio:
“Marcelli mater dicit triginta se annos habere”.
Papirius:
“Verum est: nam hoc illam iam quindecim annis audio”.

 

Le bambole pericolose di Euripide

Articolo pubblicato in: De Amore, Atti del Convegno Internazionale Humanitatis Symposium, a cura del Centrum Latinitatis Europae di Genova, Delta 3 Edizioni, 2012.

 

E’ sempre curioso rileggere la superba drammaticità con cui Euripide inscena le vicende delle sue eroine; Elena, Alcesti, Fedra, Medea…: grandi donne, protagoniste attive di destini tragici, vive e vere nell’affrontare fino al culmine il doloroso sviluppo delle trame tessute per loro dal fato, capaci di passioni violente e intimi sentimenti, sempre consapevoli della loro densa e cruda umanità.

A lungo si è discusso e ancora si discute circa la reale posizione di Euripide nei confronti della questione femminile: c’è chi ritiene Euripide fondamentalmente misogino, in linea del resto con la cultura greca antica, chi vuole assegnargli invece una sensibilità forse troppo moderna… certo è che Euripide fu attratto dalla ‘psicologia’ delle donne, fino a riuscire come nessun altro antico a descriverne la vera essenza.
Riporterò qui alcuni fra i versi euripidei più famosi che inequivocabilmente sollevano la questione relativa alla condizione della donna: sono tratti uno dalla Medea e l’altro dall’Ippolito, e li ho scelti volutamente in netto contrasto tra di loro, perché contrastante sembra sempre Euripide: “tragicissimo e filosofo della scena, razionalista e passionale, ateo e mistico, immorale e predicatore: ecco alcuni degli aspetti contrastanti che antichi e moderni hanno visto in Euripide, e che per essere solo parzalmente veritieri, confermano innanzitutto la impossibilità di chiuderlo in uno schema, in una formula. Perché Euripide è, appunto, l’uomo dei contrasti.” (Raffaele Cantarella)

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