Kali Yuga – di Lucilla Giagnoni

“Ho in mente un’immagine: quella di una grande divinità. Un grande dio, che dorme… di un dio che sta per addormentarsi.
Lo dicono gli antichi e sacri libri indiani: i Veda. Quando il dio abbassa le palpebre finisce un’era.
Quattro sono le ere che hanno composto il tempo dall’origine dell’uomo.
Il primo periodo è stato l’età dell’Oro o della Verità, quando l’umanità era con Dio; il secondo è l’età dell’argento, il terzo è l’età del Bronzo; e l’ultimo, quello che stiamo vivendo ora, è l’età del Ferro (Kali Yuga).

Il Kali Yuga, il nostro tempo in cui prevale la vita passionale e l’uomo rischia di allontanarsi sempre di più dalla propria natura divina, e vive, a causa di ciò, grandi angosce e sofferenze. È l’era della distruzione, del caos, dell’apocalisse che prelude al buio totale. Alla fine del Kali Yuga, dopo il grande buio, si avrà una nuova rinascita e tornerà l’età dell’Oro.
Tutto ricomincerà daccapo.
Ed ecco che, adesso, la nostra divinità che divide il tempo addormentandosi si sta assopendo. Quella volta che ha abbassato le palpebre e si è fatta un pisolino, sono scomparsi i dinosauri; c’è da credere che se ora vuole farsi una vera dormita, siamo prossimi ad un grande cambiamento.
Per questo viviamo nell’ansia. Ci affanniamo a portare a termine in un lampo ciò che ha appena visto la luce.
Siamo uomini che hanno fretta.
Siamo artisti che vedono la loro realizzazione nel corso della loro vita.
Vallo a dire a quelle generazioni di persone che hanno creato le grandi cattedrali, a chi ha creato piazza del Campo, Santa Maria del Fiore, la cupola di San Pietro. Per morire magari quando i lavori erano iniziati da poco. Vallo a dire a Dante.
Siamo uomini che sentono la fine di ogni cosa. È per questo che andiamo sempre così di fretta, così veloci, così veloci… Perché sentiamo che siamo vicini alla fine. Sentiamo che il dio sta abbassando le palpebre.
Veloci perché sentiamo di non avere più tempo.”

Lucilla Giagnoni – dallo spettacolo: ‘Vergine Madre

In diretta dal passato: cronache dall’antica Roma

ROMAE, a. d. III Nonas Augustas,
anno CCCLXIII ab Vrbe condita

Signori e Signore buongiorno,
apriamo il giornale purtroppo con notizie di guerra provenienti dalla Capitale:
oggi, 3 AGOSTO 390 a. C., I GALLI SONO ENTRATI A ROMA!!
Ecco a voi il servizio della nostra inviata, in diretta dal Campidoglio; a te la linea!

Grazie studio!
Ormai qui a Roma il nome stesso di Galli viene pronunciato con un brivido di paura: dei Galli si parlava da tempo, ma sempre per sentito dire; ora invece dal nord dell’Italia ci giungono notizie confuse di scontri fra le città etrusche più settentrionali e tribù semiselvagge dai nomi strani: Insubri, Cenomàni, Sènoni, Boi… Si sa che queste tribù celtiche provengono dalle terre settentrionali, che parlano lingue sconosciute, che hanno usi e costumi barbarici e che si sono insediate a nord del Po, dove hanno già fondato alcune città.
Ci giunge notizia che un’orda, pensate, di 30.000 uomini, sotto la guida del terribile capo sénone Brenno sia giunta direttamente a contatto con Roma. Ha già inflitto al nostro esercito una memorabile ed umiliante sconfitta presso il fiume Allia, un piccolo affluente del Tevere, per poi puntare sulla stessa Roma: l’Urbe sta vivendo uno dei momenti più drammatici di tutta la sua storia, l’umiliazione del saccheggio e dell’assedio. Ci giunge voce che solo un pugno di uomini asserragliati sul colle del Campidoglio si è assunta il compito di difendere almeno il simbolo dello stato romano, la Rocca Capitolina, a costo di immensi sacrifici.
Sono state registrate alcune dirette testimonianze tra la gente del posto,
su ciò che sta accadendo.
Ascoltiamole:

  •  Ehu ehu ehu.. Brennus Italiam inuasit et Vrbem occupauit
  • Breui tempore Galli ciues interfecerunt, domos incenderunt et Capitolium obsederunt.
  • Canes et custodes nihil audiuerunt, sed anseres Romam seruauerunt!

Sensazionale, cari ascoltatori, come avete potuto sentire: anseres, oche! Incredibile, un branco di oche ha salvato la città, ha salvato le sorti di Roma!
Ma sentiamo come si sono svolti i fatti dal nostro cronista, lo storico TITO LIVIO, che si trova sul posto:

Durante il saccheggio della città, i Galli avevano notato che la rupe presso il tempio della dea Carmenta si poteva scalare facilmente. Di notte, visto che c’era poca luce lunare, hanno mandato avanti un uomo senz’armi affinché esplorasse il percorso; quindi, passandosi le armi quando c’era qualche passaggio difficile, aggrappandosi l’uno all’altro, sollevandosi e tirandosi su a vicenda, sono giunti sulla sommità, mantenendo un silenzio tale che, non solo hanno colto di sorpresa le sentinelle, ma non hanno svegliato neppure i cani, che eppure sono attenti ai rumori notturni!
Non hanno ingannato però le oche che, in quanto sacre a Giunone, erano state risparmiate nonostante la grande scarsità di cibo. Per i Romani è stata la salvezza: destato dal loro starnazzare e dallo sbattere delle ali, Marco Manlio, un uomo valoroso che si era già distinto in guerra, ha afferrato le armi, e dando contemporaneamente l’allarme è corso avanti, e mentre tutti erano confusi ha colpito con lo scudo un Gallo che già era giunto sulla sommità e l’ha buttato giù!
Il Gallo, precipitando, ha travolto e fatto cadere anche i compagni più vicini. Ormai anche altri Romani erano accorsi e con frecce, lance e sassi ributtavano giù i nemici e l’intera spedizione così è stata fatta rovinosamente precipitare.”

Cari ascoltatori, dunque Roma è salva! Il provvidenziale intervento delle oche è già divenuto leggenda, e nell’Vrbe se ne cantano le gesta: un inno evocativo in particolare riecheggia per le vie della città:

Le oche del campidoglio

Roma è salva! Sembra che i Romani abbiano stabilito di festeggiare e di onorare le oche, oggi e negli anni a venire, ad ogni anniversario, il 3 agosto, incoronandole con oro e porpora e portandole in processione.
Apprendiamo invece con dispiacere che i cani, colpevoli di non aver fatto buona guardia segnalando il nemico… verranno crocefissi, a testa in giù, ad una forca di sambuco!

E già ci sembra di sentire un triste lamento: “bauu! … ma non dormivano anche le guardie romane?”

(dallo spettacolo: Cronache dall’antica Roma – In diretta dal passato, di monica mainikka)

A proposito di localismi e dialettismi: quando un alunno bergamasco dice alla maestra “Bòna!!”

Leggo con interesse: L’italiano di oggi. Fenomeni, problemi, aspettative, di Maurizio Dardano e Gianluca FrenguelliRoma, Aracne, 2008; un panorama dell’italiano di oggi, in cui sono esaminati in particolare i fenomeni che hanno un grande rilievo nella lingua corrente: l’ingresso di espressioni proprie del parlato in molti settori della lingua scritta, l’affermarsi di neologismi, il diffondersi di anglismi nei linguaggi settoriali e nella lingua di ogni giorno, le nuove forme della testualità.

E a proposito di localismi, dialettismi ed espressioni gergali, mi sovviene un episodio divertente, accadutomi durante un corso di formazione per insegnanti di scuola dell’infanzia tenuto in provincia di Bergamo:
evidenziavo alle corsiste come l’espressione “in parte a…“, nel senso di “a fianco di…, vicino a…”, sia tipicamente bergamasca e come spesso non s’immagini che termini e modi di dire abituali non solo potrebbero non essere immediatamente compresi dal resto degli Italiani, ma addirittura rischino di venire fraintesi.
Ed ecco che una maestra, proveniente dal centro Italia, intervenne dicendo: “Eh, hai proprio ragione, sapessi che smarrimento le prime volte che mi sentivo dire dai bambini: – Bòna!!-”
Sì, perché da noi è diffusissimo esclamare ‘Bòna‘ (con la ò molto aperta ma ovviamente con una b semplice e morbida), proprio nel senso avverbiale di ‘Basta!’, ‘Stop’, anche quando si vuole far smettere un maschio o più persone insieme.
Non è inteso al femminile. Ma evidentemente la maestra in questione, non conoscendo l’espressione nel significato lombardo di “Basta!!”, deve essersi trovata fortemente confusa nel credersi oggetto di un complimento… decisamente non infantile! 🙂

Il viaggio come strumento ed occasione di ricerca (ἱστορία) e di conoscenza

(Pubblico questo articolo come esempio di svolgimento di un saggio breve)

Argomento: Movimento e fermento sulle coste del Mediterraneo nei secoli VI e V a.C.
Ambito: Geostorico
Documenti: Passi tratti da manuali e saggi di storia antica, storia della geografia e storia della filosofia.
Lunghezza: Non superare le tre colonne di foglio protocollo.

Scaletta di percorso:

Introduzione: Il rinnovamento sociale nel mondo ellenico dei secoli VI e V a.C. e l’avvio della ricerca ‘scientifica’.
Sviluppo: Il viaggio è strumento di indagine (historìa) e conoscenza > Viaggi e scritti dei logografi, diffusione degli studi e teorie di filosofi milesi e Pitagorici > Rinnovata concezione della Terra; Influssi ideologici nella contrapposizione tra Oriente persiano e Occidente greco.
Conclusione: Riflessione sul contrasto tra la cultura occidentale e quella orientale, che ha caratterizzato la storia dalla guerra di Troia fino ai nostri giorni.

 

Titolo: Il viaggio come strumento e occasione di ricerca e di conoscenza

Svolgimento: 
Il mondo ellenico nel corso dei secoli VI e V a.C. assistette ad un grande rinnovamento sociale, in concomitanza con rilevanti conquiste politiche e progressi economici: la nuova ottica di apertura verso la realtà circostante diede l’avvio ai primi segnali di ricerca ‘scientifica’ in ambiente greco.
Mai prima d’allora l’uomo si era sentito così consapevole della possibilità umana di spaziare, sia in ambito intellettuale che geografico: l’affermarsi del criterio di indagine e di osservazione messo a fuoco dai fisici milesii, i filosofi della φύσις, lo sviluppo dei commerci, il crearsi progressivo di una sempre più fitta rete di traffici, la vasta diffusione di colonie fino ai punti più remoti del Mediterraneo sia orientale che occidentale, infusero nell’uomo greco l’impressione che il mondo non fosse poi tanto smisurato ed inconoscibile, ma fosse in attesa che qualcuno osasse percorrerlo in lungo e in largo, pronto ad offrire, a chi avesse il giusto spirito e fosse disposto ad affrontarne i rischi, i tesori della scoperta e della conoscenza.

Non ci stupisce quindi che, tra coloro che spesero parte della loro vita a viaggiare, non solo per necessità pratiche, ma spronati dal desiderio di sperimentare nuove cose e di apprendere diversi saperi, la tradizione riporti i nomi di personaggi a noi già noti, come gli stessi filosofi di Mileto (Talete si sarebbe spinto fino all’Egitto, dove avrebbe appreso i fondamentali princìpi geometrici; Anassimandro si sarebbe recato più volte a Sparta e avrebbe preso parte alla fondazione di Apollonia sul Ponto Eusino, cioè il Mar Nero) e Pitagora, che si racconta abbia visitato i più importanti centri religiosi della Grecia, dell’Egitto e del Medio-Oriente, al fine di ricevere le iniziazioni ai diversi culti e apprenderne i misteri, oltre che il sapere matematico.
Del resto è risaputo che il viaggio è strumento di conoscenza fondamentale e naturale per il filosofo, oltre che metafora costante del suo ideale di vita.
Il termine greco esprimente l’indagine è ἱστορία (= historìa); già nel corso del VI secolo con questo termine si indicava un’attività di ricerca condotta personalmente da chi, spinto dall’interesse per le origini di miti e credenze, curioso indagatore ed interprete più o meno razionale di vicende relative a genti e terre straniere, intraprendeva viaggi, intervistava persone, traduceva racconti, raccoglieva un vasto ed interessante materiale riguardante migrazioni, fondazioni, genealogie, e metteva tutto per iscritto:

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La scienza geografica in ambiente greco

Ben si sa dell’origine greca della parola geografia: effettivamente, benché almeno fino al IV secolo a.C. tale termine non si trovi attestato, tuttavia il complesso di fenomeni da cui si sarebbe sviluppata tale disciplina attirava già da tempo la curiosità del popolo greco, atto per natura alla ricerca e allo studio.
Tale interesse non si limitava a conoscenze generalizzate, ma si soffermava spesso a considerare criticamente e, oserei dire, con spirito scientifico, le informazioni raccolte. E quando il tentativo di rielaborare le suddette informazioni si tradusse nell’organizzazione di tutte queste conoscenze in una sintesi organica, intenzionalmente lontana dalle descrizioni empiriche dei portolani e dei resoconti ad essi affini, la geografia divenne scienza e s’inquadrò in un sistema speculativo, confluendo nel filone della filosofia naturalistica.
Lo spirito di avventura tipico degli antichi Greci e la curiosità peculiare alla loro indole spinsero presto alcuni esponenti di questo popolo a dar libero sfogo ai viaggi, alle esplorazioni, alla ricerca e all’osservazione nei vari campi del sapere, comprese l’indagine geografica e quella relativa ai fenomeni geofisici ed astronomici.
Gettiamo lo sguardo sugli abitanti delle città greche che sorgevano sul litorale ionico dell’Asia Minore, e anche ai coloni che si stanziarono ad occidente, sulle coste della Magna Grecia (e cioè della Sicilia e dell’Italia Meridionale): per le loro particolari condizioni, di Greci geograficamente lontani dalla madrepatria, quotidianamente alle prese con la vicinanza e l’ingerenza di popoli barbari pronti ad assoggettarli politicamente e culturalmente, erano purtuttavia partecipi di uno spirito più libero, più individualistico e non condizionato dai vincoli delle tradizioni patrie, sebbene si mantenessero pienamente coscienti della propria identità nazionale e della propria civiltà. La loro intraprendenza e la loro creatività, favorite dalla posizione geografica, consentì un più rapido sviluppo economico, condusse alla realizzazione di libere istituzioni sul piano politico e alla nascita di nuove manifestazioni culturali, quali la poesia lirica, la storiografia e la filosofia.
Proprio sulle coste asiatiche della Ionia, a diretto contatto con i popoli e le culture dell’oriente, due città greche in particolare, Mileto e Focea, furono tra le protagoniste dell’espansione ellenica nel Mediterraneo, soprattutto verso occidente (ricordiamo che Focea fu la metropoli, cioè la città-madre, di Marsiglia). Esse rappresentavano importantissimi punti di scalo per il commercio con l’Oriente.
Mileto divenne presto il maggior porto di confluenza, nonché punto di raccordo, dei traffici tra Oriente e Occidente; ebbe così l’occasione di diventare un importante centro di smistamento, non solo di merci ma anche di informazioni e di conoscenze, di notizie di ogni genere provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo e anche da terre e regioni più lontane e sconosciute.
Immaginiamo quanti racconti curiosi e pittoreschi dovessero circolare fra le banchine, le botteghe e le vie di Mileto, e quali contenuti ed argomenti costituissero i discorsi di marinai, commercianti, sacerdoti e uomini di studio, o di quanti altri, appartenenti alle più disparate razze e culture, facessero scalo in questo porto, incontrandosi ed intrecciando i loro interessi e i loro affari, creando un caleidoscopio variopinto di idiomi, di costumi e di esperienze.
A Mileto, dunque, le condizioni furono ottimali per la nascita, negli anni a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., della filosofia della φύσις (physis = natura), altrimenti definita fisica o naturalista.

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Le diverse tipologie eroiche in Giasone, Medea e Ulisse

Medea: la crudele fattucchiera, la donna innamorata ed ingannata che reagisce in preda al ‘furor’, la tragica vittima di Eros e degli eventi, la menade assassina e spietata… Quel che è certo è che non è l’eroina  dei canoni tradizionali.
Figlia di Eete, re della Colchide e seconda sposa di Egeo, il padre di Teseo, è scaltra, intelligente e maga potente. E proprio per questo la prende in sposa Egeo, che non sapendo ancora della nascita di Teseo dalla prima moglie Etra, creduta sterile, spera che Medea con le sue arti magiche gli possa dare il figlio sperato.
La maga si innamora perdutamente di uno straniero: Giasone, l’eroe giunto assieme agli Argonauti dalla lontana Corinto, alla ricerca del Vello d’Oro.

Giasone incarna l’energia virile impulsiva e conquistatrice: affronta deciso l’impresa della conquista del Vello proprio perché si dice sia impossibile.
Ma la temerarietà virile, che è per natura priva della riflessione sulle conseguenze dell’agire, necessita dell’aiuto dell’energia femminile, per natura dotata della magia dell’intuizione: e così Giasone si fa aiutare dalla principessa innamorata, la quale non esita a tradire il padre ed ad uccidere il fratello, pur di permettere all’amato di raggiungere il suo obiettivo di conquista.
Giasone pertanto, grazie ad un filtro potentissimo donatogli da Medea, riesce ad impossessarsi del Vello d’oro e a tornare vittorioso e con lei in patria.
Del resto l’eroe temerario e conquistatore, una volta ottenuti i suoi scopi dimentica opportunisticamente i favori ricevuti e, trascurando il valore del femminile, passa ad altra impresa, senza riflettere sulle conseguenze della sua impulsività: accetta quindi senza esitazione una nuova sposa, offertagli dal re Creonte, che gli garantisce in tal modo la successione al trono; e Medea viene abbandonata in quanto ormai scomoda ed inutile.
L’ira della donna ferita è allora terribile: fa recapitare un mantello avvelenato in regalo a Glauce, la promessa sposa, la quale muore insieme al padre Creonte che cerca di salvarla.
La vendicatrice non ancora soddisfatta arriva poi ad uccidere addirittura l’oggetto del suo amore, i due figli avuti da Giasone, onde colpire con più spietata crudeltà l’eroe.
Infine maledice l’ipocrita amante, augurandogli di non trovare più terra che lo ospiti: e di fatto Giasone troverà la morte in mare.

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Come essere leader in tempi di masse

Elsa Morante il 1° maggio 1945 così analizzava la personalità di Mussolini e le ragioni che lo portarono ad essere acclamato e sostenuto dal popolo italiano:

«Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti.
Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti, anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse preferisce essere un demagogo. Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti, i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.»
(Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, febbraio 1988, poi in Opere – Meridiani, Milano 1988, vol. I)

È interessante, prendendo spunto da tale analisi, riflettere sulle dinamiche che portano un popolo ad accettare, anzi a lasciarsi ammaliare, da un dittatore.
Chi è un capo? Il più delle volte non è un uomo di pensiero, ma di azione pura; viene eletto soprattutto colui che vive al limite della follia, nevrotico, esagitato, semi-alienato.
La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di immenso volere e forza, giacché, essendone priva, si affida a colui che possiede tali qualità.
La prima regola da osservare per guadagnarsi il consenso della folla è quella di comandare ricorrendo ai sentimenti e non alla ragione.

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