ξένος: straniero, ospite o potenziale nemico?

Mi ha sempre affascinata il rituale della ξενία (ospitalità) mediterranea:
trovo che questo insieme di norme di cortesia reciproca fosse in fondo una sorta di “protezione” e di controllo nei confronti dello ξένος, l’ospite ma soprattutto lo straniero, il non appartenente alla comunità e perciò anche il potenziale nemico, che era poi tenuto a contraccambiare nel caso le parti si invertissero.

Mi piacerebbe di conseguenza riflettere anche sul fatto che proprio ξένος e non βάρβαρος costituisca l’etimo della parola moderna xenofobìa, il cui significato dovrebbe essere “paura, diffidenza nei confronti dello straniero che si trova in condizione di ospite”, indicando cioè un atteggiamento istintivo naturale di difesa, ma usato oggi solo ed esclusivamente con accezione fortemente negativa.

Per l’atteggiamento di intolleranza e per i sentimenti violenti nei confronti dello ξένος (il diverso, il non-comunitario, che intimorisce perché non appartenente alla comunità) troverei più indicato misoxenìa.

Ma tornando al rituale della ξενία, riscontrabile presso tutti i popoli del Mediterraneo: non potremmo riscoprire in esso un insegnamento per una possibile convivenza più serena nelle nostre attuali società multiculturali? (o almeno per affrontare con occhio diverso il problema dell’integrazione).