Quisnam est cum Galdone loquens?

Eques errans in cauponam intrauit. Vir ei ignotus appropinquauit et eum rogauit: “Commodasne mihi aliquantulum uini?”
“Minime! Te quidem haud noui!”
“Fieri non potest,” ait uir, “te me non nouisse. Sum Galdo! Omnes Galdonem nouerunt!”
“Vere mihi ignotus es,” ait eques.
“Dicite omnes, quis sum?” clamauit Galdo praesentibus.
“Galdo es!” responderunt omnes in caupona.
“Videsne? Omnibus Galdo notus est!”
“Equidem in caupona quam tu frequentas, notus es! Certe autem haud alibi.”
“Te falsum dixisse demonstrabo,” ait Galdo.
Itaque una in alterum oppidum se rettulerunt. Cum tabernam aduenerint, Galdo
clamauit: “Dicite omnes: quis sum?”
“Galdo es!” responderunt omnes una uoce.
Ait eques: “Non tam longe hoc est ab oppido primo. Vero princeps trans siluam habitat in aedibus. Haud dubio te ignorat.”
Sic, trans siluam uenerunt ad aedes principis. Ianitor principis statim portam aperuit. “Saluus sis, Galdo” ait ianitor, “Princeps modo de te locutus est.”
“Fateor te pernotum esse in provincia,” ait eques, “sed rex illic trans montes sedet. Certe is te non nouit.”
“Eamus!” ait Galdo.
Ergo, trans montes iter fecerunt. Cum apud regem aduenerunt in castellum, Galdonem rex complexus est clamans: “Galdo, amice mi!”
Ait eques: “Trans mare in Vaticana civitate  Papa uiuit. Si ille te nouit etiam, credam uniuersos te nouisse.”
Sic naue uehuntur Galdo equesque et postremo in Vaticanam aduenerunt. Statim, Galdo in aditum admissus est, sed eques foris relictus est. Mox in maeniano Galdo cum Papa iucunde loquens apparet.
“Bombax!” eques clamauit.
“Ego quoque admodum miror,” ait anus quaedam in proximo. “Quisnam est cum Galdone loquens?”
ahahahah! 🙂

Io sono la Scandalosa e la Magnifica

Inno ad Iside, IV-III sec. a.C.

Fra le più rilevanti dee della maternità e della fertilità Iside, come tutte le grandi Dee Madri, è vergine e madre, spesso rappresentata con un bimbo in braccio. Essa ha due aspetti: è la Dea Natura e la Dea Luna. Essa è la dea della fecondità (= madre) che prescinde dal legame matrimoniale (= vergine); è la creatrice, la nutrice di tutto, dispensatrice di immortalità ma anche la distruttrice: tollera tutte le cose, in quanto crescita e decadenza sono le componenti inevitabili della natura.

È la dea degli opposti che inquietantemente si intersecano: non potrebbe esserci armonia perpetua, se il bene fosse sempre nell’ascendente. Essa, al contrario, delibera che vi sia sempre un conflitto fra le potenze della crescita e quelle della distruzione.
È la dea dai molteplici talenti, forte e sicura della sua magnificenza, rivelatrice della forza della donna che ama e del potere della sofferenza che tutto trasforma.

Nel mito sposa dolente e tenera sorella del suo sposo, Iside è colei che apporta la cultura e dà la salute, la venerata che è essa stessa tutte le cose. Vittoriosa sulla morte e sul fato, Iside è Madre Natura, buona e cattiva nello stesso tempo: tollera tutte le cose, infatti nel mito non permette a Hor di distruggere fino in fondo il fratello nemico, Tifone-Set.
Iside è Maat, la Sapienza Antica, la sapienza dell’istinto, ovvero la sapienza delle cose come esse sono e come sono state sempre: la capacità innata, intrinseca, di seguire la natura delle cose sia nella loro natura presente sia nel loro inevitabile sviluppo nel rapporto reciproco.

Antiche statue di Iside con il Bambino sono state adottate da comunità cattoliche che le scambiarono per rappresentazioni della Vergine Maria e di Gesù Bambino: l’errore è comprensibile, proprio perché Iside era ritenuta la Madre di Dio (Hor) ed era adorata come Vergine, benché nello stesso tempo fosse considerata la moglie del Dio lunare, Osiride, poi identificato con Ra, il sole.

(liberamente tratto da M. E. Harding, I misteri della donna, Astrolabio)

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Perché io sono la Prima e l’Ultima
Io sono la Venerata e la Disprezzata
Io sono la Prostituta e la Santa
Io sono la Sposa e la Vergine
Io sono la Madre e la Figlia
Io sono le Braccia di mia Madre
Io sono la Sterile, eppure sono numerosi i miei figli
Io sono la Donna Sposata e la Nubile
Io sono Colei-che-dà-alla luce e Colei-che-non-ha-mai-generato
Io sono la Consolazione dei dolori del parto
Io sono la Sposa e lo Sposo
E fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la Madre di mio padre
Io sono la Sorella di mio marito
Ed egli è il mio figliolo respinto
Rispettatemi sempre
Perché io sono
la Scandalosa e la Magnifica.

Voce: monica mainikka

De Gallis pullisque

Romae, anno CCCLXIII ab urbe condita, ante diem tertium nonas septembres

– Euheuheuuu! Brennus Italiam inuasit et Vrbem occupauit!
Breui tempore Galli ciues interfecerunt, domos incenderunt et Capitolium obsederunt!!!
Canes et custodes nihil audiuerunt!! sed… ecce, uidete!!! Macte! Anseres Romam seruabunt: nam feliciter Galli ab anseribus in fugam uertuntur!

– Ahahahah! Anseres quaedam hostiles Gallos in fugam uertunt? Vere illi non galli sed… puuuulliii sunt!

😀

Terra: l’antica Gea Madre

Quale immagine avevano gli antichi circa la conformazione e la struttura del nostro pianeta? Ma, soprattutto, che cos’era per loro la Terra?
Per indagare sulle idee cosmologiche dei tempi più antichi dobbiamo rifarci al racconto favolistico nelle sue prime testimonianze scritte, cioè a tutta quella serie di racconti e leggende che va sotto il nome di mitologia.

Nei miti confluiscono le idee, la cultura e le immagini fisiche, metafisiche, cosmologiche e naturalistiche che i popoli antichi concepivano e che i poeti raccoglievano dietro ispirazione divina. Essi si sentivano investiti della missione sacra di versificare, cantare e diffondere tale materiale, così da soccorrere all’esigenza e al desiderio, tipici dell’uomo di ogni tempo, di far luce sulle origini del cosmo, degli dei e dell’umanità, su tutto quanto cioè risultasse ignoto, inconoscibile e razionalmente inspiegabile.
L’origine del mito è essenzialmente sacrale: il mito si identifica spesso con la religione stessa, in quanto tutto ciò che da esso è rappresentato e narrato si inserisce nel contesto religioso.
In tutte le culture antiche la tradizione poggia le sue basi sullo stretto e solidale rapporto tra l’uomo e il divino, rapporto che si manifesta e si esplica nella Natura: la Natura, e quindi più concretamente la Terra, è universalmente concepita in una visione divina al femminile, nel modello simbolico primordiale della maternità. La Terra è la Grande Madre, generalmente sposa del dio Cielo: salvo alcune, rare, eccezioni (nel pantheon egiziano la Terra è rappresentata dal dio maschile Geb e il cielo ha le sembianze femminili di Nut), osserviamo il riproporsi dello schema suddetto in tutte le culture, e non solo presso le più antiche: esempi di culti in cui predominano divinità femminili ctonie (cioè inerenti alla Terra) si riscontrano anche in epoche recenti presso tribù dell’Africa (Gabon, Nigeria…), dell’Amerindia (presso i Navaho, i Sioux), in Oceania…
La stessa cosmogonia greca, che sta alla base della cultura occidentale, prevede all’origine la dea Gea, dapprima madre e poi sposa di Urano, il cielo, dall’unione dei quali trassero vita tutti gli esseri, sia animati che inanimati.

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Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est

E restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili

Alcuni morirono perché i medici non riuscirono a fermare le emorragie. Restai accanto a uno di essi finché non spirò. Era nudo nel lago del suo sangue. Il suo giaciglio ne era inzuppato e una macchia si allargava continuamente anche sul terreno. Gli tenni la mano per aiutarlo a passare l’estremo limite, perché non affrontasse, solo, il buio della morte. Sangue e sporcizia non ne oscuravano del tutto la bellezza e mi sembrava impossibile che un corpo così perfetto e potente sarebbe stato di lì a poco carne inerte e fredda. Ciò che ricordo di lui è lo sguardo febbrile e poi il pallore che gli si diffuse rapidamente sul viso e sulle membra. Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe un momento di lucidità e mi guardò intensamente: “Chi sei?” mormorò. “Sono chi tu vuoi, ragazzo: sono tua madre, tua sorella, la tua fidanzata…”
“Allora” rispose “dammi da bere”, e restò a fissare il cielo con gli occhi sbarrati e immobili.

(Parla Abira in L’armata perduta, di V. M. Manfredi, ed. Mondadori.)

Interpretazione libera in versi di mainikka:

Omnes in uitae certamine
Alli primum deinde alii postremo profligantur.
Apud unum eorum olim mansi:
Nudus in laco caedis suae inerat.
Manum ei tenebam ut auxilio essem
Ad extremum limen transeundum
Ne solus nigrae nocti occurreret.
Neque squalor tabesque Orci
Omnino formam atque decus ei offendebant.
Vere num crederetur tam perfectum corpus mox
Inertem carnem gelidamque fore?
Intentus ultimo fletu ille me aspexit:
-Quis tu ad misericordiam mei prona es?-
-Quam, mi dilecte, uis: ego tibi mater soror sponsa…-
-Tum quaeso –dixit- sitis maeae aestus mihi exstingue!-
Et fixis oculis et immotis ad caelum intuitus est.

Il vino è il più certo, e – senza paragone – il più efficace consolatore (G. Leopardi)

Asclepiade, Antologia Palatina, fr. XII, 50

Πῖν᾽, Ἀσκληπιάδη· τί τὰ δάκρυα ταῦτα; τί πάσχεις
οὐ σὲ μόνον χαλεπὴ Κύπρις ἐληίσατο,
οὐδ᾽ ἐπὶ σοὶ μούνῳ κατεθήξατο τόξα καὶ ἰοὺς
πικρὸς Ἔρως. τί ζῶν ἐν σποδιῇ τίθεσαι;
πίνωμεν Βάκχου ζωρὸν πόμα· δάκτυλος ἀώς·
ἦ πάλι κοιμιστὰν λύχνον ἰδεῖν μένομεν;
πίνωμεν, δύσερως· μετά τοι χρόνον οὐκέτι πουλύν,
σχέτλιε, τὴν μακρὰν νύκτ᾽ ἀναπαυσόμεθα.

‎Bevi, Asclepiade. Perché queste lacrime? Che hai?
Non te solo arretì la spietata Cipride,
non solo contro te l’amaro Amore
tese arco e frecce.

Perché ancora vivo te ne stai nella cenere?
Beviamo pura la bevanda di Bacco: l’esistenza è breve
quanto un dito; o forse attendiamo di vedere di nuovo la lampada
compagna del sonno? Beviamo, infelice d’amore;
tra non molto, sventurato, riposeremo una lunga notte.

Sii saggia, mesci il vino e godi l’attimo presente…

Tu, non cercare di conoscere – non è lecito saperlo – quale destino gli Dei abbiano riservato a me e a te…

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sii saggia, mesci il vino e tronca la lunga speranza al breve volger della vita.
E mentre noi parliamo, il tempo invidioso già sarà sfuggito: godi l’attimo presente, non affidandoti al domani.

Lettura metrica dell’ode XI del primo libro delle Odi di Orazio: asclepiadeo maggiore; pronuntia restituta
voce: monica mainikka
arrangiamento musicale: Peppe Zes Zuccalà
montaggio video: Rolando Chioda