Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cesare Pavese, Lavorare stanca

Ma tutto si può sopportare…

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,

κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ πένητα _

Saffo, Ode II, Strofe saffica minore

voce e video: monica mainikka


Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.

Com’io ti veggio, palpitar mi sento
Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.

Muta s’intrica la mia lingua: accensa
Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.

Sudor di gelo le mie guance inonda.
Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro.

Trad. di Ugo Foscolo (1790)

Cuore d’artista

Chi lavora con le mani è un operaio; chi lo fa pure con il cervello è un artigiano; chi vi aggiunge il cuore è un artista.
-Louis Nizer, Avvocato-

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
follia.

Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
malinconia.

Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
nostalgia.

Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.

Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi, poeta e scrittore italiano (1885 – 1974)

Intervista a Mainikka – di Cristina Rocchetto

da: http://www.atuttascuola.it/siti/mainikka/

Mainikka: una voce che interpreta la magia di chi non scompare
di Cristina Rocchetto

Questa volta vorrei dedicare un’intervista ad una scoperta per me davvero splendida: all’incantevole voce ed all’idea artistica di una persona che ha avuto il coraggio e la passione di trasformare l’amore per i suoi studi classici in qualcosa di creativo. Sto parlando di Monica Mainardi, in arte Mainikka, alla quale, come spesso mi capita di fare, mi rivolgerò dandole il “tu”. Vorrei innanzi tutto presentarla dicendo come sono entrata in contatto con lei. Stavo cercando materiale audio, per la precisione letture di testi antichi, sul web. Il quale web è pieno di iniziative che spuntano davvero come i funghi, ed io ogni tanto mi faccio dei “giri” di ricognizione e di aggiornamento, almeno sugli argomenti che più mi appassionano. Di materiale audio in greco e latino non c’è moltissimo – in latino un po’ più che in greco, a dir la verità; ma si tratta di solito di letture registrate da insegnanti o studenti per scopo didattico: io cercavo qualcosa che mi trasmettesse l’emozione ed il ritmo della metrica antica.Sicuramente, sulle questioni di metrica ci sono opinioni, dibattiti, scuole di pensiero e controversie addirittura… A me però non interessavano i sofismi delle teorie: volevo ascoltare Lucrezio, Orazio, Virgilio, semmai anche Omero, Saffo e che dir si voglia attraverso una voce che mi facesse sentire qualcosa di profondo, che mi trasportasse nel mondo della poesia… e che importanza ha se la pronuncia di alcune consonanti e vocali, se le pause e gli accenti, sono effettivamente quelli pensati, che so, da Virgilio? Non succede così anche ad un poeta del nostro mondo: di poter essere letto in modo diverso da chi diversamente intende il suo testo?

Non trovando nulla di ciò che cercavo, sono finita in YouTube. Ed ho trovato le registrazioni di Mainikka. Facendole sentire  a varie persone, ho ascoltato modi di ricezione diversi: uno, per esempio, un po’ vedeva come nota stonata la lettura di testi antichi accompagnata dalla musica di un’epoca completamente diversa… Io, che ho parlato con Mainikka, ho ascoltato la sua grande modestia nel parlare della sua idea, che non intende entrare in polemica con gli studiosi specialisti di letteratura classica, ma semplicemente diffondere ad un pubblico più ampio, anche tra i bambini, questo suo amore, che ha la fortuna di essere espresso dal suono di una voce che, sola, è già melodia.

D-Mainikka, allora, mi dicevi che hai cominciato, finita l’università, con l’insegnamento…

Continua a leggere

Scissus ego

dal musical Notre Dame de Paris:
Phoebus canta ‘Déchiré’

Traduzione in latino di monica mainikka:

Scissus ego,
uir sum in me partitus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque amant me
Cor meum num in duo mi secandum est?

 Scissus ego,
uir sum in me diuisus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque adorant me
Mea num culpast si homo tam beatus sum?

 Altera ad diem, ad noctem altera
ad amorem illa, ad totam uitam haec
una in aeternum, in minus temporis illa

 Scissus ego,
uir in me laceratus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque cupiunt me
Non mi tamen plus quam eis doloris est

 Scissus ego,
uir sum in me disiunctus, scissus ego
Inter duas quas amo quaeque diligunt me
Mea num culpast si homo talis sortis sum?

 Altera ad caelos, ad inferos altera
ad mel ea, ad fel sic ista est
huic omnia uerba sacra concepi
cum illa omnia quae promissa a me uiolata sunt

Scissus ego…..

(mainikka latine uertit)

Vuoto

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

 

Alda Merini (dalla raccolta: Vuoto d’Amore, 1991)

 

 

Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò.
“Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di Valerio Massimo Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi: 
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci 
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est. 

(mainikka libere poeticeque uertit)