Potere del Nome…

Voglio che tu venga a me senza passato.
Le frasi che hai imparato, dimenticale.
Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi.
Vieni da me come fosse la prima volta.
Non dire mai che mi ami, fino al giorno in cui non me lo dimostri.
Ci sono tante forme di passione e di affetto;
ci sono persone che vivono insieme tutta la vita senza neppure conoscere i loro nomi.
Nominare è un processo lungo e difficile;
tocca l’essenza stessa delle cose e implica potere.
Ma in una notte selvaggia chi può ricondurti a casa?
Solo chi conosce il tuo nome.

Jeanette Winterson

Odi et Amo: Storia di una Passione

Catullo, Carme 51

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
tum quoque vocis,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.

eccone la moderna interpretazione di Angelo Branduardi:

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Questo brano si ispira alla famosa ode composta dalla poetessa greca Saffo, nel VII sec a.C.:

Sappho, fr. 31

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,
ἀλλὰ καμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,
κὰδ’ δὲ μ’ ἴδρως ψῦχρος ἔχει, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ καὶ _ ….

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Simile a un dio mi sembra
quell’uomo che siede davanti a te
e da vicino ti ascolta
mentre tu parli con dolcezza e con incanto sorridi.
E questo fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco leggero
sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi
e le orecchie mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde dell’erba;
e poco lontana mi sento dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

Il carme 51 di C. Valerio Catullo, così come quello di Saffo, è un canto di gelosia, o meglio, di invidia per la bellezza, quasi divina e rapita, del rivale in amore che contempla la donna amata dal poeta.
Il turbamento che ne deriva sconvolge l’anima e i sensi, per cui la lingua si blocca, le orecchie ronzano, una fiamma sottile pervade le membra, e gli occhi si ricoprono di oscurità.

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Il σύμβολον è relazione e promessa di unità ritrovata

“Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro: “Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”.
Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere”. (L. Cortesi)

 

Il padre dell’osservazione storico-geografica diretta: Ecateo di Mileto

Il merito di aver per la prima volta applicato un metodo critico consapevole e programmatico alla propria ricerca sembra spettare ad Ecateo di Mileto, le cui opere purtroppo ci sono giunte in forma assai frammentaria.
Ecateo, vissuto tra il VI e il V secolo a. C., fu testimone attivo degli avvenimenti storici del suo tempo: assistette a malincuore alla ribellione ionica contro l’ingerenza persiana del 499 a.C., e si prodigò con scarso successo a placare gli animi sediziosi dei suoi concittadini, prospettandone i rischi e i pericoli.
Dopo il fallimento della rivolta fece parte dell’ambasceria incaricata a negoziare la pace con i Persiani. Allievo di Talete, come il maestro viaggiò molto e acquisì, tramite le sue peregrinazioni in Egitto (dove visitò il tempio di Ammone) ed in Asia Minore, conoscenze dirette di luoghi, fatti, popoli, culti e credenze. E’ considerato l’iniziatore dell’osservazione storico-geografica diretta, anche se probabilmente ampliò le conoscenze acquisite personalmente con le narrazioni di altri viaggiatori: come ad esempio il resoconto di Scilace di Carianda, l’ammiraglio del re persiano Dario, che esplorò l’Oceano Indico; e forse anche l’esperienza di Eutimene di Marsiglia, che costeggiò l’Africa lungo l’Oceano Atlantico fino al Senegal.
Con l’aiuto di tutto questo materiale, Ecateo perfezionò la carta di Anassimandro (entrambe ovviamente sono andate perdute), corredandola di un commento intitolato Periégesi.

 L’opera pare fosse suddivisa in due libri, uno dedicato all’Europa e l’altro all’Asia, all’Egitto e alla Libia, considerati in un unico insieme. Dai frammenti traspare l’accorta osservazione della flora, della fauna e dei climi; affascinano le digressioni etnografiche, incuriosisce l’attenzione per l’eziologia (la ricerca delle origini) dei nomi dei popoli e dei luoghi, stupiscono i tentativi di razionalizzare i miti locali, pur comparendo talvolta elementi favolosi e fantastici. Nelle descrizioni, prevalentemente costiere, è facile ravvisare espressioni che rimandano all’uso di portolani: nel primo libro il continente europeo era descritto a partire dalle Colonne d’Ercole (dall’Iberia, esclusa la parte atlantica) fino alla Scizia e al Caucaso; ampia era anche la trattazione dell’Italia e dei popoli che la abitavano: Liguri, Veneti, Tirreni, Ausonii, Enotri, Iapigi, Siculi. L’estremo nord era delimitato dai mitici monti Riphaei; nel secondo libro l’Asia era compresa tra il litorale dell’Asia Minore e della Siria fino all’India; la penisola arabica era unita alla regione nordafricana e la Libia, la cui estremità meridionale appariva peninsulare, risultava molto ridotta e arrotondata. La divisione dei continenti, tradizionalmente caratterizzata dai confini imposti dai mari (Mediterraneo, Egeo, Bosforo, Ponto Eusino), era determinata anche dal corso dei fiumi: ad esempio, l’Asia era divisa dall’Europa mediante il Tanai (il Don), il Nilo separava la Libia dall’Asia, l’estremo oriente era delimitato dal fiume Indo. I confini estremi erano determinati da popoli: ad est i Celti, a nord i mitici Iperborei, ad ovest gli Sciti e gli Indi, a sud gli Etiopi; tutt’attorno, come nell’ecumene di Anassimandro, si stendeva l’Oceano circolare.

di monica mainikka